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Viaggio al centro della giustizia

Nel docu-film “Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle carceri”, prodotto da Clipper Media in collaborazione con Rai Cinema e presentato fuori concorso alla 76° Mostra del cinema di Venezia, i giudici delle leggi decidono di svestire la toga per incontrare i detenuti di sette diversi istituti penitenziari: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni e la sezione femminile di Lecce. Nel loro itinerario, i membri della Consulta sono accompagnati dall’agente di polizia penitenziaria Sandro Pepe, che è il punto d’intersezione tra due mondi apparentemente agli antipodi: da una parte la legalità, le istituzioni, il riconoscimento sociale; dall’altra la criminalità, l’esclusione, l’esilio.  

Seguiti dallo sguardo sensibile e accorto del regista Fabio Cavalli, che dal 2002 dirige la “Compagnia dei liberi artisti associati” di Rebibbia, i giudici costituzionali varcano per la prima volta la soglia delle carceri italiane. Qui sono costretti ad abbandonare la logica stringente della dottrina e della giurisprudenza, che consente di incasellare tutto all’interno di schemi normativi rigorosi, per consegnarsi senza corazza alle domande drammatiche, provocatorie, disilluse dei detenuti che, al di là dei reati commessi, sono e rimangono uomini e donne nella loro disperata umanità.

Il Viaggio diventa l’occasione inedita e preziosa per uno scambio reciproco di storie, esperienze ed emozioni, sul filo di un dialogo reso possibile dal linguaggio comune della Costituzione, che non conosce divisioni perché è “lo scudo di tutti”,  e in particolare dei più deboli e vulnerabili.

Giudici e detenuti, allora, tornano ad essere semplicemente persone, senza più titoli né qualifiche. Si ascoltano, si abbracciano, si commuovono e si consolano a vicenda mentre parlano di princìpi supremi, di diritti inviolabili, di permessi che non arrivano, di figli che non si vedono da mesi, di famiglie cadute in disgrazia. Rimangono nell’aria tanti interrogativi e tutti sanno che le risposte non potranno mai essere esaustive, così come le sentenze non saranno giuste né le storie avranno un lieto fine.  Ma quello che più conta è restituire la speranza, che ha per oggetto piccole cose: un laboratorio di cucina, un’officina per riparare le biciclette, una biblioteca per studiare.

Da San Vittore a Lecce, infatti, la grande paura di chi sconta la pena è soprattutto una: non avere alternative dopo il carcere e rimanere condannato in aeternum alla marginalità sociale. Più di un carcerato chiede con disincanto “Cosa scrivo nel curriculum, che sono stato in prigione? E così chi mi assume?”. Si tratta di un problema importante, purtroppo ancora trascurato, che riempie di significato il primo articolo della nostra Costituzione, in cui al comma 1 si proclama che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Il fatto che questa dichiarazione rimanga, talvolta, lettera vuota, non implica affatto che essa sia priva di senso perché,  come spiega la giudice Marta Cartabia davanti all’attenta platea di San Vittore, “Il fatto che voi percepiate una distanza tra le parole della Costituzione e la realtà non significa che quelle parole non siano vere. Sono gli ideali a cui continuamente aspiriamo anche se la realtà li contraddice, a volte duramente. Come tutte le cose della vita, hanno un’attuazione inesauribile. Uno per esempio non può dire cos’è l’amore per la sua donna, lo impara continuamente. L’ideale è lì per richiamare la possibilità del cambiamento”.

I padri costituenti, che in gran parte avevano conosciuto il carcere, vollero sottolineare chiaramente, all’articolo 27, la finalità rieducativa della pena. La condanna detentiva, quindi, dev’essere vista come  il punto di partenza per una nuova vita e avere per obiettivo “il pieno sviluppo della persona umana”.

Questo principio rivela tutta la sua potenza a Nisida, l’isola che non c’è: grande come uno scoglio ed ancorata a Posillipo da una gettata di cemento, vi ha sede l’Istituto Penale Minorile di Napoli,  un microcosmo che galleggia al largo della città. Come scrive Valeria Parrella nel bel romanzo Almarina, “Mollo gli ormeggi di quella vita di usura che mi è capitata…. come ciascuno che entri a Nisida torno libera, torno bambina”. Una volta varcata la soglia del carcere, i ragazzi rimangono soli a fare i conti con la propria adolescenza usurpata, sgualcita, già strappata dal peso di una colpa che chiede di essere espiata. Ciascun giovane detenuto rappresenta una possibilità da liberare,  una vita nuova da costruire per lasciar andare quella passata, gravata da errori fatali che spesso non dipendono da chi li ha commessi, ma dal Fatum che l’ha assegnato ad un determinato tempo e luogo. Il carcere, dove si intrecciano i geroglifici di tante esistenze, deve consentire a questi ragazzi di sottrarsi ad un destino che appare già segnato e di sceglierne un altro, che li aspetta al di là della colpa,  sebbene essa sia paralizzante e scavi confini difficili da valicare. La strabiliante bellezza dell’isola dov’è ubicato l’istituto sembra suggerire che il mondo, lì fuori, è pronto a regalarne altrettanta, e il mare cristallino che si espande tutt’intorno sta  a ricordare, continuamente, che tutto si può attraversare.

Il Viaggio non è che all’inizio.

P.S.: il film, della durata di 87 minuti, è disponibile gratuitamente su Rai Play.

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