Fenomeni: quando lo sport scrive la storia

Da giovedì 10 ottobre fino a lunedì 4 novembre sarà disponibile con ingresso libero e gratuito nel cortile di Palazzo Thun la mostra Fenomeni: quando lo sport scrive la storia. Si tratta di una piccola esposizione con pannelli che raccontano le storie di alcuni tra gli sportivi più famosi, i quali non sono solo atleti di valore, ma anche persone straordinarie.
Sarebbero tanti i nomi da ricordare, ma per l’occasione sono stati scelti tredici volti, nonché storie diverse. Tra le più famose ci sono sicuramente quelle di Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman, i tre podisti che alla premiazione della gara dei 200 metri alle Olimpiadi in Messico del 1968 protestarono contro la discriminazione razziale- i due afro-americani alzando al cielo il pugno chiuso, e l’australiano mostrando lo stemma dell’Olympic Project for Human Rights.
Ma vi è anche un altro atleta, una ginnasta per la precisione, che durante la stessa Olimpiade protestò per il suo paese: si tratta di Věra Čáslavská, la più decorata ginnasta cecoslovacca della storia.

Era il 1968, due mesi prima delle Olimpiadi in Messico: Věra aveva vinto tre medaglie d’oro a Tokyo 1964, tra cui quella nel concorso individuale, e si stava preparando ad affrontare i prossimi giochi quando le forze militari dell’Unione Sovietica invasero la Cecoslovacchia, ponendo così fine al progetto di Alexander Dubcek di un “socialismo dal volto umano” e alla cosiddetta Primavera di Praga. Si aprì la caccia ai dissidenti, tra cui Věra stessa, in quanto firmataria del “Manifesto delle duemila parole” . La ginnasta quindi si rifugiò tra le montagne e rimase isolata per tre settimane, continuando ad allenarsi nei boschi e nei campi. Come raccontò lei stessa nel 1990 al Los Angeles Times, “Le ginnaste sovietiche erano già in Messico per adattarsi all’altitudine e al clima, mentre io mi appendevo agli alberi, mi esercitavo nel corpo libero sul prato davanti al mio cottage e mi facevo venire i calli alle mani spalando carbone.”

Nonostante le sue posizioni apertamente contro il nuovo regime, il neo-presidente Husak non potè rischiare altre proteste della popolazione per la mancata partecipazione ai giochi di una ginnasta, e così Věra ottenne il permesso di gareggiare alle Olimpiadi rappresentando la Cecoslovacchia. Per lei, come per gli altri atleti suoi connazionali, non si trattò solo di un evento sportivo, ma di un’occasione per battere gli atleti dell’Unione Sovietica e dimostrare che i cechi non si erano ancora arresi. Čáslavská vinse l’oro al volteggio e l’oro alle parallele; alla trave finì invece seconda dopo una russa, non senza poche polemiche da parte del pubblico per il verdetto dei giudici. Qui Věra fece il suo primo atto di protesta, che molti però scambiarono per un errore e un atto di distrazione: durante l’inno sovietico, la ginnasta ceca abbassò la testa e la voltò verso destra. Nulla accadde di fatto subito dopo e alla gara del corpo libero Čáslavská si esibì sulle note dell’amatissimo “Ballo del Sombrero”, conquistando il cuore del pubblico e il favore della nazione ospitanti. Nonostante l’ottima performance, grazie a un intervento della giuria quasi fuori tempo massimo la ginnasta sovietica Larisa Petrik pareggiò con Věra e ottennero entrambe la medaglia d’oro. Ancora una volta, Věra Čáslavská si rifiutò alla premiazione di guardare la bandiera sovietica durante l’inno e, con il mondo a osservarla dietro a una telecamera, abbassò la testa e la voltò verso destra. A quel punto era impossibile negare l’evidenza: non era un errore, ma un chiaro segno di protesta verso il paese che aveva invaso la sua patria.
Alla fine dei giochi, Věra tornò a Praga, si rifiutò di ritrattare la sua protesta e di scusarsi; fu costretta a lasciare le competizioni, e le fu anche vietato di allenare in patria. Per molto tempo, della ginnastica artistica a Věra non rimase altro che la tuta d’allenamento con cui andava a fare le pulizie di scale e portoni. Sarà soltanto con la Rivoluzione di velluto che la storia dell’atleta ritornerà alla luce: Věra divenne consigliera di Vaclav Havel e presidentessa del Comitato olimpico ceco e ancora oggi, a tre anni dalla sua morte, viene considerata non solo come una campionessa olimpica, ma anche come un simbolo della resistenza ceca.

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