La pirrica. Danze guerriere ed educazione civica nell’antica Grecia

di Luca Valle Salazar

«Bisogna aver ancora un caos in sé per poter generare una stella danzante». Questa è una delle più famose citazioni di Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, ripresa non solo in opere d’arte, ma dai più vari mezzi di comunicazione: blog in internet, pubblicità, persino bigliettini nascosti nei dolciumi. L’idea del ballo come espressione del caos interiore è antica almeno quanto la Grecia. Non a caso, in un’altra opera – La nascita della tragedia –, lo stesso filosofo portò all’attenzione dell’Europa ottocentesca un lato fino ad allora poco noto di quella cultura: il dionisiaco. I culti del dio Dioniso prevedevano pratiche e danze rituali i cui partecipanti cercavano di entrare in stati di estasi, sentiti come purificatori dell’anima (‘catartici’). Le giovani danzatrici dedite al culto (le cosiddette ‘menadi’) dovevano apparire come rapite dall’istinto, animalesche, e legate al mondo della natura selvaggia piuttosto che a quello dell’ordine e del raziocinio che si vedeva nelle città greche, coi loro templi lineari, armonici, perfetti.

Tuttavia, le danze estatiche non erano le uniche, né le più famose in Grecia. Nell’antichità, infatti, esisteva una gamma piuttosto ampia di stili di danza, molti dei quali, per esempio, erano svolti dai cori durante le tragedie ad Atene. Un tipo particolare era quello delle danze armate: si trattava di balli svolti con le armi, imitando movimenti guerrieri, o entrambe le cose. Spesso erano ritmati, e accompagnati dal flauto (Ceccarelli 1998, cap. 7). Di questi si trova traccia nella mitologia – quella che gli antichi Greci consideravano la loro stessa storia antica –, come per esempio nella storia dei Cureti, divinità minori dell’isola di Creta, le quali danzavano armate. Si racconta che quando nacque Zeus, il re degli dèi dell’Olimpo, egli si trovava in pericolo. Suo padre, il titano Cronos, temendo che il suo potere fosse usurpato dal figlio, voleva mangiarselo. La madre Rea, però, ideò uno stratagemma per impedirglielo, nascondendo il neonato, e in questo fu aiutata dai Cureti, che lei stessa aveva educato alla danza. Come tutti i bimbi, Zeus faceva parecchio baccano, e allora i Cureti si misero a ballare battendo le lance sugli scudi per coprirlo, così da non farlo trovare dal titano.1

Lasciando da parte le storie mitiche, in epoca storica le danze armate erano molto praticate, tanto che una di queste è la danza più documentata di tutte quelle dell’antica Grecia, di cui abbiamo notizia: la danza cosiddetta ‘pirrica’ (in greco πυρρίχη, pronunciato ‘pirrìche’). Non è molto chiaro se il nome indicasse un solo tipo o piuttosto un insieme di diverse danze armate (Ceccarelli 1998, cap. 1); l’origine del nome non era chiara neanche ai Greci. Per qualcuno si chiamava così dal nome dell’inventore, un certo Pirrico (Aristosseno, Fr.Hist. 46). Per altri invece il nome derivava dall’occasione della sua invenzione: i funerali di Patroclo – il compagno di Achille –, quindi da ‘pyrà’, ovvero la pira dove si bruciava la salma (Aristotele, Fr. 519). Altri ancora dicevano che ad inventare il ballo era stato lo stesso figlio di Achille, Neottolemo, anche chiamato Pirro. Ma in cosa consisteva questa danza? Ce la descrive Platone, il filosofo ateniese: «Essa imita le mosse di difesa da ogni colpo e lancio, attraverso le parate, la ritirata, il salto in alto e l’abbassarsi, e imita anche le mosse contrarie, cioè quelle con cui ci si dispone in figure d’attacco, cercando di imitare mimicamente i lanci di frecce e giavellotti e ogni genere di colpo» (Platone, Leggi VII, 814e-815b).

