Università e performance: i danni della retorica della competizione

L’ennesimo caso di suicidio legato alla vergogna e alla paura del fallimento in ambito universitario mi porta a riflettere sulla intera situazione: è partendo dalla scuola in primis e dall’università poi che si instilla, goccia dopo goccia, l’idea che il sacrificio sia l’unica strada possibile, che le debolezze e sofferenze non debbano essere ascoltate perché mere perdite di tempo e, addirittura, debbano essere normalizzate come unico modo di vivere l’università (che ancor oggi è un privilegio e non un sistema pubblico che offra le stesse possibilità e strumenti di partenza a tutti). In una società che invece ci vuole non solo sempre in tempo, ma anzi in anticipo, la storia della ragazza di 19 anni che si è tolta la vita nei bagni della sua università perché si riteneva un fallimento non è che la punta di un iceberg ben più grande, nonché l’ennesimo caso di suicidio legato alle pressioni accademiche, storie terribili che lasciano sconvolta l’opinione pubblica.

Ma passato del tempo, terminato il cordoglio momentaneo, quali sono le reali soluzioni che vengono proposte per risolvere il problema? Non si tratta di singoli dolori, di rari casi di fragilità emotive – che pure soli basterebbero a dover affrontare la questione -, il problema è molto più esteso, è su larga scala: la maggior parte degli studenti universitari si è trovato almeno una volta davanti alla paura di non farcela, di non superare un esame, una sessione, spesso interi semestri e questo non è normale; non è normale doversi sentire spaventati, angosciati perché si arrivano a capire fino in fondo le ragioni che hanno portato altri a compiere un tale gesto, visto come unica via d’uscita.

In un sistema in cui siamo abituati a vederci come soli, come singoli, come esseri che devono eccellere sugli altri, che devono meritare più di altri, in questo spaesamento continuo fra belle parole di incoraggiamento che invitano a non abbattersi davanti alle difficoltà e, al contempo, continui ostacoli a chi invece quelle difficoltà le vive, in questa ottica in cui non essere eccellenti, in cui essere fuori corso diviene non solo una profondissima vergogna, ma anche una vera e propria punizione (con l’aumento delle tasse universitarie, ad esempio, a prescindere dalle fasce di reddito), l’unica vera consolazione è il senso di comunità che si crea, il bisogno quasi fisiologico di doverci trovare fra di noi, di smettere di provare vergogna e aprirci agli altri.

Il dolore di queste storie di suicidi deve trasformarsi – fuori da ogni retorica – in concreti progetti e sensibilizzazioni per chi in quelle condizioni si trova di nascosto. È necessario che questo parta dal basso nella costruzione di una comunità universitaria che non ci veda sempre in competizione fra di noi, ponti ad aspirare a calpestare l’altro, ma deve anche arrivare soprattutto dall’alto, dalle singole istituzioni universitarie fino, più in grande, al governo: è vergognoso che, considerato lo stato delle cose, considerata la vera e proprio emergenza in merito, non sia stata varata alcun tipo di riforma che riguardi l’università (per noi nulla è cambiato durante questi anni di pandemia, si è  continuato a richiedere lo stesso sforzo di prima, se non maggiore nonostante le evidenti e più volte comprovate ripercussioni dell’ intera situazione sulla nostra salute mentale), è vergognoso che si continui ad alimentare la retorica del merito e che non sia stata spesa una singola parola dal Ministero dell’Università e della Ricerca su questa ennesima tragica vicenda.

Lo spaesamento e la paura che io per prima sento di avere davanti a tutto questo devono essere messi in luce: non si può morire di università, siamo stanchi che questo venga normalizzato ed alimentato da quegli stessi giornali che, se da un lato acclamano storie di studenti da record, dall’altro piangono (spesso con una eccessiva e fuori luogo pornografia del dolore) studenti che decidono di togliersi la vita perché non aderenti al modello performativo di un’università che, ad oggi, non è più vista come luogo in cui studiare e approfondire le materie del proprio corso di studi, ma come una macchina che deve preparaci ad uno spietato mondo del mercato del lavoro. La responsabilità pubblica di questa intera situazione, insomma, deve iniziare ad essere presa sul serio.

A noi studenti universitari auguro di trovare la forza per esprimere le nostre paure, ma soprattutto auguro di cominciare ad avere un sistema di supporto vero e proprio, che non sia più soltanto la nostra vicinanza ed empatia, ma qualcosa di più grande e concreto che possa proteggere anche quelle singole fragilità nascoste.

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