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Bertolt Brecht e “La resistibile ascesa di Arturo Ui”

Avreste mai immaginato di vedere sul palco Adolf Hitler ed una cassa di cavoli? È esattamente quello che accade ne La resistibile ascesa di Arturo Ui, una tra le più stravaganti commedie del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht. L’opera ebbe fin dalle sue origini un percorso molto travagliato. Brecht infatti ne scrisse una prima versione durante l’esilio ad Helsinki nel 1941 e non soddisfatto, tra numerose polemiche, ritornò più volte sullo scritto tra gli anni ’40 e ’50, senza mai arrivare ad una forma definitiva prima della sua morte (1956). Il testo venne messo in scena per la prima volta a Stoccarda nel 1958, venendo apprezzato dal pubblico ma completamente stroncato dalla critica per le numerose inesattezze storiche e soprattutto per il modo poco delicato con cui l’autore avrebbe trattato un tema come il nazismo. Venne poi rivalutato dai critici negli anni successivi con varie nuove regie. In Italia la commedia è tornata a far parlare nuovamente di sé (in positivo stavolta) grazie alla versione di Claudio Longhi del 2011 per Teatro di Roma-Fondazione Emilia Romagna Teatro con gli attori Umberto Orsini e Lino Guanciale tra i protagonisti.

Ma cosa ha di tanto sconvolgente questa Resistibile ascesa? L’opera non è altro che una dichiarata allegoria satirica dell’ascesa al potere di Adolf Hitler rappresentato dal mafioso italoamericano Arturo Ui. In una Chicago degli anni ‘30 (simboleggiante la Germania di quegli anni), assistiamo alla sua impresa di impadronirsi del racket dei cavolfiori aiutato dai fedeli complici Ernesto Roma, Emanuele Giri e Giuseppe Givola (allegorie dei gerarchi nazisti Röhm, Göring e Goebbels). Si parte dai prestiti illeciti del sindaco Dogsborough al trust dei cavolfiori strumentalizzati da Ui per assicurarsi la protezione delle autorità (lo scandalo degli junker prussiani del 1929), passando poi per l’incendio dei magazzini (ovviamente l’incendio del Reichstag avvenuto nel 1933), per l’uccisione dell’impulsivo Roma (la notte dei lunghi coltelli del 1934), l’assassinio di Dullfeet, sindaco della vicina Cicero (l’omicidio del cancelliere austriaco Dollfuss nel ‘34) fino all’estensione dei crimini di Arturo a Cicero (l’annessione dell’Austria del 1938).

L’intenzione di Brecht era dimostrare come il regime dittatoriale nazista fosse «resistibile» cioè tranquillamente evitabile. Per lui tutta la colpa era della classe politica tedesca che, mossa unicamente da interessi capitalistici, sottovalutò la reale pericolosità di Hitler e gli diede sempre più spazio: Von Hindenburg si lasciò corrompere dagli junker e pur di nascondere il suo errore concesse il potere ad Hitler. Dopo l’incendio del Reichstag fu per tutti comodo che la colpa ricadesse sui comunisti infatti. In realtà, nell’opera la vicenda viene molto semplificata. Hitler arrivò al potere per numerosi fattori, molti dei quali non sono neanche accennati ed è per questo che la prima reazione dei critici fu negativa. Brecht però era perfettamente consapevole che un testo teatrale non potesse analizzare in modo completo un problema storico e una ricostruzione fedele dei fatti non era neanche nei suoi piani. Nella Resistibile ascesa ragiona non tanto sui reali contesti storici, ma sulla mentalità dei protagonisti. Così recita l’epilogo, scritto dall’autore solo dopo la caduta del nazismo:

E voi, imparate che occorre vedere

e non guardare in aria; occorre agire

e non parlare. Questo mostro stava,

una volta, per governare il mondo!

I popoli lo spensero, ma ora

non cantiamo vittoria troppo presto:

il grembo da cui nacque è ancor fecondo.

Il teatro di Brecht era fortemente didattico. Ciò che gli stava davvero a cuore era che il pubblico, disturbato dalla natura grottesca di fatti e personaggi sulla scena, riflettesse sul fenomeno del nazismo in generale, comprendesse la pericolosità di certi vizi umani che avevano favorito l’ascesa di Hitler (avidità, opportunismo, paura) e cercasse di correggerli per evitare in futuro una nuova dittatura.

In effetti a colpire chi assiste allo spettacolo o semplicemente legge il testo più che la fedele adesione delle varie scene alla realtà è l’ambigua psicologia di Arturo Ui. Nelle scene iniziali ci viene presentato come timido, insicuro, balbuziente, non si espone mai in prima persona, lascia che siano i suoi complici a parlare ed agire. Quando apre la bocca per la prima volta si lamenta con Roma perché sono ben due mesi che non uccide qualcuno e questo lo intristisce! Cova dentro di sé una perenne insoddisfazione, rimugina all’infinito sull’andamento dei suoi piani. Per tutta l’opera alterna momenti di ingenuità, in cui non si rende conto di ciò che effettivamente gli accade intorno, a fortissimi attacchi d’ira:

Giri E sputa fuori il rospo, e dicci da che parte stai.

