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Aisha Romano

Domenica 10 maggio dopo diciotto mesi di prigionia una ragazza è potuta tornare a casa sua. Ma questo ritorno, come altri in passato, non è destinato ad essere un lieto fine per la protagonista. Silvia Romano ormai non ha bisogno di essere presentata, tutti la conosciamo. È quella che se l’è cercata, che ha inscenato tutto, che si è sposata ed è scappata, che non merita di essere salvata e che, per finire, è quella ingrata.

Immaginate quei film dove il protagonista entra in una sala piena di gente e tutti si fermano senza parole ad osservare. Ecco, quando Silvia è scesa dall’aereo è successa la stessa cosa. Nessuno ci poteva credere che quella ragazza, di soli 25 anni, fosse coperta da testa a piedi, almeno chi ci ha fatto subito caso. Potrò sembrare patetica o banale, ma io la prima cosa che è ho notato è stata una ragazza sorridente che si riuniva ai suoi congiunti. Ora siamo anche molto più sensibili al tema “congiunti”, quindi potete capire. Non tutti però sono patetici come me e, al “mi sono convertita”, Silvia ha scatenato un vero e proprio pandemonio.

Silvia però, era condannata a priori, indipendentemente dal fatto che si fosse convertita o no all’islamismo. Quei 4 milioni non se li meritava una che “se l’è cercata”, una che poteva benissimo stare a casa sua a fare volontariato. Silvia però lavorava, si è specializzata per poter fare ciò che faceva. Uno stesso ragionamento era stato fatto nel 2015 per Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria e poi liberate. Giravano per Aleppo felici, quindi se lo meritavano. Una volta scagionate avevano espresso il desiderio di ripartire, per questo motivo anche loro giudicate ingrate.

Non importa la persona fisica, in questo caso Silvia, importa il denaro dato alle cellule terroristiche. Importa il fatto che per la “bravata” di una ragazza, 4 milioni (cifra, peraltro, non confermata) siano usciti dall’Italia. La mentalità però, come ben sappiamo, non si può cambiare dall’oggi al domani. Tutto il caso mediatico si sarebbe incentrato su questo; per l’ennesima volta avremmo discusso sulla disparità di trattamento tra uomo e donna nei casi di rapimento all’estero. Perché sì, di questo si parla, dal momento che pochi mesi fa del ritorno di Luca Tacchetto- rapito in Burkina Faso nel 2018 ed anch’egli convertitosi all’islam durante la prigionia- non è stato fatto un caso mediatico. Invece la conversione di Silvia ci ha dato l’opportunità, in parte di non cadere nel banale.

La polemica si è spostata sull’intolleranza verso un altro credo: per questo motivo gli è stato dato dell’ingrata. “Noi paghiamo e tu diventi come loro?!”. Però la correlazione non c’è, perché avrebbe potuto non farlo e comunque il riscatto sarebbe stato pagato. Non esiste correlazione, perché Silvia è stata salvata in quanto cittadina italiana. Le dinamiche con le quali opera l’intelligence e in che modo decide di pagare il riscatto non le possiamo sapere.

Quando dico di non cadere nel banale mi riferisco a commenti del tipo: “Non poteva stare con loro visto che la trattavano così bene?”. Infatti Silvia, che ora si fa chiamare Aisha, dice di non essere mai stata toccata dai suoi rapitori e appare serena e convinta della sua decisione. Secondo alcuni giornali, Silvia ha raccontato anche di avere lei stesso chiesto di leggere il Corano. Molte persone si sono subito accanite per queste dichiarazioni senza prendere in considerazione i fattori psicologici. Così hanno fatto anche le testate giornalistiche, pur sapendo benissimo che la giovane potrebbe essere mentalmente molto provata- è nota, ad esempio, la “Sindrome di Stoccolma” che viene così definita sul dizionario: “promuove inverosimili rapporti affettivi tra le vittime di sequestro di persona ed i loro rapitori; sembra essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma del diventare ostaggio e coinvolge sia i sequestrati che i sequestratori”.

Morale della favola: rimaniamo in parte un paese superficiale, in grado solamente di giudicare e alimentare l’odio, e anche molto sessista. Ci dimentichiamo del fatto che l’articolo 19 della Costituzione sancisce la libertà di culto e che quindi non è reato essere musulmana. Anche se avesse deciso di sua spontanea volontà, tutto ciò non ci riguarda. Silvia/Aisha rimane cittadina italiana. E infine, ora come ora, non ci dovremmo preoccupare di lei, quanto dell’assembramento di giornalisti sotto casa sua.

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