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Adrasto: l’unico vero re

ADRASTO: Ché questo bene sol non si recupera,/quando perduto fu: l’anima umana.
(Euripide, Le Supplici, trad. Ettore Romagnoli)

Il personaggio di Adrasto, re di Argo, si lega a doppio filo al ciclo tebano e in particolare alle vicende che riguardano i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, responsabili della guerra civile che insanguinerà Tebe dopo il regno del padre.

E’ proprio il re argivo, infatti, che accoglie Polinice esiliato e concede allo straniero una figlia in sposa e anche un’armata, i famosi Sette contro Tebe – che hanno dato il nome a una tragedia di Eschilo – per strappare il trono al fratello. Egli, quindi, fornisce al figlio di Edipo lo strumento per perpetrare la spirale di violenza che ormai dilania la famiglia reale tebana: lo schieramento dell’armata argiva alle porte di Tebe diventa, cioè, esito ed esplicazione del viscerale odio che ha separato i due fratelli e dell’ambizione dell’uno e dell’altro.

Il «favore» di Adrasto, che ha richiamato i migliori uomini da tutta la Grecia, non è, però, da intendersi come «dissennato», come lo definisce Giocasta ne Le Fenicie di Euripide, mosso quindi da follie non calcolate o velleità espansionistiche: esso è da ricondurre, infatti, a un desiderio di giustizia verso il genero che nel sistema drammatico è riconosciuto sia come vittima del fratello, sia come bramoso dello stesso potere tirannico di Eteocle.

Il consenso di Adrasto alla guerra è, perciò, quasi la naturale conclusione per un ragionamento che pone la rettitudine al centro della discussione, tanto da contravvenire anche il volere di Anfiarao, l’indovino che unico tra gli argivi, consapevole del fallimento dello scontro, si era opposto alla missione. Come afferma lo stesso Adrasto, giunto ad Atene con l’intento di chiedere aiuto al Re Teseo per recuperare i corpi dei caduti alle porte di Tebe, ne Le Supplici di Euripide:

Adrasto: E a far giustizia io mossi; e fui perduto.
Teseo: Consultasti i profeti e l’arse vittime?
Adrasto: Ahi, l’error mio piú grande mi rimproveri!
Teseo: Senza il favor dei Numi andasti dunque?
Adrasto: Peggio! Contro il voler d’Anfïarào.
[…]

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Opliti combattono sotto le mura di Tebe, 555-560 ca, Museo del Louvre, Parigi

Il personaggio di Adrasto si pone quindi agli antipodi rispetto all’atteggiamento tirannico esercitato dai Labdacidi: l’intero dramma dei figli di Edipo è incentrato sulla conquista del Potere – tanto da essere assunto a Dio da Eteocle ne Le Fenicie di Euripide – e sul mantenimento dello stesso; quello del re argivo è, invece, il conflitto di un uomo, scisso tra il dovere nei confronti di Polinice, e la consapevolezza dell’incombenza della strage, presagita da Anfiarao e anche da Tiresia, nella versione eschilea della guerra civile tebana.

Esplicativa in questo senso è la rappresentazione che ne restituisce Stazio nella Tebaide: Adrasto rappresenta la regalità nel suo aspetto di giustizia e saggezza, ma è un contraltare del tutto insufficiente rispetto al potere tirannico detenuto da Eteocle e desiderato da Polinice. La guerra fratricida, infatti, scardina l’ordine naturale e sovverte anche le gerarchie del rispetto:

[…]Per età, per impero egli [Adrasto]è ben degno di riverenza: ma che attender puote da due cuor sì feroci e sì superbi, che al proprio sangue lor non han riguardo? […] (Stazio,Tebaide Libro XI, 80-92 d.C.)

La grandezza di Adrasto culmina, nell’opera dell’autore latino, nell’undicesimo libro, quando propone a Polinice il sacrificio della sua corona argiva a vantaggio del figlio di Edipo: di fronte all’«errore» causato da tanta ira, Adrasto accetta consapevolmente e stancamente di cedere il proprio regno al genero, purché questi abbandoni l’odio verso il fratello. Il discorso, però, si rivelerà inutile, in quanto «nulla più muove il parlar soave negli odii lor quell’anime ostinate» e il nobile re è costretto all’azione ignobile della fuga, diventando complice e pedina del sovvertimento morale e civile causato dallo scontro; proprio per quest’ultimo disperato gesto il personaggio di Adrasto, incontrato da Enea nel VI Libro dell’Eneide, era già stato rappresentato da Virgilio come pallentis imago – espressione traducibile come anima pallida” – non per la condizione di defunto, ma dalla paura e dalla vergogna.

La sua sopravvivenza al campo tebano, assicurata dalla fuga – Adrasto, infatti sarà l’unico tra gli argivi a tornare in patria – non diventa però occasione di condanna unanime: nelle tragedie che raccontano gli avvenimenti successivi allo scontro dei sette contro Tebe, come le sopracitate Supplici euripidee, il re si umilia, attraverso l’azione della supplica, al re Teseo, che riconosce superiore e unico in grado di riportare in patria i corpi dei caduti che sul campo sono diventati ora preda di uccelli e fiere, oscenità nell’ottica greca.

L’implorazione ricorda per modalità e schema, in un certo senso, quella di Priamo nei confronti di Achille per la restituzione del corpo di Ettore, mutilato dalla furia del guerriero acheo: nel caso di Adrasto, la preghiera si fa però più forte in quanto non limitata, egoisticamente, al proprio figlio, Egialeo, che pure alcune tradizioni indicano come morto nel combattimento, ma estesa a tutti gli eroi periti.

L’azione di Adrasto, non si ferma però alla supplica: altri miti lo pongono, infatti, come guida degli Epigoni, cioè quel gruppo di eroi che, per vendicare i padri uccisi, marciò verso Tebe, riuscendo a sconfiggerla. Paradossalmente, però, mentre Adrasto, nella prima spedizione, era stato il solo a salvarsi, nella seconda l’unico a morire è il figlio del re argivo. Il dolore sarà insostenibile e il vecchio re si lascerà morire nel viaggio di ritorno, venendo sepolto a Megara, dove, secondo il racconto di Erodoto, venne istituito un culto a lui dedicato.

Adrasto, quindi, rivela una propria autorevolezza, ponendosi come esempio di magnanimità, anomalia rispetto alle dinamiche del ciclo in cui il suo personaggio è inserito e proprio per questo condannato alla sofferenza dalle turpi vicende che si trova a vivere, ma riconosciuto come meritevole di elogio in quelle situazioni dove regna ancora l’ordine e il rispetto.

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