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L’Egitto è partner ineludibile dell’Italia (?)

L’Egitto è partner ineludibile dell’Italia” diceva l’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano nel 2017. A 10 anni dai fatti di piazza Tahrir e a 5 anni dal rapimento di Giulio Regeni (25 gennaio 2016), il paese africano è ancora in mano ad una dittatura militare che vanta stretti rapporti internazionali nell’area Euro-mediterranea e che basa la propria sopravvivenza sul sistema finanziario internazionale. L’Italia rimane un partner ineludibile dell’Egitto, che dimostra fedeltà oltre ogni contraddizione, oltre ogni ragionevole dubbio…ma fino a che punto?

Della rivoluzione del Nilo del 2011, quella che nel solco delle primavere arabe ha costituito un risveglio popolare inedito e variegato dei paesi arabi, rimane oggi ben poco: il bilancio della rivoluzione che ha destituito la dittatura trentennale del presidente Mubarak è purtroppo drammatico. Gli esiti delle primavere arabe hanno portato, nel mondo, ad esperienze democratiche poi consolidatesi (Tunisia), ad un’implosione dello Stato e alla guerra civile (Siria) e ad una ricaduta anti libertaria e autoritaria; è questo il caso dell’Egitto che dopo un tentativo democratico nel 2012, nell’estate del 2013 ha assistito al colpo di Stato del comandante militare Al-Sisi: egli ha rimosso e arrestato il presidente democraticamente eletto Morsi (morto poi nel 2019 durante un’udienza per arresto cardiaco, dopo che le sue condizioni di salute si erano aggravate perché non curate nelle carceri egiziane), instaurando un regime autoritario ferreo che, forte dell’esperienza del 2011, reprime qualsiasi forma di dissenso e di assemblea indipendente. Al-Sisi è dal 2013 il vertice di un paese militarizzato che trova sostentamento grazie alla dipendenza dal mercato finanziario internazionale.

Il paradigma economico egiziano. Il think tank Carnegie Endowment for International Peace, in un report del 19 novembre 2020 titolato “Dollar to desposts: Sisi’s international patrons”, ha studiato la strategia finanziaria egiziana. Essa si fonda su tre politiche:

  1. Una politica di indebitamento con emissione massiccia di titoli di Stato, con un tasso di interesse tra i più alti per i paesi emergenti (13%, in Italia era 0,59% nel 2020), per finanziare infrastrutture. Questa politica ha consistentemente aumentato il rapporto debito/PIL (14% nel 2012; 31,7% nel 2020) e l’acquisto di titoli da parte di investitori stranieri (meno di 70 milioni $ nel 2018; 20 miliardi $ nel 2020). Questa politica economica ha legato a doppio filo la stabilità dell’economia a quella del regime militare ed ha subordinato l’azione in ambito infrastrutturale alla disponibilità di fondi da parte di organizzazioni internazionali (FMI) e paesi amici.
  2. Aumento dell’acquisto di armamenti (crescita dell’importazione del 206% tra 2014-2018, rispetto al quinquennio precedente) che rende l’Egitto il 3° acquirente globale (il 5,8% dell’export globale arriva al Cairo). I maggiori fornitori sono Francia (35% delle commesse 2015-2019), Italia, USA, Russia. Gli ordini miliardari di rifornimenti sono tipicamente acquistati attraverso la costituzione di prestiti dai fornitori, sulle medesime commesse (gli interessi sono poi pagati dai contribuenti egiziani con un aumento della pressione fiscale). La politica di militarizzazione dello Stato lo rende un nuovo attore di rilevo del panorama Euro-mediterraneo e sancisce la complicità occidentale nelle repressioni sociali che l’establishment egiziano perpetua da anni (come sostiene anche Human Rights Watch). Una specifica necessaria sull’export italiano in Egitto: il valore nel 2015 si attestava a 37 milioni di dollari, un’importante revisione delle forniture negli anni della vicenda Regeni (2016 e 2017, 7 milioni di dollari per anno) e poi un rimbalzo con decuplicazione annua (2018, 70 milioni; 2019, 871,7 milioni). Argomento specifico è “la commessa del secolo” di più di 9 miliardi, pattuita dai due Stati lo scorso anno, di cui parleremo successivamente.
  3. Il regime di Al-Sisi è la destinazione principale di finanziamenti stranieri diretti in Africa (9 miliardi nel 2019), primariamente rivolti alle risorse energetiche di gas e petrolio. Una percentuale importante dei contributi derivano dal giacimento Zohr, il più grande nel Mediterraneo, che vede come attore preminente, nel consorzio di concessione, l’ENI (con quota al 50% e investimenti diretti dell’azienda partecipata italiana per 13 miliardi $ nel 2015-2018).