Ui (balza in piedi) Vorreste dunque puntarmi la pistola al petto? No, da me in questo modo non si ottiene nulla. Chiaro? Se uno mi minaccia, dovrà poi addossarsi le conseguenze. Io sono un uomo mite, ma non tollero minacce! Se non si ha fiducia cieca in me, buon viaggio. Qui non si transige. Il mio motto è «Il dovere, fino all’ultimo»! E il compenso lo fisso io. Il compenso viene dopo il lavoro. Quel che esigo da voi, è la fiducia, ancora e sempre fiducia! A voi manca la fede, e quando manca, è finita. Ma perché credete che io abbia fatto tutto questo? Ho avuto fede! Perché ho creduto da fanatico nella causa! E solamente con la fede e con nient’altro, son venuto in questa città, e l’ho costretta a inginocchiarsi. Con la fede sono andato da Dogsborough, e con la fede son riuscito a entrare in municipio. Nelle nude mani non avevo nient’altro che la fede, la mia fede incrollabile.

Roma E la Browning.

Ui No. Quella l’hanno anche gli altri. Ma non hanno la salda fede nel proprio destino di condottieri. Ed anche voi dovete credere in me! Sì, credere che voglio il vostro bene, che so che cosa sia questo bene, e che troverò la strada che porta alla vittoria […].

Ui è ossessivamente convinto del suo valore e del suo progetto di dominio incontrastato e proprio questa fede assoluta dovrebbe distinguerlo dagli altri (la violenza è solo un inevitabile mezzo a cui tutti gli uomini prima o poi ricorrono per realizzare i propri desideri). Egli quindi non tollera la minima opposizione nei suoi confronti. È proprio questa caratteristica del suo carattere a causare lo scontro con l’amico Ernesto Roma. Roma vorrebbe imporre la loro autorità rapidamente, con la forza, mentre Ui all’inizio non vuol attirare eccessivamente l’attenzione e cerca di crearsi un’intoccabilità grazie alla strategia politica. Ernesto assalta di sua spontanea volontà un carico di cavoli e, criticato, accusa Arturo di essersi rammollito a causa di Giri e Givola. Le sue parole sono completamente in buona fede, è davvero affezionato ad Arturo e lo sostiene fin dai primi crimini. Il gangster però, in seguito a questa lite, non ci pensa due volte ad organizzare un agguato in cui, aiutato da Giri e Givola, uccide freddamente il suo migliore amico.

Alcune scene dopo, Roma riappare ad Ui sotto forma di fantasma e gli fa notare come lui inizi a non fidarsi più nemmeno degli altri complici. Ui esige dagli altri una fiducia totale, ma paradossalmente non si fida di nessuno. Scena dopo scena vediamo Ui sempre più divorato dalle insicurezze. Non si accontenta più della città di Chicago, pretende anche Cicero e dopo questa Washington, Detroit, Toledo e il resto del mondo! Pian piano perde di vista gli ideali originari e diventa una folle caricatura di se stesso, animata dal solo desiderio di avere. Il tutto però si svolge in modo surreale. Tra un delitto e l’altro inoltre Arturo e compagni sono protagonisti di siparietti grotteschi, spesso con canzoni, sempre a dimostrazione della loro ridicolezza (qui ne trovate una selezione dallo spettacolo di Longhi). Il più memorabile è quello in cui Arturo si rivolge ad un attore shakespeariano per ricevere lezioni di pronuncia e portamento e cerca goffamente di assumere la postura giusta.

È per questi motivi che già al tempo della prima stesura, quando Brecht era ancora in vita, alcuni scrittori contestarono l’opera per l’eccessiva trivialità. Fare satira sulla figura di Hitler venne considerato irrispettoso nei confronti delle numerose vittime dell’Olocausto. Brecht però precisò nelle note ad una versione del 1946 che solo una rappresentazione esageratamente grottesca riesce a demolire quell’altrettanto forte aura sacrale che personaggi come Hitler si costruiscono attorno. Solo facendo così la gente smette di guardarli in modo riverente (a causa della paura) e inizia a considerarli per la loro reale natura di ridicoli repressi. Inoltre, Brecht era assolutamente contrario all’immedesimazione nel personaggio da parte del pubblico (questo doveva assistere in maniera distaccata allo spettacolo per crearsi un proprio pensiero critico), quindi le gesta di Arturo Ui vengono sempre messe in cattiva luce e mai lodate.

Brecht non fu nemmeno il primo a giocare con la figura di Hitler o del dittatore in generale. Sicuramente egli prese ispirazione dal film di Charlie Chaplin Il grande dittatore realizzato l’anno prima, nel 1940. L’espediente è stato poi ripreso nel mondo del cinema innumerevoli volte: basti pensare ai recenti Lui è tornato e Jojo Rabbit (sempre incentrati su Hitler) o ancora a Il dittatore di Sacha Baron Cohen (basato sullo stereotipo del tiranno orientale). In questi lungometraggi la figura dell’oppressore è esagerata, surreale, compie azioni ai limiti dell’assurdo, ma i suoi crimini non vengono mai negati o fatti passare per positivi. Tutto ciò dimostra come la teoria di Brecht fosse corretta: l’esagerazione a scopo satirico è sempre un modo originale di interpretare la realtà e La resistibile ascesa di Arturo Ui è sicuramente il caso più riuscito in ambito teatrale.

Edizione citata: B. Brecht, La resistibile ascesa di Arturo Ui, in Teatro, a cura di E. Castellani e C. Cases, Torino, Einaudi, 1961, vol. III.

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