Siamo ancora capaci di educare?

Asilo nido, scuola elementare, scuola media, scuola superiore, università, dottorato e si potrebbe continuare. È un percorso lungo e trafficato. È un percorso vario, c’è chi studierà lingue, chi si dedicherà alle scienze, chi preferirà gli studi umanistici, chi deciderà di perseguire una strada più pratica e manuale. È un percorso personale che dura di più per alcuni, di meno per altri. Quando si parla di educazione qualcuno penserà sicuramente a questo, alla scuola come istituzione in cui si impara. Eppure bisogna dire che educare è molto di più e, anzi, pensare l’educazione circoscritta alla scuola è molto limitativo se non anche sbagliato.

Educare deriva dal latino e significa quell’azione attraverso la quale si estrae, si conduce fuori qualcosa. L’idea è che l’educando, colui che deve essere educato, abbia in sé delle capacità e delle conoscenze che devono essere portate a compimento, sospinte dall’educatore. Questa definizione però non è esaustiva. L’educazione avviene anche grazie a del materiale che viene assorbito o imparato dall’educando e che solitamente è l’educatore a fornire. Si potrebbe dire che in un certo senso l’educazione è una miscela pensata di questi diversi elementi che hanno come fine l’educando.

Per capire quali criteri usare per pensare questo connubio è necessario avere chiari alcuni altri elementi. Definendo l’educazione come un percorso, possiamo addentrarci nel suo significato chiedendoci quale sia il suo punto di partenza. Dunque l’educatore per prima cosa deve interrogarsi sulla realtà, su ciò che ha intorno, su quello che rappresenta l’educando con le sue potenzialità e con le sue capacità. Il compito che svolge è quello di intuizione, che non si deve limitare a comprendere la realtà ma deve anche intuirne le possibilità per il futuro. Riguardo a questo Martin Buber, un importante pedagogista, parla di una capacità singolare che chiama fantasia reale e che dovrebbe essere caratteristica di colui che educa. Da una parte è ancorata al “reale” che ha bisogno di essere visto e interpretato in maniera efficace. Dall’altra invece ha una parte di “fantasia” che si occupa di immaginare quale siano le potenzialità latenti che si deve cercare di far crescere e sviluppare. Il punto di partenza allora deve essere l’antropologia pedagogica, ovvero lo studio della natura dell’uomo che permette di conoscere e comprendere almeno in linea di principio l’educando.

Una volta concepito il punto di partenza è importante domandarsi quale sia il punto di arrivo del percorso educativo. È questo il secondo elemento che bisogna aggiungere per comprendere cosa significhi educare e avviene attraverso una riflessione sull’utopia. L’utopia non è altro che la parte di “fantasia” a cui bisogna ambire, a cui l’educatore deve cercare di tendere. Difatti, il suo secondo compito è quello di intenzione che si esplica nell’orientare l’azione dell’educazione verso la realizzazione delle potenzialità nascoste nell’educando o negli obiettivi formativi prefissati. Questo compito è estremamente importante perché da una parte non deve essere troppo esigente in modo da non schiacciare l’educando con il peso di obiettivi troppo ideali, dall’altra non deve cadere nella banalità, impedendo di crescere e di interagire con nuove realtà stimolanti. L’azione educativa deve porsi tra queste due alternative ed essere in grado di forzare i limiti dell’educando affinché possa crescere senza però che questo avvenga in maniera avventata o, viceversa, blanda e sconnessa. A proposito, Vygotskij sviluppa una teoria dell’apprendimento che schematizza questa dimensione rendendola di più facile comprensione. Si può parlare infatti di due aree di sviluppo: una attuale, che comprende la conoscenza effettiva, già acquisita, e l’altra potenziale, che rappresenta l’insieme del sapere possibile a cui l’educando può tendere. Tra queste due aree si trova secondo lo studioso una zona di sviluppo prossimale che è il luogo dell’azione dell’educatore. È proprio infatti tenendo conto di quello che il soggetto sa già e intuendo le sue potenzialità che bisogna agire intenzionalmente verso una realtà utopica della crescita dell’educando. Come suggerisce Bruner, l’educatore deve essere una figura di supporto che intendendo la proiezione futura del soggetto educato è in grado di dargli sostegno e accompagnarlo nella zona di sviluppo prossimale. Questa propensione verso un di più è sia aiutata dall’educatore che orienta l’individuo, ma spesso è anche fonte di una tensione umana che tende ad allargare quello che Piaget chiama lo spazio psicologico di libero movimento, che è cognitivo, affettivo, sociale e anche culturale. L’educatore diventa quindi un testimone di un’intenzionalità volta a oltrepassare i confini e i limiti identitari e culturali. Questo punto di arrivo, luogo del desiderio, è studiato nell’ambito della teleologia pedagogica.

Il processo educativo non termina qui e questo risulta evidente dalla riflessione sul percorso in sé ovvero sulle modalità di realizzazione dello stesso, sui metodi e sugli strumenti utilizzati dall’educatore per passare dal punto di partenza al punto di arrivo. Questo è il momento in cui si studia e si struttura una prassi educativa e formativa. La domanda che bisogna porsi riguarda il come raggiungere gli obiettivi che vengono proposti. Senza ombra di dubbio la risposta dipende fortemente dai due momenti precedenti, rispetto ai quali adesso bisogna organizzare le “intuizioni” ottenute e metterle in rapporto alle “intenzioni” immaginate, per riuscire a realizzare quello che viene a configurarsi come il compito di attuazione. La riflessione che interessa quest’ultimo momento prende il nome di metodologia pedagogica.

