Faber Nostrum liberaci dall’indie

Quando si tocca un mostro sacro come Fabrizio De André tutti saltano in piedi urlando “alla profanazione!”, cosa che immediatamente ho fatto anche io quando ho letto la notizia che il 26 aprile sarebbe uscito il disco Faber Nostrum, omaggio di alcuni artisti del panorama indie italiano al cantautore genovese.
Lo ammetto, l’ho fatto con pregiudizio, benché tutti mi abbiano sempre detto che non si giudica un libro (o, in questo caso, un album) da una copertina.
Bene! Ora posso dire di averlo ascoltato tutto, più e più volte, e posso dire con naturale franchezza che il mio pregiudizio era fondato ed è ora che faccia il Bertoncelli di turno, parafrasando un saggio poeta pavanese.

“Flavio, perché?” Mi è venuto da dire quando ho ascoltato la cover di Sally ad opera di Gazzelle. La sua voce triste e malinconica si impossessa del brano di Rimini e lo fa sicuramente suo. La base non è neanche così male, si capisce che è una canzone di Faber, ma ancor di più si capisce che è una canzone indie di Gazzelle. Forse è proprio questo il problema.
Proseguendo troviamo un capolavoro come Amore che vieni, amore che vai interpretata dagli Ex-Otago. Personalmente non trovo la loro versione la peggiore dell’album, si percepisce del sentimento nell’interpretazione del gruppo genovese e ho apprezzato anche il tentativo di innovare una canzone meravigliosa con il loro sound un po’ ambient, però gli urletti lounge sotto non si possono proprio sentire.
Arriviamo poi all’interpretazione di quest’album che più mi ha messo in crisi: Il bombarolo di Willie Peyote.
Ad un primo ascolto ammetto di essere inorridita di fronte alla versione del rapper torinese, che ha stravolto completamente quella originale di Faber.
Ai successivi ascolti, dopo essermi detta “smettila di fare la purista”, ho iniziato ad apprezzare il lavoro coraggioso che è stato fatto sul testo per attualizzarlo e renderlo veramente personale.
Rivalutazione che non ho fatto su Il suonatore Jones. Il pezzo del concept album Non al denaro non all’amore né al cielo nella versione dei Canova a me è sembrato senz’anima, con un arrangiamento troppo pomposo che si discosta molto da quello intimista originale. Più che al cimitero di Spoon River mi ha fatto pensare ad una giostra di uno di quei luna park da horror.
CIMINI e Lo Stato Sociale scelgono Canzone per l’estate, il brano meno conosciuto fra quelli presenti in Faber Nostrum. Idea originale, peccato che il risultato non sia affatto convincente. La stonatura di Lodo poteva essere più appropriata su un pezzo parlato, ma qua ci sta come i cavoli a merenda. Va bene l’innovazione, ma non la dissacrazione!
Sui Ministri mi sono ricreduta. La loro Inverno era la prima canzone ad essere stata pubblicata in anteprima e dall’attacco non mi era piaciuta per niente. Ad un secondo ascolto invece non mi è dispiaciuta né la sua esecuzione musicale, che nel suo essere rock è rimasta soft come nella versione originale (fatta eccezione per la schitarrata alla fine, che potevano risparmiarsi), né la sua interpretazione vocale, che risulta intensa senza essere urlata.
Piacevole anche la versione de La canzone dell’amore perduto di Colapesce. Non si discosta molto da quella di De André anche se la vaga contaminazione elettronica ricorda un po’ Battiato più che il cantautore genovese. Io comunque avrei preferito quella dei Kutso!
Arriviamo a quello che secondo me è il pezzo migliore dell’album. Se ti tagliassero a pezzetti di The Leading Guy è un brano che riascolto volentieri, anche se è stato velocizzato musicalmente. La voce calda, avvolgente del cantautore bellunese si adatta perfettamente alla canzone contenuta nell’album Fabrizio de André (Indiano) e la fa propria.
Salvo anche Verranno a chiederti del nostro amore di Motta. L’arrangiamento con il piano e il violoncello è azzeccato e le conferisce una certa drammaticità assieme all’interpretazione del livornese che, a parer mio, risulta molto sentita.
Faber nostrum prosegue con La canzone di Marinella, il brano che portò De André al successo. Apprezzo lo sforzo che ha fatto la Municipàl per questo pezzo e il risultato non è neanche male, ma davanti all’indimenticabile interpretazione della “Signora del sabato sera”, la versione dei fratelli di Galatina impallidisce.
Proseguendo troviamo la Rimini di Fadi, che ci mette anima e passione per cantarla, più di tanti altri sentiti in precedenza.
Ed è l’ora di Hotel Supramonte eseguita dagli Zen Circus, su cui sinceramente avevo aspettative più alte. Il brano dell’album Fabrizio de André (Indiano), che ritengo essere uno dei più commoventi di Faber, è stato rallentato ulteriormente per creare un effetto struggente, ma che alla fine gli ha conferito un effetto “lagna” dovuto anche al calando di intensità interpretativa di Appino.
Su Fiume Sand Creek dei Pinguini Tattici Nucleari c’è poi da ridire. L’arrangiamento è totalmente fuori luogo, con schitarrate che più che la tragedia dell’eccidio degli indiani d’America ricordano un concerto di Vasco a San Siro. Anche gli ululati di Riccardo Zanotti, marchio di fabbrica della band bergamasca, non erano appropriati al testo della canzone.
Artù rispolvera un classico di Tutti morimmo a stento, Il Cantico dei drogati. Non aggiunge niente di personale in questo bellissimo pezzo e questo secondo me è sintomo di intelligenza e grande rispetto per un genio come Fabrizio de André.
Chiude il disco Vasco Brondi con un pezzone come Smisurata Preghiera. Brondi, che ha appena concluso il suo progetto con Le luci della centrale elettrica, non mi ha mai fatto impazzire, personalmente, ma questa volta ha fatto centro. Anche lui rallenta leggermente la versione, ma il risultato è nettamente superiore a quello degli Zen forse perché il pezzo è proprio quello azzeccato per lui.

L’idea di questo progetto era buona. Far conoscere uno dei più grandi poeti dei nostri tempi ai giovani è un’impresa che fa onore a questi artisti, ma il risultato raggiunto non è dei migliori. Personalmente sono pochi i pezzi che mi hanno fatto sussultare, molti di più quelli che ho ritenuto mediocri.
Mi sono poi chiesta se è proprio necessario “indieficare” De André per renderlo più appetibile ai giovani, come se questi non fossero capaci di apprezzarlo e amarlo così com’è. I testi e le musiche di De André sono in giro ormai dagli anni ’70 e di ragazzi giovani ne hanno sempre attirati. Le opere di Faber sono quelle che forse oggi Italo Calvino avrebbe chiamato “classici”. Come tali vivranno in eterno e qualunque sia la generazione a cui parleranno diranno sempre qualcosa.

Erica Turchet

Studentessa di Studi internazionali presso l'università di Trento

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