La disinformazione va in guerra

Quando verso le sette di sera arriva la notizia dell’esplosione nell’ospedale battista di Gaza, i media internazionali accusano rapidamente Israele dell’azione – con il ministero della salute locale, controllato da Hamas, che diffonde la notizia di almeno 500 morti. Nell’insieme delle tragiche notizie che arrivano da quella terra lo sdegno è mondiale, la sera stessa in varie capitali del Medio Oriente si dà l’assalto alle ambasciate israeliane, francesi ed americane. Senonché il giorno dopo montano i dubbi: chi è stato davvero? Mentre la guerra infuria, diventa sempre più difficile accertare cosa stia accadendo dentro Gaza.

In particolare, circolano le foto dell’ospedale: le tracce di distruzione sono minime, legate soprattutto al parcheggio dov’è avvenuta l’esplosione. Esplosione, poi, che pare lasciare un cratere largo un metro, per qualche decina di centimetri di profondità. D’altra parte, le bombe israeliane inizialmente accusate della strage e che cadono violentemente in questi giorni su Gaza lasciano crateri estremamente ampi. Anche le dimensioni della strage sono messe in discussione, quando dal terreno e dalle stime il numero di vittime crolla drasticamente, da centinaia a qualche decina, con anche il ministero della salute gazawi che riduce il conteggio pur drammatico dei morti. Prende così quota la possibilità che l’esplosione sia stata causata da un razzo difettoso di Hamas o di altri movimenti locali, che in questi giorni continuano ad attaccare con questi mezzi il territorio israeliano mentre cresce il bombardamento su Gaza.

La tesi dell’errore da parte di Hamas o affiliati è rafforzata da intercettazioni, messaggi rimossi ed altri indizi. Qual è il problema? Anche la conferma di questa tesi è difficile. Nessuna delle due posizioni è effettivamente dimostrabile fintantoché non si potrà tenere un’inchiesta indipendente, che non si può effettuare mentre durano i combattimenti e l’accesso al territorio resta impossibile. È grave intanto che subito dopo l’accaduto i media occidentali, arabi e mondiali si siano subito schierati sulla versione rilasciata da Hamas – che è una delle parti in guerra – come già accaduto con Gerusalemme.

Non è infatti la prima fake news a prendere quota – in questi giorni, confuse tra i report credibili dei massacri, si susseguono le segnalazioni di notizie false, tra cui molte filo-israeliane, che girano soprattutto (come certificato dall’UE) su un X ridotto allo stremo dai tagli di Musk: gabbie con bambini israeliani, video di Hamas che ucciderebbe Palestinesi in fuga, persone arse vive, video di un concerto di Bruno Mars che diventano video del concerto attaccato dai militanti di Hamas, da tutte le parti c’è un aumento vertiginoso della circolazione di notizie false, con relativo aumento dell’odio e della radicalizzazione delle posizioni.

Anche la parte più vicina ad Israele infatti non si risparmia, ricevendo credito internazionale: come accennato, circola online un video che mostrerebbe una ragazza israeliana bruciata viva a Gaza. Il video, rilanciato da un utente russo che attacca gli abitanti di Gaza, è in realtà la manipolazione di un episodio accaduto realmente, ma non a Gaza – bensì in Guatemala, a migliaia di chilometri di distanza, e nel 2015, otto anni fa: la ragazza guatemalteca, accusata di omicidio, fu linciata dalla folla. La disinformazione si espande così da entrambi i lati del conflitto, spesso sostenuta dalle autorità, mentre i civili israeliani e ancor più quelli gazawi finiscono nel fuoco incrociato e diventa sempre più complesso fare affidamento alle fonti ufficiali.

È compito dei giornalisti, tra cui quelli coraggiosamente a Gaza, e dei social media aiutarci a distinguere tra le notizie vere, false od incerte. È compito nostro, però, fare il possibile per trattare una guerra con la dovuta attenzione, evitando che un sussulto, una qualunque informazione – o supposta tale – possa essere usata per dare addosso al nemico scelto. Serve prendersi del tempo di capire se una notizia sia reale, falsa o presunta, affidandosi a fonti il più possibile indipendenti. Non diffonderemo per primi l’ultima notizia, ma eviteremo d’aver diffuso disinformazione riguardo ad una guerra che si annuncia di giorno in giorno sempre più brutale.