Viaggio Verso Exuvia – Fuga (1)

Mettiamo subito le mani avanti: ciò che segue non pretende di essere una critica musicale o, addirittura, una recensione letteraria delle canzoni del noto rapper Michele Salvemini, in arte Caparezza. Quello che andrai a leggere tu, lettore, è il racconto del viaggio che l’autore del recente album Exuvia ha intrapreso fino ad arrivare al prodotto finito, interpretato con gli occhi della filosofia.

Consiste in un percorso totalmente interiore che parte dal rinnegare e poi accettare il proprio passato, continua con il fuggire dal proprio essere, prosegue con il superamento di ostacoli e accettazione delle cose che troviamo o che abbiamo trovato e si conclude con la propria morte. Quest’ultimo concetto, precisiamo, non è inteso come definivo: è, piuttosto, un lasciare la propria “exuvia” alle spalle per rinascere e risorgere come uomo nuovo.

Prima di avventurarci nelle prime canzoni di quest’opera musicale, bisogna ricordarne un’altra, quella precedente all’album Exuvia, ovvero Prisoner 709. Questo progetto di Caparezza era un grido alla sua sofferenza per l’acufene e non solo, perché è finito per diventare un inno all’evasione (qui intesa non solo come una semplice fuga da uno stato indesiderato).

Partendo da un’analisi del proprio passato e di quello che circonda l’uomo, inizia così il “viaggio” di Caparezza.

La prima canzone dell’album Exuvia non è nient’altro che un’antologia del proprio passato, in questo caso quello musicale. In Canthology, appunto, il rapper pugliese ripercorre tutti gli album fatti precedentemente, riprendendo numerose sue citazioni da canzoni che hanno svolto un ruolo significativo nel suo rapporto con il pubblico, ma anche con se stesso. Basti pensare al verso «Tipi che mi chiedono del tunnel / Dammi una pala che me lo scavo» in cui richiama la sua ormai conosciuta avversità alla gente che abusa della sua canzone Fuori dal tunnel, la quale, da denuncia alla superficialità della vita, è stata trasformata dal pubblico, in una “canzonetta” da suonare ai matrimoni o alle feste di paese: praticamente l’opposto di ciò che il testo della canzone esprime.

È proprio nel ritornello di Canthology che si mostra questa voglia di rinnegare il passato e fuggire:

Things are scattered everywhere
No one seems to care
They’re trying to get somewhere

Things are scattered everywhere
No one seems to care
They’re trying to get somewhere
Get away
Get away
Get away
Get away

L’unica soluzione a tutte le cose che si disperdono chissà dove sembra che sia quella di scappare. Con queste poche parole Caparezza, senza rendersene conto, chiede a se stesso quello che già scriveva Luigi Pirandello nella sua rinomata opera Il fu Mattia Pascal:

Hai mai pensato di andare via e non tornare più? Scappare e far perdere ogni tua traccia, per andare in un posto lontano e ricominciare a vivere, vivere una vita nuova, solo tua, vivere davvero. Ci hai mai pensato?

Una domanda apparentemente banale, ma che in realtà ognuno di noi, almeno una volta nella propria vita, si è posto ed è arrivato al punto di preparare le valigie, rimanendo in quell’attesa di riuscire a compiere l’atto coraggioso di scappare e iniziare una nuova vita altrove.

Una risposta per un’evasione intesa come tale ci viene data dal mondo antico e da nient’altro che il filosofo greco Socrate. Come ci racconta Platone nel Critone, Socrate rifiuta di fuggire, di evadere di prigione, perché sa che non è la scelta giusta da fare. Lui capisce che l’evasione preparatagli dai suoi giovani amici non è ciò che corrisponde a se stesso e che la risposta è un’altra. Platone, inoltre, all’interno delle sue opere riporta il concetto che è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che compierla; l’evasione, nel senso di fuga dal carcere, sarebbe dunque compiere un atto ingiusto e quindi una scelta sbagliata. La giusta risposta invece è semplicemente essere in pace con se stessi, accettando il proprio passato e il mondo che ci circonda, per quanto quest’ultimo non riconosce di trovarsi in errore. Quindi l’evasione autentica va a definirsi come uno stato mentale o, anche, utilizzando una diversa terminologia, una consapevolezza spirituale che verifica la situazione a 360° e la riconosce come un evento da accettare così com’è, da cui trarre elementi che ci appartengono (anche solo per il fatto che opporsi equivarrebbe soltanto ad alimentare l’ingiustizia attorno a noi).

Tutto ciò si può riassumere con poche semplici parole: rimanere se stessi.

Da questo presupposto, che si presenta come una esigenza specificatamente umana, comincia la fuga di Caparezza, che ora possiamo considerare come una costante ricerca di un nuovo luogo in cui insediarsi stabilmente.

Metaforicamente è come se fossimo un popolo nomade che capisce che il terreno che ha condiviso con gli altri fino a quel momento non è così fertile come credeva o, meglio, lo era originariamente, ma a causa di comportamenti sbagliati è stato sporcato, contaminato, avvelenato.

