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Skam 4: una realtà da scoprire

Smettiamo mai di essere adolescenti? Questo è quello che mi chiedo ogni volta che su Netfilx mi imbatto nell’ennesimo “teen drama” e lo guardo tutto d’un fiato. C’è ancora qualcosa che ci attira di quegli anni; forse perché ti aspetti di passare delle ore tra la spensieratezza di un gruppo di liceali e invece arrivi alla fine che pensi e rifletti a ciò che hai appena visto. Rispetto a dieci anni fa questi format televisivi ne hanno fatta di strada, focalizzandosi su argomenti prima marginali ma lasciando, giustamente, il dramma esistenziale al centro.

Skam mi ha lasciato questa sensazione. La serie è il remake di un format norvegese che racconta i tipici problemi di un gruppo di liceali. Ogni stagione si focalizza su un personaggio diverso, sviscerando fino in fondo tutta la sua quotidianità, dal rapporto con i genitori, al primo amore, fino ai disagi dell’adolescenza.

Una festa di liceali: Sana cerca un bagno; lo trova: si lava il viso, stende il suo tappetino e inizia a pregare fino a quando non viene interrotta da una coppia che vuole appartarsi. Parte così la quarta stagione di Skam, forse la più attesa perché, se nelle stagioni precedenti Eva, Martino ed Eleonora rappresentavano ciò che conosciamo, Sana rappresenta quella minoranza di cui ancora neghiamo, o meglio ignoriamo, l’esistenza. Sana, interpretata da Beatrice Bruschi,  è una ragazza di origini tunisine di seconda generazione, che indossa il velo e questo la porta a stare sempre sull’attenti. La vediamo scontrarsi quotidianamente con gli stereotipi imposti dalla società mentre vive due vite parallele, come accade a chi appartiene a due culture. La dicotomia della sua esistenza la porterà ad un lungo conflitto con sé stessa, con le sue credenze e, di conseguenza, anche con chi le sta vicino.

Geniale il discorso tra lei e Martino, protagonista della seconda stagione, sulla diversità. “Però capisci che certe cose noi non le sappiamo, nessuno c’è le spiega“, è la risposta di Martino, interpretato da Federico Cesari, quando Sana si lamenta del fatto che tutti credono che il velo le sia stato imposto. Nessuno ci spiega cosa vuol dire appartenere a un’altra religione. Viviamo in un paese laico che però è radicato nelle fondamenta cristiane e l’unica cosa che ci viene detta è che alcune religioni sono più chiuse di altre. Nessuno ci spiega come confrontarci con la diversità e forse perché non consideriamo queste, parte della nostra società. Sana è italiana in tutto quello che fa ma, quando Martino le chiede il perché del velo o se è peccato agire in certi modi davanti a lei, ecco che si rivela il pensiero che l’occidentale ha su determinate tematiche. La maggior parte di noi crede di sapere, dà molto per scontato e, così facendo, lascia che si creino delle situazioni di disagio nel momento in cui c’é chi vuole veramente sapere. Da una parte la paura di chi chiede e dall’altra la voglia di spiegare e, al contempo, l’irritazione per domande che sembrano banali. Martino porta Sana a riflettere su quanto siano simili; anche lui, per il fatto di essere omosessuale, sa cosa significhi essere oggetto di additamenti e di curiosità. “Se noi vogliamo fare capire le nostre differenze, dobbiamo dare risposte intelligenti alle loro domande stupide“, dice Martino. Il confronto di Sana e Martino, tanto profondo quanto maturo, ci sbatte in faccia la realtà di una società che dovrebbe prendere coscienza di sé. Solo parlando, possiamo normalizzare quelle “categorie” che sono ancora oggetto di emarginazione. Solo così possiamo includere ciò che non conosciamo nella società.

La serie, diretta da Ludovico Bessegato, ha visto la consulenza di Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale a Milano che porta il velo ed è stato un contributo che si percepisce non poco. “L’ingrediente segreto” di  Skam è quello di raccontare la vita per quello che è, senza ostentare. La realtà di Sana è realtà per tanti ragazzi e ragazze che pur essendo a casa loro si sentono ancora fuori luogo, per chi amano, per le loro origini o per le loro credenze. Se solo ascoltassimo di più, se solo lasciassimo cadere le nostre convinzioni potremmo riflettere su risposte del tipo: “Se ti dicessi che per me portare il velo è una scelta femminista, tu che mi dici?”

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