La danza, cioè, imitava i movimenti che venivano fatti in combattimento dai guerrieri. Si potrebbe pensare, quindi, che fosse un ballo praticato da uomini; nell’antichità, infatti, alle donne non erano concesse le attività politiche né militari. Tuttavia, non è così: lo storico Senofonte scrisse un’opera in cui raccontava il ritorno di un esercito greco dalla Persia, dopo una battaglia a cui lui stesso aveva preso parte. Lungo il cammino i Greci incontrarono molti popoli, con cui ebbero a che fare, a volte in modo ostile, altre in amicizia. Arrivati in Paflagonia (nell’odierna Turchia), ci furono dei conflitti con la popolazione locale, ai quali il governatore decise di porre fine promettendo ai Greci che i Paflagoni avrebbero cessato le ostilità, se loro avessero fatto lo stesso. I Greci accettarono, e invitarono i capi dei Paflagoni a una festa di ospitalità. Durante la festa si susseguirono molti danzatori di varie città greche e non solo, che eseguivano danze armate di vario genere. I Paflagoni rimasero sbalorditi nel vedere che i Greci ballavano indossando le armi, e a quel punto un greco della Misia «vedendoli così stupiti, convinse uno degli Arcadi che aveva acquistato una ballerina a farla entrare, acconciandola come meglio riuscì e dotandola di uno scudo leggero. Lei allora danzò la pirrica con grande agilità. E così scoppiò un forte applauso, e i Paflagoni domandarono se anche le donne combattessero insieme a loro. Loro risposero che erano state le donne a far battere in ritirata il gran re dall’accampamento greco. E così si concluse quella serata» (Senofonte, Anabasi VI, 1, 12-13).

Gli Arcadi provenivano dall’Arcadia, una regione della penisola meridionale della Grecia, il Peloponneso. La città più potente e famosa di quella penisola era però un’altra: Sparta. La fama degli Spartani, l’inflessibile popolo guerriero, ha viaggiato nei millenni, ripresa da legislatori, filosofi e scrittori di tutte le epoche. Non solo la letteratura, infatti, si è ispirata al mito di Sparta: ai nostri giorni anche Hollywood ha saputo sfruttarne la forza con film campioni d’incassi come 300 di Zack Snyder. Il film parla della battaglia delle Termopili, dove il re spartano Leonida insieme al suo piccolo contingente di trecento uomini difende la libertà della Grecia, affrontando l’immenso esercito invasore guidato da Serse, il gran re della Persia. 300 si basa sull’omonimo romanzo a fumetti di Frank Miller, basata a sua volta su un altro film del 1962, The 300 Spartans (Jensen 2018). Come spesso accade coi kolossal cinematografici, la trama non è storicamente accurata: sebbene siano riprese molte notizie antiche riguardo a Sparta e all’episodio delle Termopili, queste sono mischiate tra loro e molti aspetti omessi, ai fini della messa in scena e per un maggior impatto sul pubblico moderno2. Tra le altre cose, nel film non si vede qualche atteggiamento ambiguo – dal punto di vista persiano – che avevano i guerrieri spartani di fronte alla guerra, come quello di pettinarsi i lunghi capelli prima della battaglia, in modo da essere belli nel momento della gloria o della morte (Erodoto, Storie VII, 208; Plutarco, Licurgo 22, 1-2). Un altro uso documentato nell’antichità, ma che non viene messo in luce nel film, era la loro abitudine di danzare. Si dice che i guerrieri spartani, i più temuti in Grecia per la loro ferrea disciplina militare, avanzassero verso la battaglia al suono del flauto, battendo ritmicamente i piedi in una specie di danza di guerra (Plutarco, Licurgo 22, 4-6).

I giovani spartani, uomini e donne, partecipavano a diverse festività religiose in cui danzavano (Flower 2018). A Sparta vigeva una legge marziale e comunitaria molto severa, basata su un’educazione rigida che impegnava il cittadino a partire dai sette anni di età, fino ai trenta, grossomodo. Durante l’agogè – così si chiamava – i giovani vivevano in comunità, condividendo tutto, dai letti ai pasti, dalle fatiche alle gioie. Uno dei valori-perno dell’educazione spartana era il coraggio, naturalmente, dato che tutto il sistema era pensato per fare dei cittadini anche ottimi soldati – i migliori. Tra le varie attività previste nel programma educativo c’erano, oltre agli insegnamenti teorici degli anziani, la lotta e altre attività ginniche – tra cui la danza –, e la musica (Christesen 2018). Tre brevi versi di un antico poeta ci fanno capire il legame tra educazione, guerra, danza e musica per gli Spartani: «Là, consigli di anziani / e lance di nobili giovani primeggiano, / e danze e la Musa e Aglaia» (Pindaro, citato in Plutarco, Licurgo 21, 6).

