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Il grande carrello

di Veronica Zerba

Quando mi sono iscritta all’università come studentessa fuorisede, una delle prime difficoltà che ho dovuto superare è stata fare la spesa. Mi è capitato di comprare alimenti con la data di scadenza troppo vicina, o cibi che non avevo la minima idea di come cucinare; ho fatto i conti con la frustrazione di chi arriva a casa per scoprire di aver dimenticato una cosa essenziale. Ormai mi sono abituata, naturalmente, e oggi è diventato un gesto banale, una scocciatura o, a volte, un momento di pausa dallo studio. Tuttavia, quando ho assistito allo spettacolo “Il grande Carrello” al festival di Internazionale a Ferrara, il mio modo di pensarci è totalmente cambiato.

All’inizio, il narratore porta sul palco cinque personaggi: ciascuno di loro rappresenta un tipo di cliente, definito dal supermercato sulla base di una frenetica attività di raccolta dei nostri dati comportamentali. Il primo a presentarsi è il cacciatore: il suo più grande talento è scovare gli sconti da grande distanza, nonostante il riflesso azzurrino del banco surgelati. Più mite e abitudinario è il cliente prudente, che acquista da anni gli stessi prodotti sempre negli stessi posti. Il terzo, il cliente pragmatico, è alle prese con la necessità di nutrire la famiglia e il pastore tedesco. La cliente brand-fan, invece, crede con stupefacente ingenuità a tutto ciò che il marchio promuove; si convincerebbe anche che esistono gli asini volanti, se glielo dicesse la Coop. Da ultimo, ci appare la cliente esperta, in formissima, sostenitrice del biologico e del vegano che cerca di convertire il malcapitato di turno contestando le sue dannose abitudini alimentari.

Questi personaggi ci rappresentano, in qualche modo ci riconosciamo in loro, e ci accompagnano in un percorso verso la scoperta di come funziona un supermercato.

Dopo la raccolta dati, che altro non è se non un primo passo, viene il tentativo di influenzare il comportamento dei consumatori . Di primo acchito, sembrano sciocchezze complottiste a qualsiasi persona razionale: eppure, quante volte viene cambiata la posizione dei beni di prima necessità? Quante volte , dopo aver vagato senza meta per un tempo infinito, ci si ritrova ad acquistare prodotti di cui si non aveva bisogno?

L’arma più potente a disposizione della grande distribuzione è però un’altra: lo sconto. Delizia del cliente cacciatore, salvezza di chi ha visto diminuire la propria capacità di acquisto a causa della crisi, lo sconto in realtà influisce pesantemente sul processo produttivo. Nello spettacolo, lo spunto per parlare dell’argomento nasce da un improbabile approccio del cacciatore verso la cliente esperta: le propone un giro al supermercato all’angolo, a lume di carrello; naturalmente, tutto al 30% in meno. Inizialmente disgustata, lei finisce per concedergli un appuntamento, e da quel momento lui comincia ad avvertire un fastidioso prurito che lo porterà ad informarsi.

In questo modo si scopre che il prodotto viene deprezzato solo nel momento in cui viene posto sugli scaffali. Questo non incide sui ricavi del supermercato, ma viene fatto pesare sull’industria; insieme agli altri contributi richiesti dal supermercato, causa una diminuzione del fatturato del produttore pari al 24%. Parte del macigno economico viene fatto gravare anche sul fornitore di materia prima, ovvero l’agricoltore e i braccianti. Quindi, il consumatore paga di meno al momento dell’acquisto, ma anche la retribuzione di larghe fasce della società è inferiore. Le conseguenze dannose si susseguono: l’agricoltura verrà dedicata ai prodotti che trovano larga collocazione sul mercato, e con notevole utilizzo di pesticidi; la biodiversità diminuisce, parallelamente alla salute umana. Il futuro dipinto dal narratore è ancora più tetro, visto il naturale impatto ambientale di questo sistema produttivo: inquinamento delle falde acquifere, fibre tessili nei pesci. Il riferimento alle future innovazioni tecniche (un barattolo di pomodoro che canta vecchie canzonette) mostra il grottesco contrasto tra il nostro impegno per la vendita dei prodotti e la devastazione ambientale causato dal sistema di produzione .

È questa la finale consapevolezza cui giunge l’ormai ex cliente cacciatore: ex perché comincia a lottare per cambiare le cose e rifiuta il ruolo che gli hanno assegnato. Esce dal sistema. Gli altri non lo comprendono, lo chiamano psicopatico; l’ex cacciatore rimane da solo.

Così finisce chi si ribella a questo gigantesco piano di sfruttamento dell’umanità e del pianeta? Il narratore sembra proporre un’alternativa: far cambiare il sistema dall’interno. Se questo infatti è naturalmente volto alla conservazione dei suoi clienti, dovrà rispettare i loro desideri e le loro esigenze; nel momento in cui noi pretenderemo il cambiamento, dovrà darcelo.

Si può discutere se questo sarà sufficiente, o se sarà necessaria un’innovazione più radicale. Resta l’invito a uscire dall’inerzia, a muoversi, ad agire, a cambiare.

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