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In questi giorni sentiamo tanto parlare di economia, ovunque: al bar, al telegiornale, sui quotidiani e pure su Facebook. Leggiamo paroloni, grafici e percentuali senza avere molto spesso gli strumenti per capire cosa significano. Ringraziamo il professor Jack Birner – docente di Economia Politica presso l’Università di Trento – che ci ha concesso del tempo e molta pazienza per poter fare un po’ di chiarezza. Riportiamo quindi l’intervista nella quale ha risposto in modo semplice ma dettagliato a tutte le nostre domande.

Iniziamo spiegando qualche termine che può risultare ostico: cos’è lo Spread? Perché si parla di “paura dello Spread”? È pericoloso per l’economia italiana?

Innanzitutto lo Spread non è di per sé pericoloso, è uno dei tanti indicatori per fare un confronto tra varie economie; negli ultimi anni, dallo scoppio della crisi, viene seguito con particolare attenzione. Nell’area Euro c’è l’unanimità sull’idea che l’economia tedesca è la più stabile, affidabile, che il governo tedesco è quello che gestisce meglio le finanze pubbliche. Per farsi un’idea rapida per quanto dista la salute di un’economia da quella tedesca, si utilizza tale Spread. Consiste nella differenza in punti percentuali tra il rendimento su un certo tipo di obbligazione dello stato tedesco e lo stesso tipo di obbligazione in un altro paese. Per rendimento non intendiamo però il tasso di interesse passivo che il governo promette di pagare a chi compra l’obbligazione – e questo crea qualche difficoltà a chi è profano. Ogni governo infatti promette di pagare un tasso di interesse dopo un certo periodo a chiunque compri un’obbligazione (e che quindi investe nello stato – n.d.r.), mettiamo che sia del 2% l’anno. L’investitore però può rivendere il titolo in borsa, quindi il tasso di interesse non sarà uguale al rendimento che percepisce. Egli infatti non guadagnerà soltanto il 2% del valore del titolo ma di più, a seconda del prezzo a cui riuscirà a venderlo. Lo Spread si misura con lo scarto tra il rendimento effettivo su un’obbligazione di stato in un paese e il rendimento sullo stesso tipo di obbligazione in Germania.

In cosa consiste l’inflazione? Perché può essere una cosa cattiva ma anche una cosa buona?

Il modo di porre la domanda è molto interessante perché fino a qualche tempo fa l’inflazione era un male, quando è scoppiata la crisi ha creato grossi problemi. Se i prezzi non sono stabili o se l’aumento dei prezzi non è stabile – perché si può tranquillamente convivere con un tasso di inflazione o di deflazione purché sia costante – e va fuori controllo, diventa molto difficile pianificare per il futuro. Siccome gli economisti ragionano per incentivi, saresti incentivato a comprare tutto subito, prima che i prezzi crescano ancora. Ciò crea un aumento della domanda, senza un aumento dell’offerta con ancora una conseguente crescita dei prezzi. Questo era il timore fino ad una decina di anni fa.

I tempi sono cambiati: adesso molti politici propongono lo strumento di una lira inflazionata come una prospettiva migliore per l’Italia rispetto ad un Euro forte. È giusta questa osservazione?

I governi e le banche centrali nazionali non hanno più il compito di cercare di controllare la rapidità con cui i prezzi aumentano o diminuiscono, ora spetta alla BCE. A me non risulta che i politici italiani tengano di più ad un certo tasso di inflazione piuttosto che ad un Euro forte. Da quando i paesi dell’area Euro hanno aderito alla moneta unica infatti i governi non possono più influenzare i livelli dei prezzi nazionali con gli strumenti della politica monetaria. Ciò ha imposto una certa disciplina a paesi fiscalmente indisciplinati (come Grecia, Italia o Spagna). Quando Prodi ha aderito alla moneta unica secondo me ha fatto bene, altrimenti adesso avremmo un debito pubblico ancora più elevato.

Un commento su come si è arrivati all’attuale situazione economica e sulle proposte economiche del governo gialloverde. Perché il debito pubblico italiano è una sorta di spada di Damocle sull’economia italiana?

Il debito pubblico riflette la disciplina o la mancanza di disciplina fiscale di un paese – e questo la dice lunga sull’Italia. L’attuale governo ha fatto delle promesse, come le fanno tutti in campagna elettorale, senza farsi almeno un’idea dei costi e dalla fattibilità delle sue proposte. Quella del reddito di cittadinanza ad esempio può anche avere un senso economico ma un partito politico responsabile non fa delle proposte senza farsi un’idea di come pagarle.

