«A riveder le stelle»: 700 anni di Dante Alighieri

Chiudi gli occhi. È l’alba di un freddo e anonimo lunedì invernale: il primo chiarore mattutino inizia timidamente a farsi avanti tra gli spiragli delle persiane della tua camera da letto, sfiorandoti delicatamente il viso. Infastidito, ti giri dal lato opposto, sperando che nient’altro possa disturbare il tuo sonno: cadi nuovamente tra le braccia di Morfeo. Tuttavia, dopo pochi minuti e senza il minimo preavviso, cominci a udire una melodia conosciuta che si fa sempre più intensa: ti accorgi che è la fastidiosa suoneria della sveglia del tuo cellulare e mediti di alzarti per non correre il rischio di perdere l’ennesimo autobus. Con molta calma, dunque, scendi dal letto, ti dirigi in bagno per lavarti i denti, indossi i primi indumenti che trovi nell’armadio e prepari velocemente lo zaino, senza badare troppo ai libri che vi inserisci (è universalmente riconosciuto, infatti, che alle superiori possano bastare una penna e qualche foglio per superare la giornata). Per la colazione non c’è tempo, ma sai già che ti concederai un cappuccino alle macchinette della scuola prima dell’inizio delle lezioni. Esci da casa e, cuffiette alle orecchie, cammini verso la fermata del bus. Nel frattempo, percepisci sulla tua fronte alcune lievi goccioline d’acqua, che però diventano sempre più insistenti e forti. Ovviamente, hai dimenticato l’ombrello: sorridi, perché ricordi di averlo lasciato proprio a scuola la settimana precedente, senza riportarlo indietro. Raggiunta la fermata, ti fai coraggiosamente spazio fra tutte le persone che stanno occupando l’affollatissimo autobus e aspetti di raggiungere la tua meta. Le condizioni meteorologiche, purtroppo, non sono delle migliori e la pioggia prolunga la corsa di una decina di minuti: non ci sarà tempo per la desiderata colazione. Giunto a destinazione, scendi velocemente dal bus e corri a scuola, provi ad evitare i rimproveri delle bidelle e, finalmente, entri in aula. La prima ora di lunedì è di letteratura italiana: ti siedi al tuo posto (rigorosamente in ultima fila) e cerchi nello zaino il libro dell’Inferno di Dante, accorgendoti però di aver portato quello di matematica. Fortunatamente, il tuo compagno di banco si offre di condividere il suo testo con te: lo ringrazi e cominci ad ascoltare le parole della professoressa, che legge e analizza ogni terzina con scrupolosa attenzione. Nel mentre, ripensi alla brutta giornata che hai passato fino a quel momento e immagini come potresti migliorarla, ignorando momentaneamente la spiegazione in corso. Una volta finita la meditazione, chiedi al vicino di banco a che verso sia arrivata l’insegnante, consapevole del fatto che era partita dai primi versi del Canto VI. La sua risposta ti lascia sbalordito: come si è passati dall’inizio del Canto VI a metà del Canto VII in così poco tempo? Guardi di sfuggita l’orologio: mancano solo cinque minuti al termine della lezione.

Ora, giustamente, il lettore si chiederà perché abbia optato per un’introduzione così lunga. Ebbene, le motivazioni alla base di tale scelta sono essenzialmente due. Prima di tutto, desideravo rievocare quei piccoli momenti che costituivano parte integrante della nostra quotidianità e che talvolta consideravamo superficialmente, mentre oggi ci sembrano soltanto un lontano ricordo di un passato felice e spensierato. In secondo luogo, prima di addentrarci alla scoperta di alcuni dei dettagli della vita e dell’opera di Dante (proprio quest’anno ricorre il settimo centenario della morte del Sommo Poeta), volevo creare una sorta di sentimento di “comune rimpianto” nei lettori, rei (il sottoscritto in primis) di avere spesso sottovalutato e sottostimato la lettura della Commedia, erroneamente considerata un lungo e tedioso componimento che andava studiato esclusivamente per il raggiungimento di un buon voto, nulla più. In realtà, come vedremo, l’opera massima del poeta fiorentino è molto più attuale di quanto si possa immaginare e la sua figura, seppur mitizzata e resa immortale dal tempo, cela un lato d’umanità che, in qualche modo, rende Dante più vicino e simile a ognuno di noi: d’altronde, anche lui ha affrontato l’adolescenza e la gioventù, con gli amori, le amicizie e le paure che ne derivano, e nel corso della sua vita ha coltivato i più svariati interessi, non solo la letteratura. Iniziamo, dunque, a conoscere meglio Dante Alighieri.

