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La lunga notte degli Stati Uniti

Lunedì 25 maggio. La polizia di Minneapolis, Minnesota, interviene su segnalazione di due commessi, che sospettano che degli uomini abbiano pagato delle sigarette con una banconota falsa. Gli agenti arrivano sul posto e arrestano uno dei sospettati, un uomo afroamericano di nome George Floyd: egli non oppone resistenza all’arresto, ma cade a terra prima di salire sulla volante. A questo punto uno degli agenti intervenuti, Derek Chauvin, preme con forza il proprio ginocchio sul collo dell’uomo, immobilizzandolo, benché Floyd- come acclarato da una meticolosa ricostruzione video del New York Times- non costituisse un pericolo per gli agenti ma fosse anzi in evidente stato di sofferenza. Floyd si lamenta più volte di non riuscire a respirare, ed anche alcuni passanti incominciano ad esprimere vocalmente il loro sgomento alla scena; passano quasi nove minuti, però, prima che l’agente molli la presa. Floyd nel frattempo ha perso conoscenza e morirà poco dopo, in seguito ad un arresto cardiaco. La scena viene immortalata in un video di un’adolescente, diventa presto virale e alle reazioni incredule dei passanti della cittadina del Midwest si aggiungono quelle di tutto il mondo.

La morte di George Floyd ha destato sin da subito grandissimo sgomento, forse proprio perché c’è un video che non lascia spazio a dubbi, circolato in modo capillare sferrando un pugno nello stomaco a chiunque cliccasse su play. Non è però un episodio isolato: negli Stati Uniti, gli episodi di razzismo e di violenza della polizia ai danni delle minoranze sono un numero preoccupante. Giusto per fare qualche ulteriore esempio, poche settimane fa la polizia di Louisville- un’importante città del Kentucky- aveva ucciso una giovane afroamericana, Breonna Taylor: degli agenti in borghese fecero irruzione in casa sua, poiché sospettata di detenere delle sostanze stupefacenti (accuse poi rivelatesi infondate), e spararono una fatale raffica di colpi in risposta ad uno sparo del fidanzato di Taylor, che aveva agito in autodifesa pensando ad un’aggressione. Negli stessi giorni, nella vicina Georgia, il giovane Ahmaud Arbery fu inseguito ed ucciso da un ex poliziotto e dal figlio di lui mentre faceva jogging poiché sospettato- in base al solo colore della pelle- di essere il responsabile di un’effrazione avvenuta in zona. Il procuratore accolse la tesi della difesa secondo cui gli assassini avevano ucciso per legittima difesa dopo essere stati aggrediti, malgrado l’omicidio anche in questo caso fosse stato filmato e dal video apparisse inequivocabile che Arbery non avesse attaccato i suoi assassini. In seguito alla diffusione del filmato, il caso fu riaperto ed assegnato ad un altro procuratore.

I casi di Floyd, Taylor ed Arbery sono tutti esemplificativi di come la questione razziale negli Stati Uniti sia ancora incredibilmente attuale e lungi dall’essere risolta. Il risalto mediatico che l’omicidio di Minneapolis ha avuto, ha spinto moltissime persone a scendere in piazza, chiedendo a gran voce giustizia per tutti questi casi e un’assunzione di responsabilità da parte della polizia per gli abusi del proprio potere. Queste proteste hanno riguardato moltissime città americane. Sono state largamente pacifiche, ma in alcuni casi sono degenerate con violenza e saccheggi.

Ciò che più colpisce di queste proteste è che proprio mentre i metodi violenti della polizia americana sono finiti sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica, gli episodi di uso sproporzionato della forza non sono affatto diminuiti: vi sono stati numerosissimi episodi di violenza inutile, indiscriminata ed insensata nei confronti di persone pacifiche o comunque non pericolose, tra cui persino disabili ed anziani, e persino nei confronti di chi non stava attivamente partecipando alle proteste. Ovviamente, questi ulteriori soprusi sono diventati altro carburante per la rabbia dei manifestanti. Hanno inoltre destato molte perplessità i parallelismi con l’atteggiamento decisamente più accomodante assunto dalla polizia durante le recenti proteste contro il lockdown, in cui molte persone- perlopiù bianche e repubblicane, talora anche armate di tutto punto- hanno bloccato le strade di alcune città americane (nonché alcuni edifici governativi) per protestare contro le restrizioni imposte contro la diffusione del Covid-19. A subire le violenze della polizia sono stati, in molti casi, anche i giornalisti che stavano raccontando le manifestazioni per conto di media statunitensi ed internazionali; il sito di giornalismo investigativo Bellingcat ha compilato un lungo elenco.

