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Quale confine tra hate speech e libera espressione?

È il momento di ammettere che abbiamo un problema: il linguaggio utilizzato sulle piattaforme social è sempre più aggressivo, violento ed intollerante. È impossibile trovare post di personaggi pubblici che non siano letteralmente sopraffatti da commenti al vetriolo, esplicitamente offensivi, e non possiamo negare che la politica abbia avuto (e continui ad avere) un ruolo fondamentale nello sdoganamento dell’intolleranza, soprattutto in rete.

È proprio questo contesto problematico, in particolare italiano, che ha spinto i ragazzi di Identità Sconfinate a creare questo progetto, con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità civile parlando di confini (fil rouge dello Uman Festival) e libertà.

Qual è il confine fra libertà di espressione e linguaggio dell’odio? Come riconoscere le fake news? Come reagire? Sono queste le domande a cui hanno cercato di rispondere insieme a TLON, scegliendo di collaborare nella loro attività di sensibilizzazione. Il discorso di Identità sconfinate ha guardato al fenomeno dell’hate speech da prospettive diverse, andando ad analizzarne il contesto, il profilo semantico, e quello psicologico.

Stando ai dati, la situazione in Italia è a dir poco preoccupante.

Da una ricerca dell’Istituto Ipsos risulta che, sui 13 paesi presi in esame, sia europei che extraeuropei, l’Italia è prima per distanza fra percezione e realtà; in ultima posizione, invece, troviamo la Svezia. I due paesi, poi, si trovano nuovamente agli antipodi quando guardiamo la statistica del Pew Research Center del 2017, che mostra i popoli più intolleranti dell’Europa occidentale.

È questa dispercezione del dato che causa una risposta sbagliata nei confronti del “diverso”: basti pensare che gli italiani credono che il 31% della popolazione sia composta da immigrati, mentre il dato reale si attesta al 9%. Quello italiano è, quindi, un contesto ad alta intolleranza e problematicità: è un dato di fatto che ci sia un crescente razzismo nella popolazione, e questo lo si può notare non solo nei social, ma anche nei discorsi che affrontiamo quotidianamente. Eppure, come spiegava il famoso genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza nel suo libro “Chi siamo?”, siamo pochissimo diversi, in quanto i geni responsabili delle differenze più “visibili” sono quelli cambiati in risposta al clima. La genetica, quindi, smentisce il concetto stesso di razza, che invece viene spesso utilizzato per creare opposizioni, come se ce ne fossero di superiori, inferiori, più aggressive o più civilizzate.

Come veicolare, quindi, delle informazioni così complesse ma così importanti per migliorare la convivenza tra le popolazioni? Identità Sconfinate ha capito che per veicolare i dati reali raggiungendo un gran numero di persone è fondamentale fare leva sull’impatto emotivo; è quello che hanno fatto, ad esempio, alcuni studenti bolognesi emulando la pratica (estremamente disumanizzante) dei calchi facciali dei primi antropologi, attraverso un’opera in cui i calchi erano degli stessi studenti di antropologia.

Il fenomeno dell’hate speech viene spesso sottovalutato, in quanto viene minimizzato lo stesso valore del linguaggio nella vita di tutti i giorni, senza capire quanto questo condizioni la nostra quotidianità e le nostre abitudini. Se il linguaggio è di per sé è neutro, questo può assumere una carica positiva o negativa in base all’utilizzo che se ne fa. L’utilizzo “In negativo” è cresciuto così tanto nell’ultimo decennio da portare la Commissione Europea Jo Cox a parlare di una piramide dell’odio, che mostra il rapporto fra le azioni d’odio più banali ed i veri e propri crimini d’odio.

Qual è il confine fra hate speech e libertà d’espressione?

A livello giuridico si sono trovate due risposte: per il Patto sui diritti civili e politiciIl discorso di odio è più di una semplice espressione di una opinione offensiva nei confronti di un determinato gruppo, ma contiene un chiaro incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza nei confronti di questo”, mentre la Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa n° 20 del 1997 aggiunge a questa definizione diverse forme di espressione, inclusi video ed immagini, abbracciando, di conseguenza, anche internet e social, che nell’ultimo decennio hanno acquisito un’importanza sempre maggiore.

Ancora, sono state citate le realtà che sono nate negli ultimi anni per contrastare questo fenomeno: un esempio è la campagna di Amnesty InternationalConta fino a 10”, parte del progetto “Barometro dell’odio”, di cui ci ha parlato una ragazza che oltre a far parte di Identità Sconfinate è attivista e volontaria di Amnesty. Questa campagna ha visto più di 600 attivisti impegnati a monitorare i profili social dei candidati e dei leader politici nelle ultime tre settimane della campagna elettorale del 2018, per un totale di 1419 candidati, al fine di segnalare commenti e dichiarazioni offensive ed aggressive sotto video e post pubblicati. Ne è risultato un report i cui numeri sono allarmanti:

  • Il 90,7% delle dichiarazioni offensive segnalate riguarda gli immigrati
  • Il 32% veicola fake news e/ statistiche errate
  • Il 36,4% presenta contenuti difficili da determinare.

