USA – Sta tramontando il Sogno Americano?

Dopo quasi un anno dalla sua elezione, il presidente americano Joe Biden si trova in caduta libera nei sondaggi e con lui anche la sua vice Kamala Harris che, dopo aver infiammato le elezioni come prima donna a ricoprire tale ruolo, rischia di vedere sfumato il sogno di essere eletta un giorno, magari già nel 2024, come prima donna Presidente. L’amministrazione democratica paga in ambito economico un preoccupante aumento dell’inflazione e una politica migratoria criticata tanto dall’opposizione repubblicana quanto dall’ala più a sinistra del partito democratico, che vorrebbe quella politica più umana, promessa da Biden in campagna elettorale, nei confronti dei profughi. Ma il calo di popolarità del presidente va di pari passo con quello che, a tutti gli effetti, sembra essere il tramonto del “Sogno Americano”, quello che per anni ha nutrito generazioni di americans di speranza e fiducia sulle capacità della più grande democrazia del mondo e dei suoi cittadini di superare qualsiasi avversità. 

Da “I have a dream” di Martin Luther King, passando per “Yes, we can” di Barack Obama, la storia della politica americana è intrisa di una dialettica passionale, virtuosa, glorificatrice di tutti quei valori di libertà e giustizia che gli Stati Uniti, dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776 fino ad oggi, rivendicano come essenza prima del loro regime democratico. Lo stesso Joe Biden nella sua campagna elettorale si è a più riprese servito di slogan che richiamavano ad un patriottismo centenario, come “there is nothing behind our capacity” o “this is not who we are”, riferendosi indirettamente a quell’America trumpiana che a seguito delle elezioni invaderà il Campidoglio. D’altra parte, Biden stesso, nel video in cui annunciò la sua candidatura, menzionò l’episodio degli scontri a Charlottesville (2017), una manifestazione di suprematisti bianchi che arrivarono addirittura a sfilare con le bandiere del nazismo. L’allora ex vice di Obama sottolinea quell’avvenimento come uno dei più bui della storia americana, ricordando che il razzismo e l’antisemitismo fanno parte, ieri come oggi, della loro società; ma Charlottesville è emblematica anche per evidenziare come l’America si sia sempre rialzata, che nessuna divisione interna è più forte di quei valori prima citati che il Sogno Americano incarna: “America is better than that”, sostiene a più riprese Biden. Curioso notare come il tema del patriottismo, che in Europa è rivendicato quasi esclusivamente dalle destre, in America rappresenta una costante della retorica di quasi tutti politici, che siano essi repubblicani o democratici.

Ebbene, ad oggi questo grande sentimento di amore e devozione verso la bandiera a stelle e strisce, che per anni ha animato non solo la politica ma tutta la società civile americana, sembra non essere più così grande: come riportato da Federico Rampini nel suo ultimo libro “Fermare Pechino”, soprattutto fra le nuove generazioni, comincia a farsi strada una nuova immagine dell’America e dell’Occidente, quella di una civiltà criminale che nei secoli si è macchiata dei peggiori crimini contro l’umanità: dal colonialismo fino allo schiavismo, l’Occidente appare come quella civiltà che negli anni ha tradito a più riprese quei valori di cui lei stessa si è sempre fatta promotrice. 

Nel suo libro, Rampini utilizza l’ascesa del Movimento Black Lives Matter come testimonianza di questa nuova situazione: fondato nel 2013, BLM è diventato virale a seguito della brutale uccisione da parte di un agente di polizia dell’afro americano George Floyd, dando così inizio ad una stagione di proteste che, alle pacifiche e legittime manifestazioni, hanno accompagnato in certi casi atti di violenze e scontri che certo non hanno nulla a che vedere con la “resistenza non violentadel loro predecessore Martin Luther King. Commissariati incendiati, sedi dello Stato prese d’assalto e, decisamente più note, l’abbattimento delle statue di personaggi storici come Cristoforo Colombo, considerati i primi portatori di quello che Rampini definisce “il peccato originario dell’uomo bianco”, di cui l’America è obbligata ad espiare le colpe attraverso una revisione totale del proprio sistema politico, sociale ed economico. 

E, se nella società civile sono ormai anni che è emersa questa rivalutazione negativa della storia degli Stati Uniti, qualcosa comincia a muoversi anche a livello politico: ne è testimonianza il successo riscosso alle primarie democratiche dal senatore socialista Bernie Sanders, che nei suoi discorsi adotta un linguaggio politico vicino più alla tradizione marxista che a quella liberal, abbandonando quindi qualsiasi retorica di stampo patriottico e spostando l’attenzione su quello che è il conflitto tra classi sociali. In un dibattito per le primarie, il senatore del Vermont riprende una celebre frase di Martin Luther King che descrive l’America come un paese dove c’è “socialismo per i ricchi, e un robusto individualismo per i poveri”, riferendosi ovviamente alle enormi disuguaglianze socio-economiche presenti sul territorio americano. Nonostante Sanders non sia riuscito a prevalere su Biden nelle primarie democratiche, il successo da lui riscontrato fra le fasce più subalterne della popolazione è tale da rafforzare maggiormente all’interno del partito democratico un’ala progressista che per il dopo Bernie, ormai ottantenne, può contare su un folto gruppo di politici (Alexandria Ocasio-Cortez davanti a tutti, che promuove una rivoluzione dell’attuale sistema capitalistico americano). Persino un personaggio del calibro di Obama ha dovuto ammettere che “se si candidasse oggi, guarderebbe più al programma di Sanders che a quello che gli fece vincere le presidenziali nel 2008”.

Ma le ragioni del declino dell’autostima del paese possono e devono essere ricercate anche ad anni molto più addietro: già in occasione della guerra del Vietnam, infatti, era nato un movimento non solo a livello nazionale, ma globale, che condannava le atrocità provocate da quel conflitto. Rimarrà sempre celebre la frase “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”, con la quale lo storico pugile Muhammad Ali si rifiutò di andare a combattere in Vietnam per l’esercito americano.

Ma l’avvenimento che più di tutti ha impatto sull’orgoglio degli Stati Uniti e i suoi abitanti è stato l’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001. Storici e politologi concordano nell’affermare che quel giorno a cadere assieme alle due torri gemelle è stato anche il mito di un’America come unica grande potenza del mondo, di una roccaforte inscalfibile, costruita per guidare il mondo intero verso una transizione democratica. Una tragedia che, anche a distanza di vent’anni, rimane una ferita aperta per l’America e l’Occidente, un evento che confuta la tesi del politologo Fukuyama secondo cui, dopo la Caduta del Muro di Berlino del 1989, la Democrazia avrebbe trionfato. Nella realtà dei fatti le democrazie, oggi come ieri, non sono mai troppo solide, e avvenimenti come l’Assalto del Campidoglio in America piuttosto che quello della CGIL in Italia ne sono la conferma. 

Cosa possa produrre per il futuro questa situazione è tutto da scoprire: avremmo un’ascesa forte in America di quella sinistra prima citata che vede nel socialismo di Sanders l’unico modo per riscattare la reputazione del paese? O, all’opposto, c’è il rischio di un ritorno preponderante di quel nazionalismo che ha occupato per quattro anni la Casa Bianca con Donald Trump? Su questi temi si decideranno le sorti degli Stati Uniti e, perchè no, anche delle democrazie europee, mentre dall’altra parte del mondo la Cina di Xi Jinping resta spettatrice alla finestra, pronta a prendersi il ruolo a cui aspira da anni di nuova potenza egemone mondiale. 

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