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Com’è profondo il mare: fotografia di uno slum di Nairobi

di Gregorio Rizzi

Durante lo sfrenato imperialismo europeo del XIX secolo l’Africa fu, per la sua quasi totalità, conquistata e divisa tra le grandi potenze. Il territorio keniota si trovò sotto la sfera d’influenza britannica: le zone costiere divennero protettorato già nel 1895, con centro amministrativo a Nairobi, mentre l’interno ebbe lo status di possedimento fino al 1920, quando, diventato definitivamente colonia, venne unificato col protettorato costiero e prese il nome di Kenya. Gli inglesi assunsero immediatamente atteggiamenti e politiche razziste: dichiararono il possesso di tutte le terre da parte della Corona, imposero un modello di proprietà molto più rigido rispetto a quello fluido e informale degli indigeni e operarono una netta divisione tra britannici e kenioti. Nelle grandi città, tra cui ovviamente Nairobi, gli Africani erano esclusi dai quartieri residenziali e chi veniva in città doveva arrangiarsi con abitazioni provvisorie senza servizi, creando così i primi slum. Il paese raggiunse l’indipendenza nel 1963, e la proprietà della terra passò dalla Corona al neonato Stato; alla fine del colonialismo si accompagnò un impoverimento delle campagne, che generò un esodo verso la capitale. Il passaggio di poteri non corrispose però ad un reale cambiamento: i criteri d’assegnazione delle terre si trasformarono da razziali a politico-tribali, costringendo moltissime persone arrivate in città a confluire negli slum, aumentando esponenzialmente la loro popolazione.

La florida economia del Kenya

L’economia keniota sta conoscendo un grande sviluppo: nel 2001 il PIL del paese ammontava a 31 miliardi di dollari americani, cresciuti a 66 miliardi nel 2010 e a ben 163 miliardi nel 2017. Dal 2010 al 2017 il tasso di crescita si è mantenuto attorno ai cinque punti percentuali. Il PIL pro capite è di 3.500 US$/persona, in sensibile aumento rispetto ai 1.800 US$/persona del 2013 (dati da IndexMundi, estrapolati dal CIA World Factbook). Questo forte sviluppo economico ha portato diverse multinazionali (tra cui Google, Coca Cola e General Electric) a stabilire le proprie sedi africane a Nairobi.

Sotto questa patina di benessere economico si cela però una realtà tutt’altro che rosea: il 44% della popolazione vive sotto la soglia di povertà ed il coefficiente di Gini (un coefficiente che misura la distribuzione del reddito: più il valore è vicino allo 0, più il reddito è equamente distribuito) è pari a 41,6, un numero estremamente elevato se si considera che il Sudafrica, il paese con la più grande disparità di reddito, ha un coefficiente pari a 63,4 (dati 2010-2015 The Economist).

Gli slum

Questa forte disparità si riflette in tutto il suo orrore negli slum della capitale. Questi insediamenti informali occupano il 5-6% della superficie urbana, ma contengono il 60% della popolazione di Nairobi. Uno slum, secondo la definizione data dall’ONU proprio nella capitale keniota nel 2002, è un luogo urbano sovraffollato, con case scadenti, accesso inadeguato ad acqua e servizi igienici e stato abitativo precario. Una persona su otto, nel mondo, vive in aree simili- una su quattro della popolazione urbana complessiva.

Uno degli slum di Nairobi è chiamato “Deep sea”, nome derivante dal terreno scosceso su cui sorge e dal fatto che al limitare dell’insediamento v’è il fiume Mathare, considerato dagli abitanti della bidonville come il proprio “mare”. Qui le condizioni abitative sono a dir poco precarie: i canali di scolo delle latrine attraversano la zona e finiscono nel fiume, non c’è acqua corrente, sono frequentissimi gli incendi- a volte anche dolosi- e la polizia fa regolarmente incursioni contraddistinte da una cruda violenza sommaria.

Le cause che portano le persone a trasferirsi in questo inferno vanno individuate nelle sregolate politiche agrarie che hanno depauperato le campagne provocando un esodo verso Nairobi, che la città non ha voluto e non vuole gestire. Chi arriva nello slum viene con l’intento di mandare soldi al suo villaggio di provenienza, per poi eventualmente tornarvici, ma spesso non riesce a realizzare questo piano a causa delle difficoltà economiche in cui versa e dei debiti che contrae all’interno dell’insediamento. Una parte della popolazione è invece costituita da rifugiati che non ottengono status legale e dunque sono impossibilitati a lavorare: il Kenya è il decimo Paese al mondo per numero di rifugiati, che erano 451 mila nel 2016 secondo i dati di The Economist.