La strategia economica dell’esecutivo egiziano è sostenibile nella misura in cui venga garantita la vita dell’esecutivo medesimo, unica figura di riferimento degli investitori miliardari, ma, come conseguenza, anche della repressione sociale su cui l’intero sistema è basato. Il paradigma economico di Al-Sisi deve affrontare i limiti di una spesa pubblica sfrenata, una corruzione dilagante, percentuali allarmanti di disoccupazione giovanile ed un’inflazione (a tratti galoppante come nel 2017) sulle spalle di una popolazione di cui il 30% vive con meno di un dollaro al giorno, come sostenuto dal ricercatore dell’università di Padova Giuseppe Acconcia (autore di “Egitto democrazia militare”). Il malcontento è represso dall’Agenzia di Sicurezza Nazionale (NSA), speculare all’SSI del regime Mubarak, e le forme di assemblea indipendenti sono criminalizzate: a tal proposito è necessario citare la metodologia dell’arresto preventivo (medesima situazione nella quale si trova Patrick Zaki dal febbraio del 2020) e la messa al bando dei sindacati indipendenti nel 2017.

Il metodo del terrore interno. Human Rights Watch sostiene che 1 egiziano su 1.000 sia stato arrestato, Amnesty International denuncia la sistematica violazione dei diritti umani e segnala la detenzione di 60.000 persone nelle carceri egiziane per motivi politici, torture e arresti preventivi anche di minori e una durata media dell’arresto preventivo di 345 giorni, con casi di 1263 giorni in attesa del processo. La metodologia di persecuzione politica del dissenso è giustificata dallo stato “emergenziale della minaccia terroristica” (laddove per terrorismo si intendono anche le manifestazioni pacifiche, i post sui social network e le legittime attività politiche) e si perpetra attraverso l’azione coercitiva dell’NSA che arresta arbitrariamente individui con le frequenti accuse di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici” (le medesime imputate a Patrick Zaki). Gli arresti preventivi possono durare un massimo di 150 giorni, successivamente la Procura suprema chiede il rinnovo della detenzione di 45 giorni ai “tribunali speciali antiterrorismo” (senza alcun limite e possibilità di contestare le proroghe). La competenza degli interrogatori è della Procura suprema, della quale viene da anni denunciata l’illegalità dei metodi: i soggetti spesso non sono messi in contatto con i propri avvocati, non sono informati dei loro diritti, raramente possono incontrare o avere contatti indiretti con i parenti, vengono interrogati spesso bendati e per ore (17 ore nel caso di Patrick Zaki nel febbraio del 2020), vengono torturati anche con scariche elettriche, abusi sessuali e violenze fisiche estreme, non vengono curate le loro patologie (così come accaduto all’ex presidente Morsi). L’incredibile situazione egiziana è, a più riprese, denunciata dai testimoni oculari, ex detenuti, ONG (Amnesty International da anni riporta le tragiche involuzioni dei diritti umani nello Stato), dalle istituzioni: venerdì 18 dicembre 2020 il Parlamento Europeo ha ripudiato e invitato ad un’azione del Governo egiziano rispetto alle continue violazioni delle convenzioni di cui il paese stesso è firmatario a tutela dei diritti umani, la violazione dei diritti delle minoranze e i casi che più hanno fatto scalpore come quello di Patrick Zaki (la cui detenzione è stata ulteriormente prorogata il 19/01/21) che è da quasi un anno detenuto preventivamente a Tora per dei post su Facebook a favore dei diritti umani e per il suo attivismo nell’associazione EIRP (di cui 3 dirigenti sono stati arrestati nel 2020, a loro è stata rivolta la solidarietà di Scarlett Johansson sui social) e il caso di Giulio Regeni, il ricercatore friulano sequestrato e ucciso dalle forze di sicurezza egiziane per la sua attività di ricerca accademica in Egitto, sul quale l’esecutivo egiziano ha serrato la collaborazione e depistato le indagini.

Il sindacato che non c’è. La seconda limitazione rilevante per comprendere l’annientamento della rete sociale egiziana, ad opera della dittatura militare, è la messa al bando dei sindacati indipendenti nel 2017: essi hanno avuto un ruolo centrale nella Rivoluzione del Nilo del 2011 perché, assieme alle piattaforme online, sono stati il tramite delle proteste, i luoghi di organizzazione della rivolta. I sindacati istituzionali sono, invece, permeati dalla presenza di funzionari governativi che narcotizzano i disordini sociali e tradiscono le necessità dei lavoratori (la base del paradigma economico di Al-Sisi). A proposito del ruolo dei sindacati indipendenti, nella rivoluzione egiziana del 2011, studiava Giulio Regeni: i magistrati italiani, come riporta Giuseppe Acconcia sul caso, ipotizzano un errore di valutazione degli agenti egiziani, i quali avrebbero identificato in Regeni una spia e nell’indagine avrebbero ottenuto la conferma dai collaboratori egiziani di Giulio (che hanno denunciato falsamente alle autorità un’attività di spionaggio inesistente). Questi i moventi del sequestro e delle torture che hanno ucciso Giulio Regeni, sequestrato 5 anni fa e ritrovato privo di vita il 3 febbraio 2016 ai margini dell’autostrada Cairo-Alessandria.