In tutto ciò, la politica rimane abbastanza impermeabile alle proteste: la reazione sorda del presidente Donald Trump è stata di enfatizzare le violenze dei manifestanti, minacciando di dispiegare l’esercito per riportare l’ordine, se necessario, e di minacciare di designare gli attivisti Antifa come gruppo terrorista. A differenza di quanto riportato da alcuni giornali italiani, è doveroso ricordare che con tale locuzione in America non si designano gli antifascisti in genere, ma alcuni gruppi di militanti anarchici organizzati, vagamente affini ai black bloc europei; va però detto che gli esponenti della destra americana paiono utilizzare il termine in modo molto generoso per indicare i detrattori del presidente. Le luci della Casa Bianca sono state spente, mentre nelle strade circostanti infuriava la protesta, ed è stata eretta una staccionata metallica attorno alla residenza presidenziale. Trump è stato inoltre molto criticato per aver fatto allontanare dei manifestanti pacifici, utilizzando gas lacrimogeni, per permettere a lui ed al suo entourage di raggiungere una chiesa dove martedì scorso ha tenuto una piccola conferenza stampa ed ha posato con in mano una Bibbia. Alcuni eminenti membri del Partito Repubblicano e dell’esercito hanno criticato le prese di posizione estreme del presidente, facendosi promotori di una linea più conciliante. Altri però hanno rincarato la dose, come il senatore dell’Arkansas Tom Cotton che in un tweet ha auspicato una reazione durissima contro i facinorosi (usando l’espressione no quarter, che in gergo militare designa un’operazione in cui gli avversari vinti vanno uccisi). I democratici, in linea con le proprie politiche, sono stati più sensibili nei confronti delle posizioni dei manifestanti anche se molti esponenti del partito- tra cui il candidato presidente Joe Biden- non si sono esposti troppo o hanno mantenuto posizioni ambigue. Alcuni rappresentanti delle istituzioni- come ad esempio il sindaco di New York Bill De Blasio- hanno dato il loro sostegno alla polizia; un sostegno un po’ più esplicito alle proteste è giunto dall’ex presidente Barack Obama e dall’ala più di sinistra del partito, rappresentata da nomi come il senatore Bernie Sanders e le deputate Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib e Ilhan Omar (quest’ultima eletta proprio in Minnesota).

Le tensioni razziali negli Stati Uniti sono un problema radicato nella storia: stiamo parlando di un paese che ancora ospita- in taluni casi, purtroppo, anche con un certo orgoglio- i monumenti eretti in memoria degli “eroi” che, in una guerra civile di un secolo e mezzo fa, mossero guerra ai propri connazionali per difendere il proprio diritto a possedere schiavi, e sicuramente la strada da fare sarà ancora lunga affinché si possa giungere ad un completo superamento delle attuali diversità. Per quanto si possa non condividere la degenerazione violenta che le manifestazioni hanno talvolta avuto, non si può ignorare che esse sono il grido esasperato di chi rivendica il proprio diritto ad essere trattato come tutti gli altri da un paese che ha fatto della libertà la sua bandiera, ma che in questi giorni, a più riprese, ha dimostrato di somministrarla ai propri cittadini in modo a dir poco asimmetrico. Oltre al razzismo, poi, non bisogna dimenticare che i manifestanti lamentano in generale il comportamento violento da parte della polizia, che colpisce in modo sproporzionato gli appartenenti alle minoranze, ma da cui non sono esenti nemmeno i bianchi. Sembrano tematiche lontane, ma sono delle problematiche universali: le storie di razzismo in Italia purtroppo si sprecano e, anche se la nostra situazione non è paragonabile a quella degli Stati Uniti, anche in Italia gli episodi di abuso della forza da parte dei tutori dell’ordine non sono mancati ed associazioni come Amnesty International si sono fatte promotrici di iniziative affinché chi commette gravi reati non possa nascondersi dietro ad un distintivo. Si tratta di diritti universali di libertà e di uguaglianza, che le costituzioni di tutti i paesi democratici annoverano nei loro principi più sacri. Le proteste, in ogni caso, hanno avuto una prima conseguenza: hanno portato all’arresto di Derek Chauvin, incriminato inizialmente per omicidio di terzo grado (una fattispecie affine al nostro omicidio preterintenzionale) ed in seguito per omicidio di secondo grado (ovvero omicidio volontario non premeditato). Assieme a Chauvin sono stati arrestati anche gli altri poliziotti presenti sulla scena del crimine.

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