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Come foglie: l’incertezza umana nella poesia

In questo periodo di grande agitazione, affacciandosi alla finestra e osservando le foglie ormai ingiallite che pian piano, l’una dopo l’altra, si staccano dai rami per formare un colorato tappeto sui marciapiedi, ci viene subito in mente la celebre poesia Soldati di Giuseppe Ungaretti:

«Si sta come foglie d’autunno sugli alberi».

Il breve componimento (poi inserito nella raccolta L’Allegria), venne scritto nel luglio del 1918, durante la Prima guerra mondiale, mentre il poeta prestava servizio come soldato in trincea nella Battaglia di Bligny. Un’unica ermetica frase che però, attraverso un paragone con il mondo naturale, descrive in maniera potente la condizione dell’autore. Il nostro poeta-soldato rischia la morte in ogni istante esattamente come una foglia, ormai appesa debolmente al suo ramo a causa dell’autunno, potrebbe cadere da un momento all’altro. In trincea, ogni minuto della sua vita potrebbe essere l’ultimo. Lui vive questa situazione con ansia, non ha certezze, si trova in uno stato di perenne angoscia. La poesia assume, in quest’ottica, un significato assolutamente individuale ma la cosa davvero interessante è che il testo ha anche due livelli di lettura più generali. L’intera cultura di inizio Novecento, anche a caua del conflitto, è infatti caratterizzata da questa disillusione nei confronti della realtà così come era conosciuta fino ad allora. L’inquietudine di Ungaretti quindi rappresenta lo stato d’animo di ogni artista del suo tempo! Inoltre, il senso di disagio del soldato ci permette di fare riflessioni sulla vita umana in generale, sulla sua imprevedibilità e brevità, aspetti purtroppo validi in ogni momento storico.

Soldati, anche grazie alla sua brevità e alle sue parole incisive, è sicuramente la similititudine tra uomo e foglie che più ricordiamo. In realtà, Ungaretti riprende un’immagine frequentissima nella letteratura, utilizzata anche, tra gli altri, da Omero (VI libro dell’Iliade), Virgilio (VI libro dell’Eneide), Dante (III canto dell’Inferno) e Leopardi (in Imitazione, lirica inserita nei Canti). L’esempio più malinconico ma anche più profondo e affascinante di quest’immagine lo troviamo in un’elegia di Mimnermo di Colofone, poeta greco antico vissuto nel VII° secolo a.C., di cui riporto la traduzione realizzata da Salvatore Quasimodo:

«Al modo delle foglie che nel tempo

fiorito della primavera nascono

e ai raggi del sole rapide crescono,

noi simili a quelle per un attimo

abbiamo diletto del fiore dell’età,

ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.

Ma le nere dèe ci stanno a fianco,

l’una con il segno della grave vecchiaia

e l’altra della morte. Fulmineo

precipita il frutto di giovinezza,

come la luce d’un giorno sulla terra.

E quando il suo tempo è dileguato

è meglio la morte che la vita».

Se Ungaretti paragona l’uomo alla foglia solamente nel momento in cui entrambi sono vicini alla morte, Mimnermo li associa anche nella vita. Anche l’essere umano, al pari delle foglie, nasce e “fiorisce”. L’uomo nel pieno della sua giovinezza, l’uomo forte, bello, dalla mente lucida, l’uomo che cerca e trova l’amore, è simile in tutto e per tutto alla foglia verde che cresce grazie al calore delle colorate e gioiose stagioni calde. Come un fulmine a ciel sereno però, l’arrivo della vecchiaia interrompe l’inconsapevole felicità dell’essere umano, ne rovina sempre più inesorabilmente corpo e mente fino alla morte. Una corrispondenza con l’autunno e l’inverno che fanno appassire le foglie fino a farle staccare dai rami c’è, anche se non viene esplicitata dal nostro poeta. Quel che più salta all’occhio leggendo l’elegia, è il fortissimo contrasto tra il solare paragone della giovinezza umana con le foglie e l’inquietante immagine delle «nere dee» cioè le tre Moire (nella mitologia greca, Cloto tesseva il filo della vita di ogni essere umano, Lachesi assegnava ad ognuno un  certo destino e Atropo tagliava il filo della vita al momento giusto). Affermando che queste divinità ci stanno accanto Mimnermo vuole dire che la nostra giovinezza potrebbe finire da un momento all’altro e noi non possiamo impedirlo in nessun modo. Questo suscita in noi, la stessa angoscia e lo stesso senso di precarietà vissuti da Ungaretti. Mimnermo ci chiede una presa di coscienza: realizzare che con la fine della giovinezza si conclude per noi esseri umani la possibilità di vivere l’amore, l’aspetto più bello della vita, dunque meglio morire piuttosto che vivere la vecchiaia (l’amore ha un ruolo centrale nella sua produzione poetica quindi non deve stupirci questo collegamento). La sua è ovviamente una visione troppo estrema ma si basa su aspetti realistici del ciclo vitale.

Un uso molto particolare della similitudine è contenuto nella poesia Foglie Morte di Nazim Hikmet, scrittore turco vissuto nella prima metà del Novecento.

«Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno mi sento d’accordo con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali dei viali d’ippocastani».

La poesia viene scritta da Hikmet nel 1961 a quasi sessanta anni d’eta eppure lui a differenza di Mimnermo, pur non essendo più giovane, riesce ancora a vedere del bello nella vita di tutti i giorni: i bambini, una buona notizia, la buona salute, un amore corrisposto. L’autunno che fa cadere le foglie dagli alberi però spinge anche lui a riflettere sullo scorrere del tempo e sulla precarietà della vita umana. La sua malinconia aumenta a dismisura proprio perché questi pensieri non gli permettono di godersi appieno le piccole gioie che gli capitano. Hikmet teme che da un momento all’altro questa felicità gli venga portata via dalla morte sua o di qualcuno a lui caro. I momenti lieti però rimangono. Il pensiero della morte li rende meno intensi ma non li cancella mai del tutto, altrimenti Hikmet non continuerebbe a notarli e a parlarne. Nella sua poesia appare una piccola speranza.

I poeti di cui ho parlato, grazie ad un’immagine semplicissima, un evento naturale che accade sotto i nostri occhi ogni anno, sono riusciti a descrivere in maniera suggestiva e profonda la più grande paura dell’intero genere umano. Una paura realistica e sempre attuale ma che può essere sconfitta, come ha tentato di fare Hikmet, non smettendo mai di cercare i piccoli successi quotidiani.

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