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Catalogna, l’indipendentismo si è risvegliato

Le bandiere dorate a cinque strisce rosse sono sciorinate per diverse vie della Catalogna da migliaia di persone che sfilano invocando l’indipendenza per la regione. Il popolo catalano è infatti tornato a protestare, soprattutto a Barcellona dove si sono verificati gli scontri più accessi tra manifestanti e polizia. Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare ai fatti accaduti nell’ottobre 2017: all’inizio del mese si svolse un referendum per l’indipendenza della regione dalla Spagna, fortemente voluto dall’ex presidente catalano Carles Puigdemont ma dichiarato incostituzionale dal governo di Madrid; il risultato fu, sul 43% delle persone che votarono, un 90% di voti favorevoli. Ma questo valse alla regione e, nello specifico, a Puigdemont un duro contraccolpo: il commissariamento. Questa decisione fu presa dal governo centrale spagnolo alla fine del mese poiché il governo catalano aveva dichiarato, nonostante i ripetuti avvisi, l’indipendenza unilaterale. Questa situazione costrinse Puigdemont a migrare in Belgio, dove si trova ancora adesso e da dove muove i fili della protesta, dichiarandosi comunque estraneo agli atti di violenza dei manifestanti. In merito a questo referendum, arriviamo poi al 2 febbraio scorso quando è iniziato il processo, celebrato dal Tribunale supremo spagnolo, a nove leader catalani che promossero l’indipendenza, tra cui l’ex vice-presidente della Catalogna Junqueras e “Los Jordis”, come vengono soprannominati dai media spagnoli, cioè Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, leader rispettivamente di “Assemblea nazionale catalana” e “Omnium Cultural”, i due movimenti della società civile che organizzavano e promuovevano le manifestazioni pro-indipendenza.

La sentenza del processo è finalmente arrivata il 15 ottobre: detenzione da 9 a 13 anni per i reati di sedizione e malversazione (ma non di ribellione come aveva proposto l’accusa). I legali dei nove processati hanno comunque promesso di fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. La pena più dura di 13 anni è stata data solo a Junqueras, in assenza di Puigdemont, contro il quale è stato emesso un mandato d’arresto internazionale. L’ex presidente catalano si è già consegnato alle autorità belghe, ma il giudice locale l’ha fatto rilasciare con l’adozione di misure cautelari. Nel frattempo il popolo catalano, eterogeneo per età ed estrazione sociale, insorge unito scendendo nelle piazze e nelle vie della regione, accusando i giudici del fatto che la sentenza sia stata più politica che giuridicamente corretta, in quanto mirata a spegnere lo spirito indipendentista che anima, oggi come due anni fa, la popolazione catalana. Per chiedere l’annullamento della sentenza ai nove “prigionieri politici”, le manifestazioni imperversano per tutta la regione, organizzate in quelle che sono chiamate “marce per la libertà”, durante le quali i manifestanti si impossessano di piazze e bloccano vie e strade importanti, come quella che unisce la Spagna con la Francia, o anche anche l’ingresso di importanti edifici, quale ad esempio la Sagrada Familia a Barcellona.

La maggioranza dei manifestanti protesta in modo pacifico, sventolando bandiere, mostrando cartelli e cantando in loop l’inno catalano, ma non è difficile capire che hanno nel cuore un sogno di indipendenza o comunque di maggiore autonomia per quella che è una delle principali motrici economiche e culturali della Spagna. Ma questa è solo una delle due facce della protesta catalana: l’altra è quella segnato dalla violenza e dalle lotte con la polizia. Questi atti di guerriglia sono stati compiuti per lo più da giovani vicini alle idee dell’anarchismo, dell’indipendentismo radicale o desiderosi semplicemente di esserci. Questa ondata di violenza ha portato, solo nella prima settimana, danni da circa 2,5 milioni di euro e oltre 600 feriti (tra cui alcuni gravi), e conseguentemente a circa 200 arresti. L’ondata di protesta ha valicato i confini catalani fino a giungere Madrid, dove dei manifestanti si sono radunati in piazza Catalogna, e anche al Parlamento europeo, dove degli spettatori catalani negli spalti si sono disposti a formare una scritta a favore della causa con le lettere stampate sulle proprie magliette.

Nonostante i gravi danni riportati, gli arresti e i feriti, le proteste continuano per tutta la Catalogna e la politica non riesce a mettere fine agli atti di guerriglia violenta e a trovare un accordo con il movimento indipendentista. Il presidente della Catalogna Quim Torra ha bollato la sentenza come “ingiusta e antidemocratica” e ha chiesto un colloquio con il capo del governo spagnolo Pedro Sánchez per trovare insieme una soluzione alle proteste. Egli spera di ottenere almeno maggiore autonomia per la sua regione, ma questa non sembra un’opzione possibile, poiché il suo interlocutore non sembra disposto a concedere alcunché- tantomeno un indulto per i nove processati. La situazione potrebbe cambiare dopo il 10 novembre, quando il popolo spagnolo sarà chiamato al voto per la formazione di un nuovo governo; ciò potrebbe portare un cambiamento alla situazione catalana, ma sarà da vedere se in meglio o in peggio.

Niccolò Bonato

Studente a tempo pieno, lettore e scrittore in quello perso. Originario di Treviso, ma migrato a Trento per studi (internazionali)

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