Nato nel 1265 a Firenze da una famiglia dalle buone condizioni economiche, ma tecnicamente sprovvista di titolo nobiliare (il padre, Alighiero, era un cambiavalute, anche se alcuni documenti dell’epoca testimoniano che talvolta ricoprì il ruolo di usuraio), il giovane Durante (“Danteè un diminutivo: nella Firenze dell’epoca era costume chiamare con soprannomi e nomignoli i vari membri della società, sostituendo di fatto i reali nomi di battesimo) deve la sua formazione intellettuale di base all’amato maestro Brunetto Latini, personaggio che il poeta incrocerà nel girone dell’Inferno destinato ai sodomiti. L’importanza del Latini per Dante non risiede soltanto nell’aspetto educativo: si può affermare che il maestro fu un vero e proprio “motivatore” per l’allievo, il primo a credere nelle sue qualità. Non a caso, nel fatidico incontro nell’aldilà, Brunetto incoraggia Dante a proseguire nella sua opera, annunciandogli l’eterna gloria poetica: “… Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto” (Inferno, Canto XV, 55-56).

La figura del Latini, dunque, sembra in qualche modo sostituire quella paterna, con la quale Dante non ha mai avuto un rapporto molto stretto: in tutta la sua produzione poetica, infatti, non la ricorda mai. Ciononostante, è proprio grazie al padre che, alla tenera età di nove anni, il giovane fiorentino ha l’occasione di vedere per la prima volta la fanciulla che lo guiderà nel Paradiso: si tratta, ovviamente, di Beatrice. L’incontro tra i due viene raccontato dallo stesso Dante nella Vita nuova: qui il poeta si limita a riportare la loro età all’epoca, a descrivere il vestito indossato dalla bambina (di color rosso fuoco) e a narrare le emozioni dovute all’immediato innamoramento. Per informazioni più specifiche bisogna affidarsi al racconto del Boccaccio, grande ammiratore e studioso di Dante. Egli afferma che l’episodio avvenne nella giornata di Calendimaggio (1° maggio) del 1274. Per celebrare l’arrivo della bella stagione, i fiorentini erano soliti programmare banchetti e balli: Folco Portinari, padre di Beatrice, aveva organizzato una piccola festa a casa e aveva invitato l’amico Alighiero, che portò con sé il figlio Dante. Boccaccio spiega che quel giorno il giardino dei Portinari era gremito di bambini, che dopo la prima portata si alzarono da tavola per giocare: tra uno scherzo e l’altro, quindi, Dante si trovò davanti a Beatrice e, come egli stesso scrisse, “d’allora innanzi dico che Amore signoreggiò la mia anima” (Vita Nuova, cap. II).

