Notti trentine

Ma voi ricordate che aspetto avevano le notti? Parlo di quelle fonde, scure, chiassose, lugubri, malinconiche. Sono la cosa che amavo di più di ogni altra cosa di Trento, quella che mi manca maggiormente. La nostalgia delle notti trentine culla dolcemente i miei pensieri, mi lascia sempre uno sguardo sognante sul volto e le lacrime agli occhi.

Di Trento ho sempre amato due tipologie di notti: quelle estive del sabato sera e quelle invernali settimanali. Le prime le abbiamo amate tutti. Erano quelle in cui la città si trasformava e appariva così diversa dalla Trento perfetta, asburgica e talvolta austera che vedevamo di giorno. Sembrava una donna brilla, che ballava leggera tra le strade fino alle prime luci del mattino. La città brulicava di studenti in cerca dell’ultimo bicchiere della serata che potesse conferire loro miglior capacità di eloquenza. Solitamente la scelta ripiegava sempre sulla Scaletta e il suo magico Champagnone. “Quali saranno gli ingredienti segreti”? Qualcuno azzardava la risposta, mentre gli altri lo imploravano di non “rovinare la magia”. Erano magiche quelle notti estive in cui ci si fermava a parlare con sconosciuti che forse avremmo incontrato il giorno dopo nelle aule studio, anche loro con le occhiaie e la bottiglietta dell’acqua accanto, o forse non avremmo rivisto più.

Per non parlare della notte estiva per eccellenza, la notte bianca delle Vigiliane, in cui tutto era permesso, persino dagli stessi trentini, solitamente burberi. La notte bianca era come un sogno assurdo, inebriante e meraviglioso, di cui ti ricordi solo i contorni sfocati.

Ho amato allo stesso modo le notti invernali settimanali, quelle in cui Trento era avvolta da un silenzio così profondo da sentire il suono dei propri pensieri. Erano belle quelle notti fredde, nelle quali il vento gelido sferzava il viso dei pochi passanti, quelle in cui si godeva della quiete del tragitto per riflettere sul film appena visto al cinema.

Quanto amavo quelle notti fatte di camminate solitarie che mi permettevano di scoprire bellezze che non avevo mai osservato, pur avendole sotto gli occhi tutti i giorni, anfratti che di notte assumevano contorni misteriosi. Ciò che più mi toglieva il fiato era la piazza del Duomo, che nelle tenebre acquistava un fascino senza pari. Ancora mi commuove il pensiero della fontana illuminata, il Duomo sullo sfondo, il silenzio della città interrotto solo dalle urla dei matti.

L’ultima notte che ho passato a Trento, quella in cui ho capito che di lì a poco non sarebbe più stata la mia città, ho passato un’ora alla finestra a fissare il buio e a respirare l’odore della notte: quello del kebab delle 4 di mattina, delle sigarette fumate dai balconcini o quello di birra stantia nel fondo di una lattina, dimenticata da qualche ubriaco in un angolo. L’odore della notte non fece altro che accentuare quello acre e allo stesso tempo dolce della malinconia per una città che mai più avrei visto avvolta dal mistero del buio.

Erica Turchet

Sono studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli studi di Trento. Amo scrivere di musica e cinema, ma rimango un'appassionata dei lati oscuri e degli intrighi della politica.

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