Troviamo un tipo di ordinamento comunitario molto simile anche in un’altra regione greca: l’isola di Creta. Questa, secondo gli antichi, aveva molte somiglianze con Sparta – anche se forse queste corrispondenze sono più un’idealizzazione dei pensatori greci e romani piuttosto che una realtà pienamente storica (Lupi 2017, p. 26-28). Ad ogni modo, anche a Creta si praticavano danze guerriere, e in particolare la pirrica: ricordiamo che lì era ambientato il mito dei Cureti e della nascita di Zeus, di cui abbiamo parlato prima. Sui Cretesi, il geografo antico Strabone ci racconta che «perché non fosse la codardia a prevalere, ma il coraggio, il legislatore comandò che sin da piccoli fossero educati all’uso delle armi e abituati alle fatiche, cosicché non si curassero del caldo né del freddo, né delle vie ripide e impervie, né dei colpi inferti nelle palestre e nelle battaglie vere; e inoltre comandò che si allenassero non solo nell’uso dell’arco ma anche nella danza armata – che fu dapprima inventata dai Cureti, e più tardi chiamata ‘pirrica’ dal nome dell’uomo che le diede un’organizzazione –, affinché neanche i loro giochi da ragazzi fossero privi di utilità per la guerra» (Strabone, Geografia X, 4, 16). Quindi anche a Creta, come a Sparta, la danza sembra essere inserita nel percorso educativo del cittadino-guerriero, in funzione dello stimolo del valore del coraggio (‘andreia’).

La danza pirrica e le danze guerriere in genere, quindi, erano un elemento fondamentale nell’educazione, utilizzate per stimolare e sviluppare il coraggio nei giovani spartani e cretesi, che sarebbero diventati soldati e che avrebbero difeso la patria una volta cresciuti (Ceccarelli 1998, cap. 1). Ma in che modo avveniva questo stimolo? Perché i Greci potevano pensare che, facendoli ballare, i giovani sarebbero poi stati bravi guerrieri?

A questo ci può rispondere Platone, sebbene egli non parli di Sparta, né di Creta. Platone era ateniese, e scrisse le sue opere un secolo dopo la guerra contro Serse. Una delle sue idee più famose fu il progetto di organizzare uno Stato ideale: una città che funzionasse alla perfezione, dove ogni cittadino avesse il suo ruolo in base ai suoi talenti e alle sue capacità, e dove tutta la comunità operasse per il bene della comunità stessa. In un suo dialogo – Le Leggi –, Platone fa incontrare tre soggetti in viaggio per la Grecia, i quali per passare il tempo insieme parlano di quali caratteristiche dovrebbero avere i cittadini di questo Stato ideale, a cui danno il nome di Magnesia. Scopriamo che Magnesia ha molte qualità in comune con l’organizzazione di Sparta: un ordinamento fissato da un legislatore, che privilegi la vita comunitaria, la maggior condivisione possibile (come per esempio i pasti comuni, presenti anche a Sparta), e la cooperazione disciplinata e armonica tra i cittadini.

A questo punto ci si può chiedere: che cosa c’entra la danza pirrica in tutto questo? Nell’educazione del buon cittadino a Magnesia – come a Sparta e a Creta – sono importanti gli esercizi ginnici, e in particolare la lotta e la danza. Abbiamo già visto la descrizione che Platone ci fa della pirrica (l’imitazione delle movenze dei guerrieri in combattimento), ma cerchiamo di capirne di più. Platone divide le danze in due grandi categorie: quelle che rappresentano movimenti ‘nobili’, e quelle che rappresentano movimenti ‘vili’. Quelle nobili le divide ancora in altre due categorie: le danze di pace e le danze di guerra. E così «l’imitazione di ciò che è nobile è quella dei corpi belli, dall’animo coraggioso, impegnati in guerra o in dure fatiche, ma anche l’imitazione di uno spirito saggio, che vive nel successo e tra piaceri moderati. Quest’ultima, secondo la sua natura, la si potrebbe chiamare “danza della pace”. Quella della guerra invece, essendo diversa da quella della pace, la si potrebbe chiamare correttamente “pirrica”». Segue poi la descrizione di quest’ultima, citata prima, e poi si afferma che «quando si imitano corpi e anime nobili, queste danze sono eseguite in modo corretto ed energico, e cioè quando le membra del corpo sono ben tirate; e questo si può dir che è giusto, ma, se non è così, non lo possiamo accettare come corretto» (Platone, Leggi VII, 814e-815b).

Quindi, per rispondere alle nostre domande, è fondamentale il concetto su cui qui insiste Platone: la mimesis, ossia l’imitazione. Per il filosofo, con la danza non si imitano solo i movimenti del guerriero, ma anche il suo animo nobile, così da acquisire i suoi valori fondamentali: coraggio in tempi di guerra, saggezza e temperanza in tempi di pace. Quindi al coraggio – la qualità più apprezzata del cittadino spartano e cretese – Platone aggiunge delle qualità che servono a chiunque per poter essere buoni cittadini, e poter collaborare e rendere al massimo nella propria comunità.

Platone era di Atene, e anche qui sappiamo che veniva praticata la pirrica, soprattutto in certe festività religiose in onore della dea patrona della città, Atena (Ceccarelli 1998). Non a caso Atena era per i Greci la dea della guerra e quindi del coraggio guerriero, ma anche della tecnica e della saggezza, quindi di quelle qualità che corrispondono al coraggio guerriero nella vita del comune cittadino: saggezza, temperanza e, quindi, giustizia. Ballare per Atena, perciò, significa ballare per migliorarsi in queste qualità e, così facendo, migliorare la comunità di cui si fa parte (Spaltro 2011). E come si fa? Solo quando si balla in modo energico – ci ricorda Platone – si ottiene la perfezione del corpo.

Ricapitolando, abbiamo visto che un tipo di danza molto praticata nell’antica Grecia era quello delle danze guerriere, tra cui la pirrica. Questa consisteva nell’imitazione dei movimenti dei guerrieri in combattimento, sia di attacco che di difesa, e veniva eseguita sia da uomini sia da donne in varie località greche, come a Sparta, a Creta o ad Atene. Questa danza poteva essere uno spettacolo piacevole e sbalorditivo nelle feste, ma anche un esercizio ginnico utile all’educazione dei soldati e dei cittadini, attraverso l’imitazione dei gesti e dell’animo valoroso del guerriero.

(Da sinistra a destra) Lekythos attico a figure nere con danza pirrica, 525-475 a.C. ; Guerriero balla la pirrica alle Panatenee accompagnato dal flauto, oinochoe attica, Pittore di Athena, Pittore di Athena, 490 a.C. circa; Due satiri ballano la pirrica, oinochoe attica, Pittore di Athena, 500-470 a .C.

Note

1La versione più antica del racconto della nascita di Zeus si trova nella Teogonia del poeta Esiodo (VIII-VII secolo a.C.), dove però non compare il riferimento ai Cureti, che troviamo in autori più tardi, tra cui Apollodoro il mitografo (vd. Apollod., Bibliotheca I, 1, 7).

2La narrazione antica dell’episodio si trova nel libro VII delle Storie dello storico Erodoto (V secolo a.C.).

Bibliografia

  • Ceccarelli, Paola. (1998). La pirrica nell’antichità greco romana. Studi sulla danza armata. Pisa-Roma: Istituti editoriali e poligrafici internazionali.
  • Christesen, Paul. (2018) Sparta and Athletics, in: Powell, A. (ed.). A Companion to Sparta. Hoboken (NJ): John Wiley & Sons Ltd.
  • Flower, Michael A., (2018). Spartan Religion, in: Powell, A. (ed.). A Companion to Sparta. Hoboken (NJ): John Wiley & Sons Ltd.
  • Jensen, Jean R. (2018). Reception of Sparta in North America. Eighteenth to Twenty-First Centuries, in: Powell, A. (ed.). A Companion to Sparta. Hoboken (NJ): John Wiley & Sons Ltd.
  • Lupi, Marcello. (2017). Sparta. Storia e rappresentazioni di una città greca. Roma: Carocci.
  • Spaltro, Frances L. (2011). Why Should I Dance for Athena? Pyrrhic Dance and the Choral World of Plato’s Laws.University of Chicago: ProQuest LLC.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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