Bilateralismo Italia-Egitto: l’onta morale dello Stato italiano. L’escalation delle commesse militari dell’Egitto alle industrie italiane ha raggiunto il picco lo scorso anno. E’ oggetto di un dibattito acceso l’opportunità (e la legalità) della maxi-fornitura per un valore intorno ai 9 miliardi $, la più grande dalla fine della guerra; essa comprende: 6 fregate (di cui la Spartaco Shergat e l’Emilio Bianchi, da un miliardo l’una, già consegnate), 20 navi pattugliamento, 24 jet M-346 e 24 Eurofighter Typhoon.

La tematica è di per sé controversa, in primis perché gli stretti rapporti diplomatici hanno sempre palesato l’ipocrisia da parte egiziana, in opposizione alla ricerca di giustizia nel caso Giulio Regeni e la liberazione dello studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, e in secundis perché rimarcano un’alleanza bilaterale che non tiene conto del ruolo dei due paesi nei loro rispettivi contesti. Come sottolinea Maurizio Simoncelli, dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD), oltre all’irrilevanza della legge 185/90 (legge che all’art. 1 comma 6 vieta l’export verso paesi che violano i diritti umani con dichiarazione ufficiale dell’UE, dell’ONU o del Consiglio d’Europa; ma che allo stesso tempo esclude tale interdizione per i paesi alleati all’art 1, comma 9), sussiste un problema di conformità dell’Egitto come importatore delle nostre tecnologie militari (che l’opera di Leonardo SpA rende tra le più all’avanguardia) e la posizione dell’Egitto stesso come nostro avversario nella guerra civile libica: il paese infatti appoggia il generale Haftar mentre l’Occidente si trova al fianco del Governo di Accordo Nazionale (Al-Serraj). Sempre Simoncelli ricorda che l’Italia è a capo della missione europea IRINI la quale, archiviando definitivamente la missione SOPHIA, si prefigge l’obiettivo di vigilare sul rispetto dell’embargo internazionale, sancito dall’ONU, nei confronti della Libia: evidenzia Simoncelli che sussisterebbe un conflitto importante tra la fornitura militare ad un paese nemico in Libia e, contemporaneamente, la vigilanza perché le armi non possano arrivare illegalmente sul campo di battaglia libico. In questo contesto risuona l’appello della risoluzione del Parlamento Europeo del dicembre 2020, il quale invita gli Stati membri (spiccano l’Italia e la Francia) a sospendere le forniture di armamenti e rinvia alla delibera del Consiglio “Affari esteri” del 21/08/2013 che aveva già ritirato “la licenza di esportazione di armamenti di qualsiasi attrezzatura che potrebbe essere utilizzata a fini di repressione interna”.

La senatrice Laura Garavini (Italia Viva), vicepresidente Commissione Esteri in Senato, in un’intervista ha sottolineato come la rescissione del contratto (già posto in essere e parzialmente eseguito con la consegna delle fregate) sarebbe un’azione inutile perché l’Egitto richiederebbe comunque le forniture da altri paesi e intaccherebbe i rapporti diplomatici tra i due paesi. La fornitura secondo la Garavini darebbe l’opportunità all’Italia di acquisire una posizione preminente come partner nell’area Euro-mediterranea; speculare l’opinione dell’ex 5 Stelle Artini, ex vicepresidente in Commissione Difesa, che sostiene la possibilità dell’Italia di poter coltivare sviluppi sulla questione Regeni a partire dalla fornitura stessa, come mezzo di avvicinamento alla verità.

Le ONG che vigilano sui diritti umani si sono distaccate dalla visione delle forze politiche promotrici e del Governo italiano: Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, definisce la “commessa del secolo” “uno sfregio per Giulio Regeni e Patrick Zaki” e ribadisce come la vendita di armi all’Egitto costituisca un assenso indiretto alla violazione dei diritti umani del governo di Al-Sisi.

A 5 anni dalla morte di Giulio Regeni il governo considera ancora l’Egitto “un partner ineludibile” ma rimane il dubbio sul ruolo dello Stato nella difesa dei cittadini e dell’Europa nella difesa dei diritti, nel frattempo il pensiero non può che oscillare tra la salvaguardia dei principi e dei diritti e la politica della concretezza e dell’utile, chissà per quante volte ancora.

PS: Angelino Alfano dopo l’addio alla politica nel 2018 si è dedicato alla carriera forense per lo studio Bonelli Erede Pappalardo, presso la sezione africana con sede al Cairo: tra i colleghi spicca l’ex politico Ziad Bahaa-Eldin, proveniente dall’establishment di Mubarak e Al-Sisi.

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