Per quanto riguarda Quota 100: quando Berlusconi si è dimesso perché non veniva più preso sul serio nell’ambito internazionale – almeno si è fatto convincere a fare un passo indietro – ci siamo trovati davanti al disastro che aveva compiuto in vent’anni. Fu chiamato più tardi il governo Monti con il ministro Fornero che ha salvato il paese dalla bancarotta con una serie di riforme che conosciamo con il nome di “Legge Fornero”. Il sistema pensionistico in tutti i paesi è qualcosa che cresce spontaneamente, con l’invecchiamento della popolazione. Un sistema a ripartizione – chi lavora paga la pensione a chi non lavora più – non ci vuole una laurea in economia per capire che non è sostenibile, con una popolazione che invecchia. Con la legge Fornero si è diminuito il ruolo del sistema retributivo e sostituito con un sistema contributivo: da quando cominci a lavorare i tuoi contributi vengono investiti e quando arrivi all’età pensionistica, con il capitale accumulato e gli interessi, tu ti paghi una parte della pensione. Come tutte le riforme ha i suoi difetti, ma uno dei problemi di un pubblico laico in economia, anche da parte dei politici, è l’abitudine a credere che “quello che è stato fatto prima non vale niente, le nostre proposte risolveranno tutto!” Se hai capito qualcosa di economia politica devi sapere che, come diceva Milton Friedman: “There ain’t no such thing as a free lunch”, c’è sempre qualcuno che paga. Anche con delle riforme, anche sistemando i problemi, ci sono sempre costi da sostenere. Spetta ad una politica responsabile calcolare costi e benefici e prendere una decisione.

Le proposte di questo governo – come Flat-tax, Quota 100 e così via – non sono necessariamente da scartare, ma bisogna chiedersi quali conseguenze abbiano. Quota 100 presuppone che coloro che possono approfittare di questo meccanismo avranno una pensione più bassa: con un sistema contributivo più a lungo tu lavori più alta sarà la tua pensione, e per meno tempo la percepirai. Adesso il governo propone di fare il contrario, dilatare il periodo in cui una persona avrà bisogno della pensione e diminuire gli anni in cui lavora e quindi in cui versa i contributi. Sostanzialmente chi sta scegliendo questa opzione, per quanto voglia farlo per motivi comprensibili, lo sta facendo sulle spalle di persone come voi, di persone che non lavorano ancora. Stiamo tornando indietro rispetto a riforme che cercavano di rendere il sistema più equilibrato e più giusto nei confronti dei più giovani. Tra la mancanza di crescita, un debito pubblico molto alto, anche la questione delle pensioni crea dei problemi. È irresponsabile. Le persone giovani che hanno votato questi partiti secondo me non si rendevano conto, ecco perché è molto importante fare informazione anche in ambito economico.

In cosa consiste la crisi dell’Eurozona? Quali sono i motivi storici per cui ci troviamo come Italia ma soprattutto come Europa in un momento nel quale la crescita non riparte, c’è una forte stagnazione? Perché a differenza, per esempio, degli Stati Uniti, non siamo riusciti a riprenderci completamente da quella che è stata la problematica sociale ed economica della crisi del 2008?

Andiamo un po’ indietro nel tempo: l’Euro non doveva esserci, da punto di vista economico non doveva esserci la moneta unica. Nel 1961 Mundell (Premio Nobel per l’Economia 1999) scrive probabilmente l’ultimo articolo in ambito economico di calibro Nobel che è comprensibile anche da chi ne è profano e sia mediamente intelligente. Egli dice che la moneta unica può sussistere solamente in un’area geografica in cui le condizioni economiche sono omogenee, dove il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione siano tendenzialmente gli stessi. Abbiamo deciso di introdurre l’Euro per motivi politici: la Francia e la Germania all’epoca avevano degli obiettivi politici per l’aumento del potere in Europa e speravano entrambe che avrebbero potuto controllare l’Euro e l’economia dell’Eurozona con una moneta unica. Ora che l’abbiamo sarebbe ancora peggio toglierla.

