6500 palloni sgonfi

Dodici anni fa il Qatar ha vinto la selezione per ospitare i Mondiali di Calcio nel 2022 e, da allora, secondo i dati delle ambasciate di India, Pakistan, Nepal e Bangladesh, più di 6500 lavoratori migranti avrebbero perso la vita a causa delle condizioni disumane in cui erano (e sono) costretti a lavorare. Secondo il quotidiano The Guardian la stima è addirittura ottimistica. E mancano i dati di Filippine e Kenya.

Un paio di settimane fa sono stato a Doha, la capitale del Qatar, e ho potuto toccare con mano il fascino impressionante (e un po’ ansiogeno) di una città in continua evoluzione. Ovunque spuntano nuove opere architettoniche – non si tratta soltanto degli stadi – e non si può letteralmente passeggiare per la città senza imbattersi continuamente in cantieri, gru e grattacieli in costruzione. Persino rientrando alle due di notte trovare operai ad asfaltare strade o sistemare sampietrini dei marciapiedi è la normalità. Gli investimenti effettuati dall’Emirato, che ammontano a una cifra che si aggira intorno ai 200 miliardi di dollari, comprendono anche le infrastrutture necessarie per lo svolgimento dei mondiali, ma fanno parte di un progetto più ampio e a lungo termine volto a rilanciare il turismo in Qatar (nuove strade, una metropolitana, un aeroporto, molti alberghi) che era già stato approvato dal governo ancora prima di avere la possibilità di ospitare i Mondiali di Calcio. Entro novembre verrà costruita un’intera nuova città, Lusail, a nord di Doha, e lì verrà realizzato anche lo stadio che ospiterà la finale dei Mondiali, con 86.000 posti a sedere. Più di San Siro o del Santiago Bernabèu, per citarne due.

Il peso di questa virtuosa espansione deve ricadere su qualcuno e, come spesso accade, sono le spalle dei più deboli a sostenerlo. “Vogliamo che il Qatar sia sempre uno Stato all’avanguardia; una sorta di locomotiva. E che sia un modello” ha detto Hamad Bin Khaliha Al Thani, il padre dell’attuale emiro qatariota. Più di un milione di migranti è stato impiegato nell’edilizia a partire dal 2010. Molte inchieste avevano già evidenziato criticità raccapriccianti: secondo le ricostruzioni i lavoratori erano costretti a lavorare a temperature vicine ai 50 gradi senza avere libero accesso a fonti di acqua potabile. In caso di lamentele non si riceveva il proprio compenso oppure si subivano punizioni corporali. Alla base di questi trattamenti disumani risiede il sistema della kafala, denunciato da molte organizzazioni a sostegno dei diritti umani come una forma di moderna schiavitù. Questa pratica garantisce al datore di lavoro forti tutele legali per poter controllare i lavoratori migranti che fa entrare nel proprio paese. Tra queste ci sono forti restrizioni sulla possibilità di cambiare impiego, senza aver ottenuto il permesso del datore di lavoro, sulla facoltà di dimettersi e perfino sulla possibilità di lasciare il paese senza permesso. In Qatar è stata abolita, in seguito a forti pressioni, nel 2020. Troppo tardi per salvare molte vite.

Venerdì 1 aprile l’artista tedesco Volker-Johannes Trieb ha voluto scuotere l’opinione pubblica su queste atrocità, scaricando 6500 palloni riempiti di sabbia davanti alla sede della FIFA a Zurigo, proprio nel giorno in cui a Doha si è svolto il sorteggio per i Mondiali. “Weltgewissen, du bist ein Fleck der Schande” recitava il messaggio scritto sui palloni.

Coscienza del mondo, sei macchiata dalla vergogna.

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