Grigliate pasquali e sacrificio agli dèi

Cucinare la carne facendo ergere colonne di fumo è una tradizione non apprezzata da tutti, ma sicuramente radicata nell’immaginario italiano di Pasqua e Pasquetta. Molti di quelli che hanno a disposizione un giardino o un balcone con vicini condiscendenti parteciperanno al rito della grigliata, consumando le viscere e lasciando il fumo agli dèi – come da mito greco.

Non importa se parenti ed amici sono in videochiamata, dunque non possono assaporare assieme a noi il gusto della carne. Non importa se, considerando le crisi economica e ambientale incalzanti, sarebbe meglio tagliare sul consumo di carcasse. Ci piacciono i rituali, non solo la sigaretta dello scrittore, il caffè dell’universitario, la chitarra acustica dello «shaby man», la parmigiana dell’anziana prozia, la briscola in spiaggia con gli amici di sempre. I rituali di massa come l’uovo di Pasqua o il tram tram natalizio hanno il loro fascino, anche per le persone poco religiose e disincantate, perché fanno sentire parte di qualcosa di più grande, di pubblico. Aiuta anche la dimensione del cibo, della musica e della festa, perché altrimenti rituale “pubblico” potrebbe anche essere il voto politico, il quale però non è sentito allo stesso modo.

La grigliata di Pasqua e di Pasquetta, questo sacrificio agli dèi che facciamo tutti insieme, attivamente o passivamente, questa ricorrenza condivisa sui social network, ci lascia la speranza di tornare alle nostre abitudini, ai vecchi riti, ai vecchi rapporti umani. Riusciremo un giorno a prendere dei libri in biblioteca, tornare a lavorare, correre nei parchi. Usciremo dalla Stanza dello Spirito e del Tempo o dal loop di “Tutto in famiglia” nel quale eravamo rimasti incastrati. Ma non c’è fretta, la notte è ancora lunga. Nel frattempo, mangiamo e balliamo come se nessuno guardasse – che tanto, nessuno guarda.

p.s. Nella foto dell’articolo, il Taramelli, dove ovviamente si griglia sul balcone. Qualcuno ci guarda.

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