Passeranno altri nove anni prima che il poeta riveda la ragazza tanto amata: nella Firenze medievale esisteva una forte segregazione tra i sessi e le occasioni di riunirsi fra maschi e femmine erano limitatissime. Il secondo incontro tra Dante e Beatrice avvenne nel 1283, per strada, e fu tanto rapido quanto importante per il giovane letterato. Sposata con il cavaliere Simone de’ Bardi, Beatrice poteva uscire di casa, anche se accompagnata da altre gentildonne più anziane. Come qualsiasi adolescente in preda al panico, Dante (già promesso sposo a Gemma Donati) tentò di non farsi notare dalla ragazza, che però lo vide, gli sorrise e lo salutò: dopo anni, sentiva per la prima volta la sua voce. Al settimo cielo, Dante corse a casa e ripensò per ore all’accaduto: doveva rivelare le sue emozioni e la sua esperienza agli amici trovatori. Così, euforico, scrisse il sonetto A ciascun’alma presa, ricevendo i più svariati tipi di risposta: alcuni replicarono con rime dallo stesso stile elevato, mentre altri optarono per una reazione dai toni più comici, prendendo amichevolmente in giro il povero Dante, caduto nel fervore della passione amorosa. È bene ricordare che questo non fu l’ultimo incontro tra i due giovani. Durante un pranzo di nozze, ad esempio, Dante si accorse che dall’altra parte del tavolo era seduta Beatrice e andò nel panico: tutti gli ospiti osservarono divertiti la sua reazione, finché un amico non lo trascinò via. In un’altra occasione, più precisamente il funerale di Folco Portinari, Dante non riuscì a trattenere le lacrime: invece di essere consolato, venne addirittura sgridato da Beatrice e le altre donne presenti, poiché l’usanza dichiarava che solo il gentil sesso poteva partecipare al compianto funebre, mentre gli uomini dovevano silenziosamente aspettare fuori dalla casa del morto. Insomma, le poche opportunità avute da Dante per passare del tempo con Beatrice non furono un grande successo.

L’improvvisa morte di Beatrice, databile circa dieci anni dopo il secondo incontro, rappresentò un duro colpo per Dante, che provò a tenerne vivo il ricordo attraverso l’opera letteraria. Allo stesso tempo si avvicinò allo studio della filosofia e cominciò a ritagliarsi uno spazio di rilievo nella politica fiorentina, tanto da ricoprire la carica di priore nell’estate del 1300. Se oggigiorno si critica aspramente la poca stabilità dei governi succedutisi alla guida del nostro Paese, non si può di certo affermare che nell’Italia medievale la situazione fosse diversa: basti pensare che Firenze (in cui vigeva un regime di popolo costituito da non meno di cinque Consigli popolari, sei priori che venivano eletti a cadenza bimensile e un podestà straniero) era luogo di scontri giornalieri tra famiglie ghibelline (che sostenevano l’Impero) e guelfe (che appoggiavano il Papato). Quest’ultime si dividevano a loro volta in due fazioni: i Neri auspicavano che il Papa ottenesse anche il potere temporale (tipicamente dell’Imperatore) oltre a quello spirituale, mentre i Bianchi (di cui faceva parte Dante stesso) osteggiavano la completa concentrazione di potere nelle mani del Papa, all’epoca Bonifacio VIII, considerato dal poeta come esponente massimo della decadenza morale della Chiesa.

Tra il pontefice e Dante, dunque, i rapporti erano tesissimi. La proverbiale goccia che fece traboccare il vaso fu l’approvazione di un provvedimento che proclamava l’esilio da Firenze di otto guelfi neri e sette guelfi bianchi, con il successivo annullamento della sentenza a favore dei soli Bianchi. Bonifacio VIII decise di inviare nel capoluogo toscano Carlo di Valois in qualità di “falso paciere”, mentre Dante e alcuni ambasciatori si dirigevano a Roma per capire quali fossero le sue intenzioni. Fu l’ultima volta che il poeta vide la sua Firenze, ignaro del fatto che Carlo di Valois stava per rovesciare il priorato presieduto dei Bianchi per favorire l’ascesa dei Neri. Il colpo militare comportò durissime conseguenze: accusato di baratteria (oggi diremmo “corruzione”), Dante fu condannato all’esilio. Iniziò così il suo lungo pellegrinaggio fra le corti italiane, ospite dei più celebri Signori dell’Italia medievale, tra cui i Della Scala di Verona e i Da Polenta ravennati. Tutti i tentativi di rientro a Firenze furono fallimentari.

