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Jojo Rabbit: la risata di Taika Waititi contro il Terzo Reich

Johannes “Jojo” Betzler (Roman Griffin Davis) è un vispo bambino tedesco del Terzo Reich. Occhi azzurri, capelli biondi da ariano e divisa della Hitler Jugend sono ciò che lo rende più orgoglioso nella sua vita. Il suo migliore amico? Ovviamente Adolf Hitler (Taika Waititi).

Fra timori fanciulleschi ed esercitazioni di heil Hitler tenute direttamente dal Führer, il piccolo Jojo parte per il suo addestramento diretto dal comandante Klenzendorf (Sam Rockwell) e impara tutto ciò che serve sapere ad un nazista: dal lancio di granate e pugnali al riconoscimento dei segni distintivi di un ebreo, le corna da diavolo e la lingua da serpente.

Il campeggio sembra andare per il meglio finché un atto di coraggio non si tramuterà in uno sfortunato incidente che lo renderà per sempre storpio e sfigurato. Dovendo rinunciare al suo sogno di diventare la guardia del corpo di Hitler si accontenterà di svolgere mansioni di bassa manovalanza, anziché andare al fronte per servire la sua amata Germania, finché un giorno non verrà a conoscenza di un segreto che avrebbe preferito non sapere: tra le pareti della sua casa si nasconde un’ebrea che dice di chiamarsi Elsa (Thomasin McKenzie) e di essere stata accolta da sua madre Rose (Scarlett Johansson).

È così che inizia l’ultimo film di Taika Waititi, Jojo Rabbit, che racconta la Germania nazista dal punto di vista di un bambino accecato dalla propaganda hitleriana. Il risultato è un lungometraggio che ha saputo conciliare sarcasmo, ironia e sensibilità, come forse solo Charlie Chaplin era stato in grado di fare nel raccontare questa triste pagina della nostra storia, e lascia sulla bocca dello spettatore un sorriso amaro (e qualche lacrima).

La genialità di questo film sta proprio in questo: raccontare la drammaticità di quel momento storico attraverso un’ironia quasi pirandelliana, un ridicolo dissacratorio, perché è solo con il ridicolo che si può annientare e distruggere il male.

In questa impresa non affatto facile, che alcune volte è scaduta nel banale, il regista è riuscito pienamente. L’ironia è ovunque, anche nella musica. In particolare ho trovato veramente geniale l’utilizzo della canzone I want to hold your hand dei Beatles (nell’interpretazione tedesca Komm gib mir deine Hand) durante la scena della parata nazista. Il sarcasmo è misurato e studiato in ogni battuta e in ogni personaggio, dalla rappresentazione di un macchiettistico Hitler, che si rifà per certi versi a quello del Grande dittatore di Chaplin e quello di Bastardi senza gloria di Tarantino a quella del capitano Klenzedorf, nazista cinico, alcolista, il cui sogno è quello di innovare le divise dei soldati e renderle colorate come i costumi dei Village people.

Il personaggio meglio costruito tra tutti è sicuramente quello della madre, interpretata egregiamente da Scarlett Johansson. Rose è il soggetto più complesso, quello che meglio rappresenta la filosofia di questo film, schietta e caustica quanto tenera, aggrappata alla vita e idealista.

La risata che scaturisce guardando Jojo Rabbit però non è mai sguaiata e liberatoria, nemmeno quando sentiamo pronunciare dai funzionari della Gestapo l’heil Hitler per 31 volte di seguito in segno di saluto. Di fronte a queste scene quasi surreali e ridicole non possiamo che avere una risata ponderata, perché siamo consci che quell’assurdità, quella surrealtà è stata normalità nella nostra storia e di fronte a ciò sentiamo un certo disagio.

Il lungometraggio del regista neozelandese nel suo essere dissacratorio è anche dolce e capace di utilizzare la giusta sensibilità toccando temi quali la diversità, la guerra, l’amore, ma più di tutto Jojo Rabbit è un film che parla di libertà: libertà di essere un semplice bambino, di vivere in pace, di ballare, di pensare, perché quando si è prigionieri l’unico spazio di libertà che ci rimane è quello minuscolo dentro alla nostra scatola cranica.

Jojo Rabbit ci insegna soprattutto la libertà di amare incondizionatamente, aldilà dei pregiudizi, perché l’amore “è la cosa più forte al mondo”, anche più del metallo, della dinamite e dei muscoli.

Erica Turchet

Studentessa di Studi internazionali presso l'università di Trento

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