Da casa a casa

Il giorno del suo sfratto, Lidia ha tra i capelli un fermaglio con due rose rosse. Davanti all’entrata ad arco di casa sua, in via Roma, ci sono un gruppo di persone e uno striscione attaccato tra il palo di un divieto di sosta e la sporgenza di un muro, “Emergenza casa, chiediamo risposte – Sportello casa per tutt*”. Quando arriva al portone, le saluta. Le persone davanti a casa sua, Lidia le conosce. Sono gli attivisti dello “Sportello Casa per tutti”, si occupano di aiutare chi non trova casa o chi, anche se l’ha trovata, rischia di perderla. Li conosce perché quest’anno è già stata sfrattata due volte. Sotto casa sua, sei mesi fa, c’erano le stesse persone.

Questa volta, sono le 8 e mezza del mattino. Mentre aspetta l’ufficiale giudiziario e i funzionari Itea (Istituto Trentino Edilizia Abitativa), Lidia va al bar in cui è in prova, appena dietro l’angolo, e porta una teglia di brioche calde. Poi conta quante persone vogliono il caffè, e su un vassoio ne porta venti bicchierini. Tommaso, membro dello Sportello, la aiuta a distribuire il caffè, perché “la colazione anti-sfratto è il fulcro politico della lotta alla crisi abitativa”. Durante la colazione, Tommaso dà a Lidia un plico. Sono i documenti che le servono per dimostrare all’ufficiale giudiziario che, nei sei mesi e due giorni che sono passati dall’ultima volta che dovevano essere sfrattati, Lidia, suo marito e lo Sportello hanno condotto ricerche sul mercato immobiliare privato — non trovando casa comunque. Lidia mi spiega che a Trento di case in affitto per periodi lunghi ce ne sono poche, e ce ne sono ancora meno per famiglie e ancora meno per famiglie numerose e con bambini piccoli (Lidia ha quattro figli, di cui due ancora alle elementari). Insieme allo sportello, in questi sei mesi, ha contattato tutti gli appartamenti che ha trovato. La risposta è sempre che sono Airbnb, che sono case in vendita o che non vogliono bambini piccoli, perché i bambini piccoli rovinano i mobili e sporcano i muri. Al di fuori del mercato privato resta solo il pubblico, ossia il Comune e Itea (non più pubblica, ma a partecipazione soprattutto pubblica). Anche gli enti pubblici faticano a fornire alloggi alle famiglie, per diversi motivi. In particolare perché gli alloggi in questione sono vetusti (come scritto nel piano strategico della stessa Itea), quindi spesso vanno ristrutturati prima che possa entrarci un’altra famiglia. Il problema è che da anni si sgomberano più alloggi di quanti non se ne ristrutturino. La ragione principale è la carenza di fondi, a cui Itea cerca di porre rimedio mettendo all’asta gli appartamenti ristrutturati e in buono stato. Un’altra ragione è che, avendo un budget limitato per le operazioni di riqualificazione, si interviene soprattutto sugli appartamenti per coppie o persone sole, perché i costi sono inferiori e gonfia il dato delle ristrutturazioni nelle statistiche sull’operato di Itea. 

Tra i fogli che Tommaso dà a Lidia c’è anche un lunghissima graduatoria. È la graduatoria per l’assegnazione definitiva di una casa Itea. Si rinnova ogni anno a maggio, e gli alloggi vengono assegnati a partire dal  primo nucleo familiare in graduatoria. Nell’ultima graduatoria, quella di maggio 2023, la famiglia di Lidia è al settantacinquesimo posto.  Questo significa due cose. La prima è che, da maggio, Itea non ha ancora assegnato neanche 75 case in via definitiva in tutto il comune di Trento. Se l’avesse fatto, la casa in cui vive Lidia le sarebbe già stata assegnata in modo definitivo. La seconda è che se a maggio 2024 Lidia non avrà ancora ricevuto l’assegnazione definitiva della casa, dovrà aspettare una nuova graduatoria, e niente garantisce che nella prossima graduatoria avrà una posizione altrettanto buona. Nella graduatoria in cui ora è al settantacinquesimo posto, dopo di lei ci sono più di 500 persone.

