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Due chiacchiere con un’idea, come il teatro ri-nasce dalle strade

Abbiamo fatto due chiacchiere con Ippolito Chiarello, fondatore, ma non ideatore – come ha voluto precisare nel corso della conversazione – del barbonaggio teatrale. La pratica di inserire il teatro nel vivere quotidiano assieme al mangiare, al bere, al camminare per la strada, nel connubio esistenza umana (dunque sociale) e mondo è antichissima: come tutte le cose migliori, è greca e romana.

Con il barbonaggio teatrale-delivery, Ippolito porta il teatro a spasso e lo offre a chi ne ha più bisogno; tutta la comunità, curiosa, è partecipe in prima persona o affacciata alle finestre.

Lo abbiamo intervistato per voi, ci siamo divertiti e fatti anche qualche domanda. 

L’intervista si apre sul volto di Chiarello, la faccia provata da una barba incolta e dei capelli arruffati su uno sfondo di date scritte a pennarello su una lavagna (probabili spettacoli rimasti sospesi, penso). Mette le mani avanti: «Non mi guardate male, dall’inizio della quarantena non ho più voluto curare baffi e ciuffo, mi son lasciato andare», esclama sorridendo. 

Un attore che non bada all’aspetto scenico? 

La capacità di farci sentire a nostro agio si rivelerà poi essere la straordinaria dote di Ippolito durante l’intervista: «La gente a teatro deve sentirsi a casa, non deve viverla come un’istituzione elegante ed altolocata, ma come parte della realtà quotidiana

Ci tiene ad una premessa prima di iniziare: il teatro delivery è un’ovvia conseguenza di ciò che già si faceva prima, ossia teatro per le strade: «Ho dato un nome ad una cosa che esisteva già, ho solo cercato di rimettere in moto il tutto partendo dalle radici di questo lavoro, dalle sue origini antiche.»

 Secondo te, oggi, chi ha veramente bisogno di teatro? Chi è lo spettatore che cerchi per le strade?

«Tutti hanno bisogno di teatro, solo che non lo sanno.» Ci fa capire come faccia parte del nostro quotidiano e sia un appetito dell’anima, solo che ci si può abituare a tutto, anche a sopportare lo stimolo della fame, fino a dimenticarlo.

«Il teatro è una parte di noi» dice, non nascondendo la speranza che in questo periodo la gente, stando a casa, senta le farfalle nello stomaco. «Ma soprattutto il pubblico bisogno crearselo»

E come? 

«Attraverso l’empatia» risponde, la capacità di capirsi uno con l’altro che presuppone la voglia di essere capiti. «Quando fai teatro, devi pensare che tra gli spettatori ci sia tua zia» dice, volendo sottolineare come, per quanto difficile e profondo sia il messaggio portato in scena, lo scopo è riuscire a farlo intendere alla maggior parte delle persone senza essere selettivi. Difficile non percepire una critica diretta all’arte contemporanea intesa come elitaria, per pochi.

È possibile che questo tornare alle origini abbia realmente la meglio su quella concezione elitaria di teatro? Questo farsi guerra tra compagnie, godere nel non vedere pubblico agli spettacoli altrui…?

«Se non c’è un pubblico per gli altri, non c’è neanche per me.» 

Il barbonaggio teatrale vuole far riscoprire alla gente la bellezza dello spettacolo, senza “rubare” spettatori. Lo scopo, anzi, è istigarli ad entrare in un vero teatro, riscoprire uno dei palazzi più importanti della città, ma, perché ciò avvenga, devono sentirne la necessità ed è l’artista l’unico a poter far riscoprire questo bisogno.

Ciò in cui l’artista crede è la centralità dell’azione: prima della messinscena, della capacità di recitare, dei vestiti, c’è il bisogno di fare arte: «Lo spettacolo sono io che monto in bici e vado per le strade.»

Allena le attitudini con il suo linguaggio artistico che, per questo, è aperto a tanti scopi: insegnare a credere in se stessi, nelle proprie idee ed esigenze.

«Non sapete neanche quanto viaggiano veloce le piccole grandi idee» quando puntano al bene altrui, aggiungo io. Parlare di centralità dell’azione in un periodo statico come questo a dei ragazzi è un enorme dono, richiede coraggio.

«Mi ha sorpreso il mondo della scuola – racconta- perché è sempre difficile entrarvi, ci vogliono i permessi, i bambini non possono essere tenuti all’aperto se è inverno, se non ci sono spazi idonei. Invece, un istituto dopo l’altro, hanno iniziato a farsi avanti, a mettere i più piccoli in cortile, ad aspettare che arrivasse il teatro.» Dalle sue parole si coglie, piena e travolgente, la passione anche ideologica per il proprio mestiere, la missione di non lasciare nessuno indietro, famiglie, singoli, classi, compagnie teatrali. 

Ci piace immaginare insieme un dialogo intersezionale, intergenerazionale, in cui vivere il momento presente e cantarlo; è la condivisione di una luce che non viene dai riflettori, ma dai lampioni, dalle case e perché no, dal sole rinfranto sui ciottoli. 

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Biagio Cerantola

Quando il "meno-peggio" diventa l'abitudine, il giornalismo diventa un vizio

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