Libri dal mondo: “Creatura di sabbia” di Tahar Ben Jelloun

“La violenza del mio paese è anche in questi occhi chiusi, in questi sguardi distolti, in questi silenzi fatti più di rassegnazione che di indifferenza.”

Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun è un libro complicato, difficile, non lineare e dal finale incerto. Ha il sapore di quelle storie raccontate dagli anziani del paese, che sanno di Le mille e una notte ma che potrebbero essere vere. L’autore ha ripreso in seguito la storia di Zahra/Ahmed nel romanzo Notte fatale perché, in effetti, la storia non ha una vera e propria fine. Alterna momenti di descrizioni magiche e quasi illusorie, come quella dell’hammam, a profondi e strazianti monologhi interiori, per poi passare a descrizioni crude e considerazioni pungenti sulla società marocchina e post-coloniale. Tre sono gli elementi principali: l’identità di Ahmed/Zahra, la società che l’ha prodotta, ed il modo in cui la sua storia viene raccontata.

La trama sembra l’inizio di una favola: dopo sette figlie femmine, che per legge non potevano ereditare la sua fortuna, un ricco signore decide che la creatura che sua moglie sta per dare alla luce sarà un maschio, anche se nascerà femmina. Mohamed Ahmed viene cresciuta da uomo e gli si insegna a pensare, a vestirsi, a parlare come un uomo. Frequenta tutti i luoghi che in Marocco sono frequentati esclusivamente da uomini e impara a vedere le donne come esseri inferiori, privi di un mondo proprio o di una vera vita. Sua madre e le sue sorelle, persino colei che diventerà sua moglie, non hanno nome e non sappiamo mai che cosa pensino veramente. Ahmed modula fin da piccola la sua voce affinché sia più profonda, si fascia il petto per fare in modo che non cresca il seno, seguendo alla lettera gli ordini del padre e ciò che gli è stato insegnato, ovvero che lei è un uomo nato per errore in un corpo femminile. Si sposa perfino, con la cugina malata di epilessia, la quale muore poco dopo. Questo lutto e poi la morte del padre, portano Ahmed a chiudersi nella sua stanza e a cominciare un viaggio alla riscoperta di sè. Comincia a ricevere delle lettere anonime di un ammiratore misterioso, a sentire i primi accenni di innamoramento e questo la getta nella crisi più profonda. Qual è la sua identità, il suo posto nella società, come poter riprendere in mano una vita costruita sulla menzogna? Sono solo alcuni degli interrogativi che affliggono Ahmed. Non è facile capire con quali pronomi parlare di questo personaggio, anche perché lui stesso non lo sa. Inizialmente si riferisce a sè stesso con pronomi maschili ma, man mano che inizia a scoprirsi, comincia ad utilizzare pronomi femminili fino ad adottare il nome Zahra. Questo non significa però che abbandoni del tutto i pronomi maschili, come se ciò che gli/le è stato insegnato prendesse il sopravvento sulla sua vera natura.

“E’ tempo, per me, di sapere chi sono. Lo so, ho un corpo di donna […] ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese … e io stesso …”

Importante è la finestra che l’autore apre sulla società dell’epoca. É sottile il modo in cui descrive e condanna la rigida società patriarcale, una società che impedisce alle sette sorelle di Ahmed/Zahra di ereditare e che rende l’essere donna in Marocco “una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione” e l’essere uomo “un’illusione e una violenza che giustificano e privilegiano qualsiasi cosa.” Questa rigidità è sia messa in discussione, che sofferta dal protagonista, incastrato fra il femminile ed il maschile, fra la sua visione del mondo tipica di un uomo e la sua natura femminile repressa. Una società profondamente binaria, eppure piena di contraddizioni interne dovute al passato coloniale. Il Marocco che descrive l’autore è incastrato fra l’identità imposta dall’oppressore la sua vera natura; è un Paese che, come Ahmed, è alla ricerca della propria identità.

Altra caratteristica importantissima del romanzo è il modo in cui la storia viene raccontata. Creatura di sabbia racconta una storia, ma è a modo suo anche “la storia dello storytelling” e dei vari modi in cui gli esseri umani inventano mondi e creano finzioni. Comincia con una descrizione del protagonista per poi configurarsi, nel secondo capitolo, come un racconto trasmesso oralmente da un cantastorie che si aggira per le piazze del Marocco. Il narratore si rivolge spesso agli ascoltatori che si trovano davanti a lui e talvolta la sua voce lascia spazio a dei frammenti di diario scritti dal protagonista. Durante il corso del romanzo la voce narrante passa ad alcuni degli ascoltatori, poi persino ad un ex bibliotecario di Buenos Aires. Veniamo trascinati fra storia e narratori come se fossimo nel mezzo di una danza, perdiamo le tracce del soggetto originario del racconto come se lo stessimo inseguendo per le strade di una città. Non sappiamo quale sia il vero finale della storia; ad un certo punto uno dei molti narratori sosterrà di essere lei stessa Zahra. Quale sia la verità non lo sappiamo e, in una certa misura, non è importante. Ciò che è veramente importante è quello che le molteplici voci ci raccontano, dove ci trasportano, l’illusione che ci vogliono mostrare. Tutto in questo libro è un’illusione, un castello di sabbia che si sgretola mentre ancora lo stai osservando: l’identità di Ahmed/Zahra è una menzogna, la veridicità della sua vicenda viene messa in dubbio all’interno del romanzo da ascoltatori e narratori, la credibilità stessa di questi ultimi viene messa in discussione e le voci narranti si passano il testimone in un caleidoscopio di punti di vista e finali alternativi.

Questo è forse uno dei libri più famosi di Tahar Ben Jelloun, scrittore di origini marocchine che attualmente vive e lavora a Parigi. Personalmente l’ho conosciuto grazie a Il razzismo spiegato a mia figlia, perciò riconobbi subito il suo nome quella sera in Bookique, quando vidi questo libro fra gli scaffali. Era metà luglio, fine della sessione estiva, quando ancora il coronavirus non ci teneva lontani dall’amata Trento. Ricordo di aver pensato di prenderlo come lettura da spiaggia e anche se alla fine l’ho letto sotto il sole della costa croata, vi consiglio di non ripetere il mio errore – a meno che non siate amanti delle letture estive pesanti come la sottoscritta. É un libro ambiguo, appassionante e tende a disorientare chi legge, ma personalmente, è stato proprio questo a tenermi incollata alle pagine. Quasi ogni frase di questo romanzo sembra un frammento di poesia, ma questa in particolare credo sia una delle lezioni più importanti che Ahmed/Zahra abbia imparato, un consiglio che tutti dovremmo seguire: “Quello che adesso rimpiango davvero è di non aver svelato prima la mia identità e infranto gli specchi che mi tenevano lontana dalla vita.

Rebecca Franzin

Studio a Trento, ma sono di Vittorio Veneto (tecnicamente Solighetto). Forse un giorno mi laureerò in Studi Internazionali; nel frattempo, se siete credenti, sentitevi liberi di includermi nelle vostre preghiere.

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