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Quando ad essere virali sono anche le bufale

Ormai da qualche mese a questa parte, più o meno da quando la preoccupazione riguardo al coronavirus ha iniziato ad espandersi a livello globale, tutti noi stiamo ricevendo una quantità preoccupante di messaggi virali che urlano al complotto globale e strizzano l’occhio a qualche fantomatica teoria fantascientifica. Improvvisamente, una schiera di affermati virologi e politici di lungo corso hanno iniziato ad intasare le nostre chat e propinarci balzane idee. WhatsApp, fortunatamente, ha deciso di mettere un freno a tutto questo.

Facebook Inc, proprietario dell’applicazione, ha infatti annunciato che porrà un limite all’ inoltro di messaggi “virali”, ovvero quei messaggi che sono stati già inoltrati più volte. Lo scopo è quello di rendere la popolare piattaforma di messaggistica maggiormente controllabile e meno soggetta alla disinformazione via chat.
Al momento, infatti, è possibile inoltrare un qualsiasi messaggio, virale o meno, fino a cinque chat per volta e indistintamente dal destinatario, sia che si tratti di singole conversazioni sia di gruppi con numerose persone. La volontà è quella di circoscrivere a una sola chat per volta l’inoltro di messaggi.

I messaggi virali sono quelli contrassegnati da una doppia freccia, la quale va ad evidenziare quei messaggi provenienti da più inoltri e quindi di origine incerta ed impossibile da tracciare. Proprio per questo motivo potrebbero diffondere contenuti fuorvianti ed ingannevoli.
Il nuovo limite dovrebbe servire ad impedire  la circolazione di notizie false riguardanti la pandemia da coronavirus e verrà introdotto nei prossimi aggiornamenti dell’app. In realtà, non è la prima volta che si assiste ad un passo verso questa direzione: fino al 2018, infatti, gli utenti WhatsApp poteva inoltrare fino a 250 volte lo stesso messaggio tutti in una volta, numero poi ridotto a venti volte nello stesso anno, per poi passare alle cinque volte nel 2019. Fino alla singola volta a cui siamo arrivati ora.

L’obiettivo principale è quello di arginare il più possibile la velocità di propagazione di un messaggio e quindi di contenere la “viralizzazione” di un contenuto. Rallentare, quindi, il repentino dilagare delle cosiddette “Catene di Sant’Antonio”, spesso e volentieri portatrici di clamorose bufale. Un comunicato di WhatsApp riguardante il nuovo limite, afferma:
«Ovviamente, non tutti i messaggi inoltrati contengono notizie false o contribuiscono alla disinformazione. Molti utenti inoltrano informazioni utili, video divertenti, meme o riflessioni che ritengono significative. Di recente, WhatsApp è stata utilizzata anche per organizzare manifestazioni a sostegno degli operatori sanitari impegnati in prima linea. Tuttavia abbiamo riscontrato un notevole incremento della quantità di messaggi inoltrati. Molti utenti ci hanno riferito di essere infastiditi da questi messaggi e di temere che possano contribuire alla diffusione di notizie false. Riteniamo pertanto che sia importante rallentare la propagazione di questi messaggi per mantenere WhatsApp un luogo dedicato alle conversazioni private».

La questione risulta particolarmente rilevante. Oggi WhatsApp, che dal 2014 appartiene a Facebook, conta circa 2 miliardi di utenti e i messaggi che vengono scambiati quotidianamente sulla piattaforma si calcola siano più o meno 70 miliardi. L’applicazione vive al limite fra l’essere una piattaforma di scambio di messaggi e un qualcosa di simile ad un social network. Proprio per quest’ultima ragione, limitare il numero degli inoltri sembra una scelta all’ insegna della prudenza.
WhatsApp, da ormai qualche anno dispone di una crittografia end to end (la stessa da Telegram), che dona a chi chatta una certa sicurezza.  È tecnicamente impossibile bucare la piattaforma per intercettare i messaggi, a meno di clamorose falle nel sistema. Come spesso ribadito dagli stessi manager dell’azienda, è impossibile anche per gli ingegneri di Menlo Park decriptare una conversazione fra due utenti. Un messaggio inviato è una combinazioni di dati che lo rende visibile solo a chi lo invia e a chi lo riceve. Una sicurezza che, in certi casi, diventa un pericolo.
WhatsApp, oggi, è a tutti gli effetti un potenziale veicolo di messaggi pericolosi: sulla piattaforma possono passare contenuti che istigano all’ odio, al bullismo, o qualsiasi altra cosa, ma l’app può anche veicolare propaganda politica basata su delle Fake News– la stessa che Facebook sta cercando di stroncare. E non è una novità che molti partiti politici utilizzino proprio l’app di messaggistica per far girare brevi video.
La notizia dell’ulteriore limite impostato all’ inoltro di messaggi, nonostante dia un segnale importante, sembra solo una prima forma di prevenzione. Piccoli accorgimenti, davanti a un gigante.

Oggi distinguere in linea di principio informazione, propaganda e pubblicità è divenuto molto difficile. L’universo della comunicazione è un mondo nel quale tutto si mescola e si sovrappone e nel quale è arduo separare il contenuto di verità dei messaggi dalle intenzioni più o meno pulite di chi lo invia. Non abbiamo trovato il paradigma adeguato per comprenderlo. Gli unici strumenti a nostra disposizione sono acume e lo sviluppo di uno spirito critico ed attento alla realtà che ci circonda, a prescindere da quanto questa possa rivelarsi ambigua e sfaccettata.



Michele Bargagli

Nato a Brescia ventuno anni fa. Studente di Studi Internazionali

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