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Fumetto: un genere minore? “Maus, A survivor’s tale”

Oggi è il 27 di gennaio. Come ogni anno, ricordiamo gli orrori del genocidio avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale nei confronti degli Ebrei. Quest’anno voglio ricordare questa ricorrenza in modo poco convenzionale. Questo strappo alla regola tuttavia è necessario dato che purtroppo il 15% dei ragazzi tra i diciannove e vent’anni (ma forse anche più piccoli) nega l’esistenza di questa tragedia e ciò che ha spinto l’uomo ad attuarla con tanta razionalità (questo dato è stato fornito dal Censis in un’indagine fatta nel gennaio dell’anno scorso su questo tema). Un altro motivo che mi spinge a raccontare questa storia a voi lettori è il fatto che siamo entrati in un momento in cui stiamo mettendo in discussione l’indiscutibile, tendenza non solo influenzata dalle fake news, ma anche dal recente evento in cui un ragazzo di ventidue anni di Savona ha progettato una sparatoria all’interno di un istituto scolastico dove, citando fedelmente le parole usate dal ragazzo, avrebbe eliminato in primis gli ebrei, a seguito donne, omosessuali e persone di colore.

La graphic novel Maus (che in tedesco significa topo) narra la vita di Vladek a Sosnowiec in Polonia durante l’occupazione nazista e la sua esperienza da deportato ad Auschwitz dove svolge il lavoro di insegnante di inglese privato per una guardia, lo stagnaio e il calzolaio. La graphic novel racconta anche il rapporto turbolento e conflittuale tra l’autore e suo padre, fortemente influenzato da questa tragedia. Inoltre, ci fornisce un’analisi, soprattutto da parte dell’autore, sulla questione della seconda generazione, ci fa cioè riflettere sulla condizione di essere il figlio di un sopravvissuto, un tema poco trattato dalla narrativa del Novecento e da quella contemporanea.
La storia, nella prima edizione di Maus, comincia con un ricordo dell’infanzia di Artie a Rego Park negli anni Cinquanta mentre andava sui pattini con i suoi amici. Suo padre gli domanda il motivo della sua tristezza e Artie gli risponde che i suoi amici lo hanno abbandonato. Vladek risponde che è sorpreso che quei bambini fossero amici del figlio, aggiungendo anche un ricordo del suo passato in Polonia. Dalla pagina successiva, Artie, divenuto un adulto, va a visitare a Rego Park suo padre e Mala, la seconda moglie di Vladek, anche lei una sopravvissuta. Racconta al padre il suo progetto di narrare la Shoah partendo dalle testimonianze di quest’ultimo. Vladek così inizia a raccontare di come ha conosciuto Anja, la prima moglie (e suo amore eterno), nonché madre di Artie: anche lei è sopravvissuta assieme a Vladek ad Auschwitz, ma si era suicidata nel 1962 a Rego Park.

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p style=”text-align: left;”>La storia prosegue col fidanzamento e il matrimonio con Anja, i rapporti con entrambe le famiglie molto benestanti, la nascita del figlio Richieu e la vita in Polonia, sotto il regime nazista, fatta di espedienti per evitare di andare nei campi di concentramento o, peggio, nelle camere a gas, a causa delle leggi razziali e del trattamento riservato agli ebrei.
I flashback di Vladek, ambientati in Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale, vengono alternati dalle giornate negli Stati Uniti agli inizi degli anni Settanta, in cui Artie visita suo padre e parla con lui dell’evoluzione del suo progetto o dalle riflessioni di Artie con la moglie Francois sul suo status di figlio di deportato, cosa che lo fa sentire inadeguato nei confronti del padre, e sul rapporto con suo padre, sia prima che dopo il suicidio di sua madre. In questi momenti di alternanza tra flashback e presente, è possibile vedere come la Shoah abbia influenzato i personaggi della graphic novel, che ci mostra la tragedia di una famiglia ricostruita, legata, suo malgrado, da questo orrore. Vladek ha uno stile di vita molto parsimonioso che a sua volta impone agli altri: dà alla moglie Mala una “paghetta” che le dovrebbe bastare per un mese; poco sprecone, non butta mai il cibo che è avanzato sulla credenza e raccoglie perfino il filo di rame trovato per strada. È anche caratterizzato dalla sua testardaggine, correlata alle abitudini che ha sviluppato in Polonia durante l’occupazione nazista: vuole fare sempre secondo i suoi tempi e i suoi modi, malgrado il suo stato di salute fragile.
Questo alternarsi tra passato e presente ci fornisce anche un confronto generazionale di enorme importanza perché è da lì che Artie “esprime la sua colpa”, riportando fedelmente le parole usate dalla psichiatra (anche lui sopravvissuto alla Shoah) dove Artie fa le sedute settimanali a seguito della morte del padre avvenuta nel 1986. Artie, sopravvissuto, ha reso propri i ricordi della tragedia vissuta da parte di suo padre sebbene non l’abbia vissuta e non dovrebbe sentirsi in colpa perché suo padre è riuscito a salvarsi dal genocidio per puro caso, essendo un uomo comune con i propri difetti e i propri pregi, senso di colpa dato anche dal fatto di essere sopravvissuto al primo figlio di Vladek e Anja Richieu, purtroppo morto quando era ancora un bambino durante il rastrellamento del ghetto ebraico a Zawiercie assieme alle cugine e alla zia Tosha. Artie, in una discussione con sua moglie Francois in macchina, racconta che i suoi genitori hanno cercato suo fratello in tutti gli orfanotrofi d’Europa prima di venire a conoscenza della sua orrenda morte.