Questa fuga, ora, diviene un viaggio, anzi lo era stata sin dall’inizio: è, però, totalmente a luci spente. Non sappiamo dove andremo a finire. Conosciamo solo il fatto che dobbiamo andarcene dal quel “pezzo di terra” dove eravamo, «Perché in casa resta chi non rischia». Questo verso di Fugadà, la seconda canzone dell’album, non poteva spiegare in maniera migliore la situazione in cui ci troviamo, dove la cosiddetta “comfort zone” non è nient’altro che una dimensione in cui non si assume alcuna responsabilità: bisogna quindi uscirne per poter progredire. Questo è colto perfettamente con semplici parole dal poeta tedesco Friedrich Hölderlin: «Dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva»: dobbiamo, quindi, fuggire dalla quotidianità banale e dal nostro modo abitudinario di pensare per poter trovare la nostra salvezza, cioè la nostra “nuova” vita.

Cos’è, però, che ci spinge a questa fuga? Semplice: la nostra coscienza.

Quando Caparezza pronuncia nel primo intermezzo Una voce – Skit, «Nella testa una voce di tuono, antica / Sta dicendo: “Non correre uomo”», ciò di cui si parla è proprio la coscienza, la quale ci guida e tiene le redini del nostro cammino a patto che, dopo averla ascoltata, le lasciamo lo spazio che le spetta.

La coscienza è sempre presente a cercare di svolgere il suo compito, come Kant aveva enunciato nella Metafisica dei costumi in maniera formidabile:

«La consapevolezza che nell’uomo esiste un tribunale interno (“davanti al quale i suoi pensieri si accusano o si giustificano a vicenda”) è la coscienza.

Ogni uomo ha una sua coscienza e si sente osservato, minacciato e in generale tenuto in rispetto (che è una stima unita a timore) da un giudice interno, e questa potenza, che veglia in lui all’esecuzione della legge, non è qualcosa da lui arbitrariamente costruito, ma è inerente al suo stesso essere. Essa lo segue come la sua ombra, quando egli tenta di sfuggirle.

L’uomo può bensì stordirsi o ottundersi con piaceri e distrazioni, ma non può evitare, di quando in quando, di ritornare in se stesso e di svegliarsi; e allora sente ben presto la voce terribile della coscienza.

Egli può magari cadere in un grado tale d’abbiezione da non prestare più alcuna attenzione a questa voce, ma non può evitare di udirla».

Con il riconoscimento della propria coscienza continua quella che non è più una corsa frenetica del fuggire da qualcosa, ma il cammino nel sentiero che ci ricondurrà a noi se stessi in una nuova forma.

Ne El sendero è proprio questo punto che viene affermato e cantato con la voce soave di Mishel Domenssain:

Camina, guerrero, camina
Por el sendero del dolor
Y la alegría
Camina, guerrero, camina
Por el sendero del dolor
Y la alegría
Camina (Camina)

Questo sentiero di cui si narra, viene a trovarsi all’interno di un’immensa foresta in cui l’uomo, in questo caso specifico Caparezza, riconosce e dice: «Faccio un passo nella selva / Senza briglie e senza sella / Vado incontro alla mia libertà».

C’è però da domandarsi come questa libertà di cui si parla viene definita: prendiamo allora la visione degli empiristi inglesi, Locke e Hume.

La libertà ha, per Locke, due presupposti: l’intenzione del soggetto verso un’azione e l’assenza di costrizione da parte di cause esterne. In questo modo la libertà diventa semplicemente la descrizione del rapporto tra la facoltà intenzionale e la realizzazione.

Hume invece non concepisce la libertà nei termini dell’intenzione, perché la mente umana segue delle regole precise nella formazione delle proprie idee e dei propri desideri irrazionali: essa, infatti, può solo riconoscere i mezzi adeguati per raggiungere un certo fine.

Alla luce di quanto detto, che l’elemento intenzionale sia presente nella propria libertà o che siano solo presenti regole da seguire quasi obbligatoriamente, ciò che importa è quello di andare incontro alla specifica libertà che spetta a ciascuno di noi.

Riprendendo la posizione di Socrate iniziale, quello a cui siamo chiamati, cioè quello che la nostra coscienza ci impone, è rimanere se stessi.

L’incontro con la propria libertà significa dunque poter agire sempre nella propria integrità e in un’ulteriore padronanza di se stessi e della propria dimensione interiore.

L’album prosegue su quest’onda con Campione dei Novanta in cui l’autore accetta così il passato cantando, tra altri numerosi versi, «Risorto nel 2000 e mi sembra evidente / Che fortuna fu la mia rovina» in cui richiama la sua vita artistica precedente con il nome di Mikimix. Da qui si trova pronto a proseguire in questo fitto bosco in cui si trova e passo dopo passo continua il viaggio verso la propria “exuvia” con però non poche difficoltà.

Come dice alla fine di questa canzone, «Sai, a volte il traguardo comincia da un passo falso / Fai un percorso diverso da quello che ha fatto un altro», Caparezza fa un salto significativo all’interno del proprio “sentiero del dolore e dell’allegria”.

E con questo verso si apre il secondo momento del viaggio: la riscoperta.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi