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Nel nome del femminismo (o del maschilismo)

Treccani indica con il termine ‘femminismo’ il “movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica”. Questa corrente prese piede nel 17esimo secolo, ma solo di recente la si è iniziata a giudicare un vero e proprio fenomeno popolare.

Molte donne hanno giovato della fortunata combinazione “femminismo” e “comunicazione istantanea”, arrivando a conoscere prospettive altrimenti troppo lontane dal loro vissuto. Ma la popolarità arriva con un prezzo salato, ovvero la possibile mal interpretazione dei principi femministi. Solamente l’anno scorso, il Daily Signal ha raccontato dell’organizzazione femminista WoLF (Women’s Liberation Front) e delle sue prese di posizioni anti-transgender, “valse” la perdita della prevista conferenza nella biblioteca pubblica di New York. Non credo sia dunque da biasimare chi decide di non scendere a patti con queste indesiderate ramificazioni, allontanandosi in toto dal movimento.

Tuttavia, di recente ho sentito sempre più farsi valere una critica alquanto discutibile: “non sono femminista perché non mi ritrovo nel nome del movimento, penso lo si dovrebbe cambiare”.

Alla base di questa critica c’è una precisa osservazione, ossia: il femminismo non sostiene i soli diritti delle donne ma l’equità tra sessi, sia questa la parità di stipendio o la lotta alla “mascolinità tossica”; dedicare un intero movimento solo ad una sua piccola porzione non è “etico” e nemmeno “linguisticamente coerente”, preso anche atto della controparte maschile del nome (il maschilismo) come “convinzione di superiorità dell’uomo sulla donna” (Treccani.it).

Considerato il rimprovero mosso, sarebbe interessante rispondere a questi “prescrittivisti” – ovvero coloro che giudicano la lingua in base a come credono dovrebbe essere – spiegando da una prospettiva sia linguistica che psicologica perché questa argomentazione sia dal mio modesto punto di vista fallace ed insensata.

Motivazione linguistica

Qual è la differenza tra la parola sèdia e la parola pànola? Semplicemente, la seconda parola è inventata, mentre sèdia significa “mobile su cui può sedersi una sola persona (detto anche, spec. nell’uso tosc., seggiola), costituito da un piano orizzontale (sedile) appoggiato su quattro gambe, e da una spalliera” (Treccani.it).

Ma ci si può spingere oltre: c’è un motivo per cui una sedia si chiama così? Perché non chiamarla pànola?

A spiegarlo è Ferdinand de Saussure, padre della linguistica (ovvero lo studio scientifico della lingua) moderna. Secondo Saussure, gli uomini comunicano attraverso i segni, prodotto della corrispondenza tra significato e significante.

In poche parole, Saussure afferma che il segno è il risultato dell’unione tra l’immagine dell’oggetto così come lo si immagina e l’oggetto così come lo si vede nella realtà: mettendo ad esempio che si voglia dipingere un cavallo, se davanti a me ho un cavallo in carne ed ossa ed in testa ho la mia idea di cavallo, il cavallo davanti a me è il significante, quello che ho in testa è il significato e il dipinto nato dall’unione di idea e realtà è il segno.

Esistono diversi tipi di segni, ma il più conosciuto è sicuramente il linguaggio umano. La prima caratteristica dei segni (dunque del linguaggio) è che sono arbitrari, ossia: non esiste nessun motivo per cui una sedia si chiami sedia, o un tavolo si chiami tavolo. Dunque, volendo usare un linguaggio tecnico, non c’è alcun motivo per cui un certo segno corrisponda ad un certo significante: è semplicemente una norma culturale adottata per poter comunicare meglio gli uni con gli altri e questo spiega anche perché si hanno diverse lingue in diverse parti del mondo.

Lo stesso ragionamento si può anche applicare al femminismo: è illogico contestare il senso del nome perché non c’è in principio nessun elemento del nostro linguaggio, sia esso prosodia, linguaggio corporeo o lingua, che abbia un motivo per essere inteso o pronunciato così com’è, essendo il linguaggio umano un sistema di segni arbitrari dettati dalla cultura.

Motivazione psicologica

La risposta più comune a questa critica è: “Sì, ma io non parlo della parola femminismo in generale, parlo del significato della parola femminismo contrapposta al significato della parola maschilismo! Se la parola maschilismo è discriminatoria per le donne, allo stesso modo la parola femminista è discriminatoria per gli uomini.  Si parla di coerenza linguistica”.

Ma anche se visto nella sola corrispondenza con il maschilismo, l’appunto rimane contestabile: questa frase, infatti, più che rendere giustizia al movimento, induce spesso in un bias cognitivo: lo schioppo mentale.

È bene spiegare che il nostro intuito lavora per “associazione”: cerca una connessione tra due diversi elementi per via associativa e in maniera totalmente automatica.

Per avere una misura di queste associazioni, si possono leggere le seguenti parole: banana e vomito. Essendo il nostro pensiero intuitivo portato a creare collegamenti in maniera automatica, si sarà creata nella vostra testa un’immagine che collega le due parole tra loro; con molta probabilità un’immagine disgustosa, ma in ogni caso coerente ai parametri di associazione mentale che ogni essere umano ha.

Con maschilismo e femminismo si hanno due termini con una forma molto simile (es. finiscono entrambe in –ismo) e ciò porta inevitabilmente il lettore a confrontarli. Eppure, questo paragone va spesso oltre la semplice forma, sfociando in quello contenutistico senza che ce ne si renda conto.

Lo schioppo mentale è proprio questo: l’incapacità o impossibilità del nostro pensiero intuitivo di limitarsi a rispondere ad una sola domanda e rispondere invece ad ulteriori quesiti senza che questi vengano chiesti. Immaginate ad esempio di fare da “cavie” per un esperimento psicologico e che vi venga detto di confrontare il suono di queste quattro parole:
VOTE – NOTE
VOTE – BOAT

Voi ascolterete queste due coppie di parole e ne confronterete giustamente il suono, ma secondo diversi studi, non vi limiterete a confrontarne solo il suono, ma anche la calligrafia. Questo è un task che non vi è stato richiesto, ma che avete automaticamente compiuto a causa dello schioppo mentale.

Un esperimento paradigmatico per la dualità femminismo – maschilismo: le due parole, abbiamo appurato, hanno una forma simile e perciò vengono automaticamente messe a confronto. A seguito dello schioppo mentale, però, non ci si limita a confrontarne la sola forma ma anche il significato che, a causa del nostro intuito e della sua tendenza ad “associare” i concetti, dovrà apparirci tanto simile quanto lo è la forma. Ma solo perché la forma di due parole è simile non vuol dire che i loro significati debbano essere altrettanto simili; pertanto, solamente perché maschilismo è un nome negativo e discriminatorio per le donne non vuol dire che il femminismo debba essere allo stesso modo negativo e discriminatorio per gli uomini. Non solo perché (come sostenuto prima) il segno è completamente slegato dal significante, ma anche perché questo che si tende a fare è un ragionamento in più, nato sostanzialmente da un’associazione mentale automatica non richiesta, una tendenza del nostro cervello a collegare ogni elemento esterno e spiegarlo in maniera (possibilmente) razionale.

Il femminismo è un movimento con una lunga storia alle spalle e (a discapito delle diverse interpretazioni) dei nobili fini; perciò trovo abbia il diritto di essere valutato per i suoi contenuti più che per la sua denominazione, che, si può concludere, rimane un criterio di giudizio non pertinente ad un movimento che in fin dei conti altro non fa che chiedere equità sociale.

FONTI:
D. Kahnemann, “Pensieri lenti e veloci”, Milano, Mondadori (2012)
G. Berruto e M. Cerruti, “La linguistica. Un corso introduttivo”, UTET Università (2017)

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