I personaggi sono rappresentati da Art Spielgeman come degli animali: gli ebrei sono disegnati come dei topi, i tedeschi come dei gatti, i polacchi come dei maiali, i francesi come delle rane e così via. Può sembrare una scelta semplice perché giustificherebbe la scelta del titolo, rappresenterebbe le dinamiche di perseguitato e persecutore e mostrerebbe la passione dell’autore per il disegno animato. In realtà la scelta voluta da Spielgeman è ben studiata e motivata; in primis, egli denuncia l’assurdità dell’ideologia razzista di dividere gli uomini in razze e di sostenere l’esistenza di una superiore, giustificando l’emanazione di leggi arbitrarie, la brutalità delle forze dell’ordine e metodi per eliminare un intero popolo. Vi sono infatti alcune vignette in cui i personaggi indossano delle maschere per nascondere o per identificare la propria etnia.
Ora passiamo alla scelta degli animali rappresentati da Spielgelman. Gli ebrei sono disegnati come dei topi a causa della metafora biologizzante diffusa dalla propaganda nazista (l’autore ha fatto ricerche sui manifesti nazisti in un archivio per scegliere come disegnare i personaggi), ossia che gli ebrei fossero degli esseri che infettavano la società nazista e che quindi come i virus dovessero essere debellati. I polacchi sono disegnati come dei maiali al fine di denunciare le istituzioni polacche le quali non condannarono la presenza invasiva nazista, così come quella comunista, perché alcuni cittadini polacchi vi aderirono volontariamente. Questa adesione sarà testimoniata dalle parole di Vladek con cui descrive un episodio a seguito della liberazione dai campi di concentramento, nel quale delle sue vecchie vicine di casa gli consigliano di non tornare in Polonia perché un amico di Vladek è stato aggredito e poi pestato a morte da delle persone polacche, una delle quali griderà, prima del pestaggio, all’amico di Vladek:“Pensavo che Hitler vi avesse fatto fuori tutti”. Con questo episodio Artie denuncia chi non aveva mai ammesso che le istituzioni polacche avessero collaborato attivamente con il regime nella Shoah, dal momento che alcuni di loro erano molto affini all’ideologia nazista. I francesi sono disegnati come rane per via dell’antisemitismo praticato, anche a livello istituzionale con il caso Dreyfus e la collaborazione ammessa con i nazisti dalla Repubblica di Vichy.

Questa graphic novel racconta come la tragedia della Shoah si sia estesa su un nucleo familiare, ci insegna il dovere di tenere attiva una memoria collettiva anche se non abbiamo vissuto direttamente un’esperienza traumatica. Ci educa a fare i conti con il nostro passato, ricordando che la dittatura nazista, come quella fascista, ci tolse molte libertà e diritti e che per questo non va rimpianta o elogiata, come spesso è successo in Italia, ma fermamente condannata. Maus ci ricorda infine che dobbiamo rimanere vigili per non ripiombare in società dove venivano legittimate pratiche discriminatorie e deumanizzanti.

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