Profondamente amareggiato e colpito nell’orgoglio, negli anni dell’esilio Dante cominciò a studiare lo schema di quella che sarà l’opera più importante della storia della letteratura italiana: la Commedia. Allegoria del percorso che ogni uomo deve compiere nella vita terrena per raggiungere la salvezza, ma anche coraggiosa denuncia dei mali che invadono la Chiesa e l’Italia dell’epoca, la Commedia è composta da cento Canti, divisi in tre Cantiche, per un totale di ben 14.233 versi (rigorosamente endecasillabi: Dante non ne sbaglia uno!). Si tratta dell’opera in cui il poeta fiorentino rivela completamente la sua genialità, la sua infinita immaginazione (basti pensare che riesce a scrivere 33 Canti del Paradiso, luogo in cui è immerso solamente da una potentissima luce bianca che si fa sempre più accecante), la sua duttilità linguistica (passa dal linguaggio crudo, talvolta volgare, dei gironi infernali alle espressioni auliche ed eleganti dei cieli paradisiaci) e, soprattutto, il suo risentimento verso chi lo ha ostacolato e tutta la sua voglia di riscatto. Senza cadere nel sacrilego, di fatto Dante sisostituiscea Dio, decretando chi merita di prendere posto nel Paradiso, chi deve aspettare nel Purgatorio e chi è condannato a subire le pene infernali. Se, in alcuni casi, il poeta accantona i sentimenti collocando amici e persone a lui care tra i peccatori (si ricordi il caso del Latini, visto in precedenza), in molti altri a prevalere è il rancore: il tanto odiato Bonifacio VIII viene menzionato nel girone infernale destinato ai simoniaci, mentre la testa di Bocca degli Abati (reo di aver tradito la sua Firenze a favore di Siena nella battaglia di Montaperti) viene addirittura calpestata e percossa ripetutamente da Dante, in preda all’ira, osservato da uno sconvolto Virgilio. Attualmente sarebbe interessante scoprire in quale regno dell’aldilà il poeta posizionerebbe alcune delle personalità più influenti del Paese. In campo politico si verificherebbe con ogni probabilità un sovraffollamento nell’ottavo cerchio infernale, destinato ai fraudolenti verso chi non si fida, e nelle sue numerosissime bolge, abitate da ruffiani e seduttori, barattieri, ipocriti, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari

Ora, c’è un ultimo aspetto che mi preme affrontare: quello legato all’indelebile giovinezza del poema. Quando Dante esce dall’Inferno e rivede le stelle, comunica al lettore che ormai il peggio è alle spalle. Ogni Cantica, inoltre, termina proprio con la parola “stelle”, enti celesti che simboleggiano il destino dell’uomo, la sua naturale aspirazione all’ascesa: dopo l’incertezza, la paura e l’inquietudine provate nel primo regno dell’aldilà arriva finalmente il momento del sollievo, del riscatto. Tutto sembra suggerire che il futuro sarà certamente migliore. Diviene automatico pensare al periodo d’iniziale successo della Commedia, vale a dire la seconda parte della prima metà del 1300: l’Italia si sta preparando ad affrontare una terribile pandemia di peste nera, nata in Asia e diffusasi in Europa, che sterminerà, solo a Firenze, quattro quinti della popolazione. Eppure, dai superstiti del disastro di metà secolo prenderà vita la generazione che contribuirà alla nascita del Rinascimento. Oggi ci troviamo in una situazione simile, anche se il progresso tecnologico e scientifico sta aiutando a contrastare la diffusione del virus. Il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri sembra arrivare nel momento più opportuno, quasi a indicarci il futuro: dopo il periodo di smarrimento, persi nel buio della selva e prigionieri di quello che appare come un vero e proprio Inferno in terra, incontreremo presto la luce, la speranza. Torneremo, insomma, a riveder le stelle.

Per maggiori approfondimenti:

A. Barbero, Dante – Editori Laterza

A. Cazzullo, A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia – Mondadori

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