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Handke e Tokarczuk: il doppio volto del Nobel 2019

Un riflettore d’eccezione si accende sull’Europa Centrale in occasione dell’attesa assegnazione del doppio Nobel per la letteratura. Una Mitteleuropa che si rivela con la sorprendente potenza di una doppia voce: quella complessa e letteraria dell’austriaco Peter Handke per il 2019 e quella originale e prorompente della polacca Olga Tokarczuk per il 2018.

Di Handke edito in Italia da Guanda (oltre che da Garzanti e Quodlibet), la giuria ha lodato «il lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana»; della Tokarczuk, di cui Bompiani ha pubblicato questa primavera I vagabondi , è stata evidenziata l’«immaginazione narrativa che con enciclopedica passione rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita».

Se il nome della Tokarczuk era atteso dai pronostici (soprattutto dopo un anno, il 2018, turbato dalle accuse di molestie sessuale che hanno travolto la precedente gestione), la scelta di Handke ha suscitato non poche polemiche, soprattutto per il suo passato da sostenitore filoserbo durante la guerra jugoslava. Ma conosciamo meglio i due vincitori.

Che Handke sia un’incontentabile sperimentatore ce ne accorgiamo subito; scrittore, drammaturgo e saggista, ma anche poeta, sceneggiatore e reporter di viaggio, romanziere classe 1942 dal tormentato passato famigliare. È nato a Griffen, in Carinzia, da padre austriaco e madre slovena, quest’ultima morta suicida nel 1971. Questo evento segna per sempre l’esistenza di Handke e sarà oggetto del romanzo semi-autobiografico Infelicità senza desideri, bestseller che ancora oggi è considerato il capolavoro dello scrittore, in cui è evidente il tentativo di ricucire con le parole la ferita di quell’esistenza mancata. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Graz, si è dedicato in modo totale alla letteratura: pezzi teatrali, poi racconti, romanzi, saggi, poesie e diari, ai quali si aggiunge la sceneggiatura per il cinema di “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, trasposizione del romanzo di Handke Prima del calcio di rigore.Tra le altre opere ricordiamo anche Pomeriggio di uno scrittore.

Nel 1995, durante l’orrore di Srebenica, Handke scrive con il suo Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina (Einaudi) un’apologia della Serbia. Lo scrittore austriaco ha sempre respinto l’accusa di essere un «negazionista», sebbene nel corso degli anni la sua ammirazione per il dittatore Milosevic abbia ricevuto molte conferme.

Dalla fine degli anni Novanta Handke si ritira dalla dimensione pubblica  e dal mondo dell’industria culturale, guardato da lui con sospetto, per dedicarsi totalmente alla produzione letteraria.

La sua scrittura è densa e pensosa, irriducibilmente complessa e allo stesso tempo spontaneamente musicale, dalle ambientazioni inconsuete; il drammaturgo Handke è audace e curioso, pronto a insultare il suo pubblico; «Il teatro, così verosimile, è per me un’occasione per immaginare vite possibili», afferma. Da narratore è ricercato e minuzioso, insaziabile ricercatore di senso e lettore infaticabile di Omero, dei tragici (che legge in greco), di Goethe e di Hölderlin. 

L’Accademia ha deciso dunque di premiare la sua attenzione di autore, di lettore, di “esploratore delle periferie dell’esperienza umana e degli angoli più scomodi e reconditi della coscienza individuale”.

Olga Tokarczuk è nata nel 1962 a Sulechów, in Polonia, e oggi vive a Breslavia. Figlia di un’insegnante e di un bibliotecario, sin da bambina trascorre molte ore in biblioteca.

Dopo aver studiato psicologia a Varsavia, debutta come scrittrice di narrativa nel 1993 con Il viaggio del popolo del Libro (1993), ambientato nel XVII secolo in Francia e Spagna. La svolta per la sua carriera arriva con il terzo romanzo, Nella quiete del tempo (1996, trad. R. Belletti).

L’ultimo romanzo I vagabondi le è valso il Man Booker International Prize 2018 ed è stato finalista al National Book Award.

L’Accademia di Svezia l’ha premiata “per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’andare al di là dei confini come forma di vita”.

Accanto ad un’originale attenzione per i riflessi filosofici, religiosi, mistici e pagani della cultura di una società in repentina evoluzione, tema prediletto dei romanzi dell’autrice, costruiti su una costante tensione tra opposti (natura/cultura, ragione/follia, maschio/femmina), è quello del viaggio, all’interno di un pianeta in cui la dimensione spaziale sembra annullarsi, i confini assottigliarsi e dove tutto oramai è accessibile a tutti.

La stessa autrice dichiara di aver “imparato a scrivere in treno, negli hotel e nelle sale d’attesa, sui tavolini pieghevoli degli aerei, seduta sulle scale dei musei, nei caffè, in auto, parcheggiata sul ciglio della strada”, tutti luoghi ideali per osservare indisturbata l’affascinante e vario flusso umano di chi parte, di chi resta, di chi vaga e si ritrova. Nessuna retorica nella sua scrittura, solo una buona dose di autoironia e euforia per questa forma di moto fine a se stesso, assai preferibile alla condizione di statica stabilità: “Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione, alla degenerazione e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe durare addirittura per sempre”

A lei interessano gli uomini, non le cose. Il tempo, non lo spazio. I vagabondi è ricco di storie antiche, remote e improbabili. Anche questa è una forma di viaggio.

Olga Tokarczuk ha lunghi capelli raccolti in treccine rasta, è vegetariana e ha un marito che ha lasciato il proprio lavoro per seguirla come agente e segretario. È impegnata oppositrice dell’attuale governo polacco, convinta europeista, femminista militante e membro della Partia Zieloni (il partito dei “Verdi” polacchi).

Più volte ha dichiarato di avere una quasi-patologica “attrazione verso tutto ciò che è rotto, imperfetto, difettoso, screpolato, verso le forme imprecise, gli errori creativi, i vicoli ciechi, l’incompiuto, il fuori regola”.

Il suo viaggio dunque non è solo quello esteriore attraverso lo spazio fisico dei luoghi, ma è anche il viaggio interiore alla ricerca delle perfette imperfezioni, degli errori della creazione, di ciò che giace nascosto e dimenticato, dei bagliori transitori di tutto quanto è umano e in quanto tale in continuo mutamento.

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