La relativa rapidità con cui gli Stati Uniti si sono ripresi è una chiave di lettura per capire il problema dell’Euro. Negli USA c’è uno Stato Federale: le competenze del governo centrale e di quelli federali sono ben definite. Nell’area Euro no: abbiamo delegato la politica monetaria e abbiamo mantenuto la politica fiscale. Questi sono gli unici due strumenti della politica economica: se ne deleghi uno alla BCE significa che con delle economie molto diverse, quando andrai incontro a dei problemi nazionali, avrai in mano solamente la politica fiscale per risolverli. Forse l’Euro avrebbe potuto funzionare con solo alcuni-pochi paesi dell’area centrale, con delle economie stabili, se questi paesi si fossero messi d’accordo sulla politica fiscale.

L’Europa deve diventare un paese o l’Euro non potrà reggere. Tutte le volte che c’è stata una minaccia, una crisi economica, i paesi dell’area Euro si sono messi d’accordo con troppa fatica e hanno preso misure troppo deboli.

Un commento dal punto di vista economico sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa?

Un disastro totale. Se l’Inghilterra non torna indietro su questa decisione, presa per salvare il partito conservatore che comunque non si salverà, rinuncia a tutti i vantaggi soprattutto del mercato unico. Per Londra il libero traffico della merce era assolutamente vantaggioso, considerando anche il suo distacco dall’Eurozona. Londra si era acquistata il centro finanziario del continente ma ora le banche non possono aspettare di vedere quello che succederà, se ne stanno già scappando. Sono soprattutto i più giovani che soffriranno di questa follia, ma anche per l’UE sarà molto svantaggioso. I paesi che commerciano di più con il Regno Unito saranno i primi a soffrire di una eventuale Brexit.

In molti brexiters parlano della possibilità – su quanto sia realistica si può discutere – di ottenere con la Brexit degli accordi commerciali di libero scambio più favorevoli per aspetti specifici dell’economia nazionale inglese. Questa possibilità potrebbe andare a sanare, per lo meno in parte, i danni che verranno inflitti dalla perdita?

Non direi, i paesi del Commonwealth non vorranno cambiare nulla, gli Stati Uniti non mi sembrano al momento il partner commerciale più affidabile, c’è una grande incertezza.

L’incertezza è un elemento chiave: prima abbiamo parlato del tasso di inflazione, ci sono due cose che influiscono di più sull’andamento economico. L’incertezza e la fiducia. Se aumenta l’incertezza e manca la fiducia non si riesce a pianificare e così via. Le banche centrali principali stanno facendo di tutto per cacciare dentro alle banche una quantità di liquidità incredibile, nella speranza che le banche avrebbero passato tale denaro alle imprese, sotto forma di prestiti. Le banche sono molto reticenti per via delle incertezze ma anche sul lato della domanda le imprese hanno troppe incertezze, troppa paura del futuro. Non cominci a fare investimenti se non sei per niente sicuro che troverai un mercato. Tutta questa liquidità che avrebbe dovuto aumentare anche il denaro in circolazione, sta lì. Gli investitori con quella montagna di liquidità non investono nelle imprese ma comprano titoli in borsa.

Secondo molti economisti l’Eurozona e l’economia mondiale generale, con l’incertezza politica ed economica che stanno venendosi a verificare, cammina come un uomo bendato – come l’uomo del 1914 – verso un nuovo disastro. Ritiene anche lei che sia questo il caso?

Beh, magari c’è un fattore che si è creato nel frattempo, che mette un minimo di stabilità del sistema finanziario mondiale. Le banche centrali principali del mondo (Federal Reserve, BCE e la Banca centrale della Cina) hanno talmente tante riserve delle valute degli altri due partner, che non si muovono mai indipendentemente l’una dall’altra. Io sono convinto che almeno una volta a settimana si sentono per concordare un minimo di strategia.

Il nostro sistema bancario è sempre instabile, perché noi creiamo moneta dal nulla. Ciò che può provocare una nuova crisi è la mancanza di fiducia. Se non ti fidi più dell’Euro cerchi di comprare un’altra valuta e l’Euro muore, nessuno vuole più accettarlo. Se non c’è la fiducia il sistema bancario crolla comunque. Questo creare moneta dal nulla fa si che noi viviamo costantemente al di sopra dei nostri mezzi. In questo modo noi dobbiamo crescere, per ripagare i debiti, ma allo stesso tempo siamo costretti a crescere, per far fronte a questa liquidità che è maggiore di quanta effettivamente venga depositata. In questo modo si crea anche crescita, ma se l’economia non cresce più ci troviamo in difficoltà e non riusciamo a ripagare i nostri debiti.

di Cristina Marenda e Marco Tedoldi

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