Un altro aspetto che è stato trattato durante l’incontro è quello delle dichiarazioni dei politici, in quanto si è notato che in molti dei loro post i fenomeni migratori vengono accostati ad espressioni che fanno riferimento alla sfera bellica, parlando per esempio, come è successo, di situazione da “bollettino di guerra”, o di “invasione”; si tratta di associazioni ingiustificate, che non corrispondono alla realtà, e sono unicamente tese a creare paura e rancore in coloro che le leggono. Su Facebook Giorgia Meloni, inoltre, ha fatto riferimento ad un fantomatico disegno di pulizia etnica messo in atto dalla sinistra: anche in questo caso, parlare di pulizia etnica è un modo per fomentare una distinzione in razze, che, come detto, non trova alcun riscontro a livello scientifico.

In questo modo i politici, anche quando non incitano direttamente all’odio, producono commenti e tweet che, invece, sono esplicitamente discriminatori. La classe politica tende a legittimare l’intolleranza, in quanto sui social è sempre possibile creare, con questi espedienti linguistici, delle vere e proprie comunità d’odio, e delle bolle di radicalizzazione molto difficili da arginare, soprattutto dall’esterno. Per questo, i ragazzi di Identità Sconfinate ritengono sia fondamentale lavorare con la politica, per contrastare l’utilizzo di slogan e false notizie che muovono la popolazione nella direzione sbagliata.

A complicare il quadro generale sono i sentimenti di diffusa sensazione di impunità di coloro che scrivono sulle piattaforme social, collegati all’anonimato che si pensa di avere, e alle carenze legislative a livello di controllo dei social network, nonostante questi siano diventati la principale fonte di dibattito pubblico.

Come si realizza una comunicazione di segno opposto a quella dell’odio sulle stesse piattaforme in cui questo linguaggio viene utilizzato? La scelta di Identità Sconfinate è quella di una politica comunicativa opposta, proponendo risposte costruttive ed espresse con atteggiamento pacifico, supportate da dati e fonti, cercando di instaurare un dialogo costruttivo con gli odiatori.

Cos’è TLON

L’incontro ha visto anche l’intervento di Maura Gancitano, che ha spiegato cosa sono TLON e la campagna “odiare ti costa”.

TLON nasce qualche anno fa come un progetto di divulgazione filosofica, per declinare la filosofia in ambiti diversi, sfruttando i social per far sì che la filosofia venga utilizzata come strumento per capire meglio il mondo. Negli ultimi anni in particolare, TLON si è orientata nella direzione della filosofia politica, al fine di creare uno spazio di riflessione sui social network. Anche in questo caso, si è notato che la politica segue le regole del marketing per mantenersi in uno stato di continua campagna elettorale, spesso seguendo regole false, che creano bias cognitivi e errori sistematici, per contagiare le persone tanto intellettualmente quanto emotivamente.

Perche non ha senso rivalersi sulle persone che credono a queste false notizie? Perche si tratta di persone manipolate, quindi creare divisione fra il “noi” e “gli altri”, come fa il populismo di destra, porta a risultati controproducenti.

Con Cathy La Torre, avvocata specializzata in diritti fondamentali, diritto antidiscriminatorio, privacy e diritto delle nuove tecnologie, hanno pensato ad una strada legale che non fosse penale ma civile, in quanto non sempre la querela, in questo ambito, funziona.  In particolare, hanno creato la campagna “Odiare ti costa” volta ad informare le vittime dell’odio in rete riguardo i loro diritti e a ricevere segnalazioni di contenuti aggressivi.

Inoltre TLON lavora con i social network per l’applicazione di un codice di condotta firmato dall’Unione Europea con le principali piattaforme social, attraverso cui queste ultime si impegnavano a monitorare e verificare le fake news durante la campagna elettorale delle ultime elezioni europee.

Oltre all’aspetto della tutela legale, che è il motivo per cui la campagna è esplosa, di fondamentale importanza è quello dell’educazione digitale: l’obiettivo è far capire che siamo cittadini anche sui social: internet è come un luogo pubblico, per cui è importante comportarci secondo le regole del vivere civile anche quando siamo online.

E’ sentita come necessaria, a questo riguardo, una legge che parli di entrambi gli aspetti, perché non ci può essere cultura digitale senza tutela legale: una legge che tenga conto del dibattito aperto, e vivissimo, a livello europeo e internazionale, e che sia il più possibile di iniziativa popolare, in modo tale da tener conto del punto di vista di tutte le associazioni impegnate in questo ambito, in quanto la politica ha dimostrato una mancanza di interesse nel contrastare in modo mirato l’hate speech. Una disposizione ad hoc, inoltre, sarebbe un modo per affermare che questo fenomeno esiste, per dargli un nome, e per cercare di capirne l’ampiezza.

In definitiva: l’odio in rete è un fenomeno che esiste, è dilagante, ed è indispensabile parlarne; ma soprattutto è di primaria importanza fare qualcosa di concreto per contrastarlo. L’azione di associazioni che hanno un’idea specifica e collaborano fra loro, com’è il caso di Identità Sconfinate, Amnesty, TLON, e i Sentinelli di Milano, può fare la differenza in questa direzione.

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