Per rendere quanto detto finora più chiaro prendiamo in esame degli esempi per ogni momento. Per l’antropologia pedagogica possiamo fare riferimento al pensiero di Martin Buber, che abbiamo già nominato in precedenza. Nella sua esperienza formativa e nei suoi studi emerge una visione peculiare dell’essere umano dal quale, conseguentemente, dipende anche la sua teoria dell’educazione. Le parole chiave per comprendere il suo pensiero sono incontro, dialogo e relazione. Facendo riferimento anche ad alcuni avvenimenti personali Buber parla dell’importanza dell’incontro e del disincontro, un termine coniato da lui stesso che rimanda al fallimento della relazione tra individui. In quest’ottica individuo e relazione sono in una stretta connessione il cui collante è un principio dialogico che sta a fondamento dell’identità. L’essere umano, infatti, non si può intendere autonomamente o, volendo, solipsisticamente, ma deve essere sempre considerato come essere relazionale. L’individuo non è un Io, ma sempre un Io-Tu. È proprio la sua definizione che cambia e che adesso ingloba un significato relazionale che secondo Buber è caratteristico ed essenziale. Il nuovo statuto dell’essere umano porta con sé alcune novità: innanzitutto, l’individuo non è sempre un Io-Tu, infatti, si può definire in questo modo solamente quando la relazione è autentica. In caso contrario si definisce Io-Esso. Non possiamo procedere senza chiederci che cosa sia una relazione autentica e la risposta è in un certo senso celata proprio all’inizio di quanto abbiamo detto. Se tra il soggetto e l’“altro” avviene un incontro, che non è disincontro, allora la relazione è autentica. Perché avvenga un incontro è necessario che il dialogo sia reale, che le persone si riconoscano a vicenda e che ci sia rispetto reciproco. In questo modo non si realizza solamente la relazione autentica, ma, in quanto questa dialogicità è insita analiticamente all’interno dello statuto dell’essere umano, anche l’esistenza autentica viene raggiunta.

Senza dilungarci oltre possiamo dire che il secondo momento – la teleologia pedagogica – prende seriamente in considerazione i presupposti scoperti nel momento precedente e ha come obiettivo principale quello di portare alla realizzazione gli individui come essere relazionali. Questo punto però è più specifico: gli educatori devono rendersi conto delle possibilità e delle potenzialità degli individui nella loro peculiarità singolare. Per questo motivo è più difficile portare degli esempi concreti.

In ultima battuta c’è il momento della metodologia pedagogica che fa emergere i tratti particolare del compito dell’educatore che sono caratteristici della relazione con l’educando. La relazione tra le due parti deve essere autentica nella forma Io-Tu, anche se si riconosce un’asimmetria significativa che rende il rapporto educativo. L’educatore infatti ha una responsabilità importante nei confronti dell’educando in quanto deve prima di tutto essere esempio di quell’itinerario di crescita di cui sarà protagonista l’educando stesso. Poi, attraverso diversi passaggi che delineano una certa metodologia, come l’appercezione sintetizzante e la fantasia reale, per utilizzare i termini buberiani, l’educatore deve puntare a far sviluppare le forze creative. Insomma, la metodologia può avere diverse sfaccettature ma sicuramente è un momento fondamentale e diacronico, che permea tutto il processo pedagogico.

Educare perciò non è semplicemente ciò che avviene a scuola, né tantomeno esclusivo della dimensione familiare. Educare è un’attività complessa ed estremamente fondamentale, che segna il futuro di ognuno, volente o nolente. Dappertutto si è educati e si educa, è una responsabilità da cui non è possibile astenersi. La pragmatica della comunicazione insegna che tutto comunica. Similmente, potremmo affermare che non solo tutto comunica, ma in qualche modo tutto educa, tutto segna le persone e ne forma le personalità. Senza gli strumenti adatti forniti dall’educazione si è persi in un mare di stimoli, dai quali non è facili districarsi. Eppure sembra che al giorno d’oggi siano poche le persone che hanno compreso l’importanza fondamentale, nel senso che pone le fondamenta, dell’educazione, con la conseguenza che molti bambini, ma così anche molti adulti, si trovano spaesati in mezzo al mondo, senza riuscire a distinguere né le proprie radici né le forze creative personali da sviluppare. Sembra che siano molti di più coloro che “lasciano passare” senza porre limiti che invece sono importanti perché la crescita avvenga in modo sano. Si ha come l’idea che ognuno debba educarsi da solo, che ognuno abbia in sé le capacità da far sbocciare. Forse, però, questa visione si dimentica proprio del fatto che non siamo esseri solitari, non solo nel senso aristotelico dell’animale sociale, ma, come suggerisce Buber, siamo esseri dialogici che ci realizziamo solamente come Io-Tu, senza, per questo, poter prescindere dal rapporto con l’“altro”.

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