Il costo della vita negli slum è sproporzionato al guadagno che fruttano i piccoli lavoretti con cui vive la maggior parte della loro popolazione. Ad esempio occuparsi di pulizie di vario genere frutta 200 scellini kenioti al giorno, la raccolta di rifiuti 20 scellini ogni 25 chili raccolti (il cambio scellino-dollaro è di circa cento a uno). Acquistare una casa, ovvero una costruzione precaria in lamiera, soggetta a infiltrazioni continue, con l’unica protezione di un lucchetto e che non garantisce alcuna privacy, costa tra i 10.000 e i 20.000 scellini. Quasi nessuno può dunque permettersi di possedere una baracca, e chi ha i mezzi per farlo di solito ha la possibilità di comprarne più d’una e farne un business con l’affitto.

Igiene e salute

L’acqua corrente non arriva nelle abitazioni, ma solamente in bagni comuni al cui interno si trovano latrine, docce e lavanderie. L’utilizzo di questi servizi costa 100 scellini al mese, ma spesso accade che vengano staccate tubature dall’impianto che giunge ai bagni per prendere acqua alla sorgente e rivenderla al mercato nero, o anche ad hotel della zona che comprano taniche d’acqua dalle baraccopoli ad un prezzo inferiore rispetto alla distribuzione ufficiale. L’acqua non è comunque potabile, è frequentemente infetta, e causa dunque tifo, dissenteria e colera. Il problema non è purtroppo circoscritto agli slum di Nairobi: secondo i dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità due miliardi di persone al mondo bevono da sorgenti contaminate da feci. La scarsità d’acqua, assieme ad una cattiva alimentazione, comporta che quasi tutta la popolazione degli slum soffra di stipsi e reflusso.

HIV

In Kenya circa 1.500.000 persone sono affette da HIV, e gli orfani a causa dell’AIDS sono circa 580.000. Negli slum la situazione è drammatica: gli infetti sono il 12%, il doppio rispetto alla media nazionale, e circa il 30% delle donne che partorisconosono affette da AIDS. Alcune ONG, tra cui Rainbow for Africa, un’organizzazione che opera da anni all’interno degli slum di Nairobi, hanno creato piccoli centri in cui assistono persone sieropositive in vari modi: distribuendo farmaci retrovirali per garantire la salute del neonato, offrendo gratuitamente visite anche a domicilio e formando nuovi medici e consulenti in materia.

Disperazione e resilienza

Chi risiede in questi insediamenti cerca di distrarsi dalle terribili condizioni in cui versa consumando alcol e stupefacenti. Sono numerosissimi gli sniffatori di colla e gli alcolizzati, tra cui genitori che a causa delle loro dipendenze abbandonano i figli. Rainbow for Africa cerca di dare assistenza soprattutto a questi bambini, garantendo un’istruzione completa riguardo anche ai temi, fondamentali in quegli ambienti, di igiene e salute. Le scuole fondate da questa organizzazione sono preziosissime per il futuro dei bambini e delle bambine: la mobilità sociale per chi nasce negli slum sarebbe un’utopia se non fosse per queste strutture, in quanto l’istruzione informale all’interno delle baraccopoli ha costi elevatissimi.

Nonostante le condizioni infernali di queste favelas, una buona parte della popolazione non si è lasciata sopraffarre e si è organizzata per renderle più abitabili, collaborando con Rainbow for Africa e istituendo luoghi ed enti che hanno lo scopo di migliorare le condizioni di vita.

L’attaccamento a questi luoghi è dovuto anche alla costante minaccia di vederseli portare via. Lo Stato infatti si propone di realizzare infrastutture facendo finta che gli slum non esistano: secondo Amnesty International parte della popolazione di Deep sea è minacciata dal 2009 per la costruzione di una strada che ha lo scopo di migliorare la viabilità. I residenti si sono organizzati per resistere a questo abuso di potere, intraprendendo dal 2015 azioni legali e opponendosi alla costruzione. Il governo ha reagito a questa protesta col pugno di ferro, intraprendendo sgomberi con machete, bastoni e pistole: nel 2017 trecentocinquantatre baracche sono state demolite, lasciando seicentocinquanta persone senza casa.

Gli abitanti di Deep sea, analogamente a quelli di altri slum in tutto il mondo, non sono considerati dai media mondiali, sono lasciati soli alle loro vite di stenti, alle loro richieste e ai loro problemi. E sono lasciati soli a difendere quella che, nonostante tutto, per necessità e per possibilità, è la loro unica casa.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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