“Si va da casa a casa.” È uno dei motti di chi è lì a protestare, è la ragione di chi è lì a protestare. Significa che per quanto uno sfratto possa essere giusto secondo la burocrazia, non lo è mai secondo i diritti umani se le persone sfrattate non hanno un altro posto dove andare. “Non siamo tutte persone con qualifiche o titoli particolari, anzi,” mi spiega  Andrea, “molti la cultura sulla crisi abitativa se la sono fatta negli anni, alcuni sulla propria pelle”.  È il caso di Luciano. Luciano è arrivato sul luogo del picchetto un’ora prima che iniziasse. Quando qualcuno menziona i funzionari Itea, Luciano aggiunge “stronzi”, “ladri” o “bastardi”. A 65 anni viveva in una casa Itea, anche lui ricevette una notifica di sfratto. Nel suo caso la ragione era che il suo Icef (indice che misura la condizione economica del nucleo familiare anno per anno) eccedeva di un centesimo il massimo consentito per avere una casa Itea. Ora Luciano non vive più in una casa popolare, ma ha ricevuto più di 85 lettere da Itea: lo sollecitano a pagare le spese processuali per il suo sfratto dalle popolari. Nella casa in cui viveva prima, dice, bisognava stare attenti a non toccare certi muri perché o si staccava l’intonaco, o erano coperti di muffa. 

Quando l’ufficiale giudiziario, l’assistente sociale e il funzionario Itea arrivano, il gruppo dello sportello è in piedi davanti al portone, insieme a Lidia. Passano in mezzo alle persone, è Tommaso a chiamarli, “Noi siamo qui, buongiorno”. 

Quando entrano in casa di Lidia, le chiedono se ha cercato casa. Lei ha le email scritte alle agenzie e ai proprietari a dimostrare che lo ha fatto. In quel momento, la presenza dei membri dello Sportello è fondamentale. Quando ufficiali giudiziari, assistenti sociali o funzionari Itea hanno a che fare con le famiglie, le famiglie sono vulnerabili. In un dialogo da cui una delle due parti rischia di uscire senza casa, l’altra parte ha potere di minacciare di separare i nuclei familiari (sebbene illegale, è successo) e ha potere di raccontare alla famiglia che, se viene sfrattata, un po’ ne ha la colpa. Quando dialogano con le autorità, in casa di Lidia, gli attivisti mostrano la graduatoria. Lei è davvero vicinissima ad avere una casa. Il problema che sorge, allora, è un altro: Itea ha disposto che avvenga lo sfratto e ha ordinato ai suoi funzionari di portarlo a termine. Anche se comprende la situazione, l’ufficiale giudiziario agisce arrecando un danno a qualcuno qualsiasi cosa faccia: se esegue lo sfratto, Lidia è senza casa anche se è 75esima in graduatoria, se non esegue lo sfratto agisce in modo poco trasparente per le altre 74 famiglie che la precedono in graduatoria. Soprattutto, quello che lo limita è che lasciare l’appartamento alla famiglia anche se l’ente ha disposto altrimenti significa arrecare danni a una S.p.a, ossia a Itea.  Il sistema, per com’è concepito oggi, fa sì che nessuno sia davvero responsabile delle condizioni delle famiglie come quella di Lidia. L’ufficiale giudiziario rimanda lo sfratto di tre mesi. Mentre conclude le pratiche, chiede agli attivisti e ai suoi colleghi: “Ma me la devo prendere io questa responsabilità?”

Quando escono da casa di Lidia, le autorità camminano a testa bassa attraverso il gruppo di manifestanti, ancora davanti a casa di Lidia. Hanno il passo veloce e non si girano quando Luciano urla che sono dei porci, dei ladri, e non si girano neanche quando un altro attivista stringe le braccia intorno a Luciano per evitare che gli si lanci contro. Episodi del genere capitano spesso. Una volta, racconta un membro dello sportello, ai funzionari Itea hanno lanciato una pentola di acqua bollente mentre passavano sotto un balcone. Paradossalmente, mi spiega,  a loro va meglio quando c’è lo Sportello: gli attivisti sono lì per negoziare. 

Una volta uscito, Tommaso spiega al resto del gruppo che sono stati concessi solo tre mesi, che si proveranno altre strade, anche il ricorso all’ONU, dovesse servire. Nel suo report, l’ufficiale giudiziario ha scritto che la presenza degli attivisti ha impedito lo sfratto. Se oggi quelle venti persone non fossero rimaste ferme in piedi davanti a casa di Lidia, quella non sarebbe più casa sua. Nel 2022, davanti alle case di 173 famiglie non c’è stato nessun picchetto. Nel 2023 si prevede che saranno più del doppio.

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