Fare fronte comune! La resa dei conti di una generazione in bilico.

Siamo degli sconfitti. Di più: siamo i (non troppo orgogliosi) esponenti della classe disagiata (mi rifaccio anche io al libro “Teoria della classe disagiata” di Raffaele Alberto Ventura, ma anche alla bella recensione di Martino Mancin su questo giornale). Preso atto di questo fatto, però, credo si apra di fronte a noi uno spazio di manovra enorme: non tirerò fuori le insulse frasi dei libri motivazionali, ma tutto sommato non sono poi così lontane dal senso di questo pezzo.

Tu, io, noi possiamo fare qualcosa: l’essere disagiati è un’esperienza nuova, è vero. Siamo la prima generazione che ha una prospettiva di vita potenzialmente peggiore rispetto a quella dei propri genitori, siamo nati a cavallo di crisi economiche, instabilità politiche, regressioni sociali, impoverimento di massa, cambiamenti climatici, pericoli globali di vario genere e non abbiamo fatto nulla per meritarcelo. Queste sono le carte che abbiamo in mano: la classe dirigente, i vecchi, i nostri genitori, sono inadeguati a darci le risposte che stiamo cercando. La loro prospettiva è parziale, spesso proiettata verso una passata epoca d’oro che sappiamo benissimo non tornerà più. Il loro linguaggio ed i loro valori, spesso (non sempre sempre, ma molto spesso), sono lontani anni luce dalla nostra sensibilità.

Ma è vero anche quello che scrive Ventura: “Ci vediamo nella parte degli oppressi, ma forse non siamo altro che degli oppressori fallitiRivendichiamo dei diritti, ma non ci accorgiamo che sono dei privilegi. Militiamo a sinistra, ma il nostro partito è quello dello status quo“. Preferiamo puntare a diventare come quelle persone che critichiamo e detestiamo piuttosto che cambiare un sistema per noi inadeguato. E il fatto che sia inadeguato non lo tiro fuori a caso: qui a Trento (che non fa certo statistica, ma visto che qui passiamo questi anni, parliamone), sono gli universitari ad animare buona parte di quelle attività di volontariato sociale e cercano di fare piccoli miracoli senza avere troppi mezzi al di là della buona volontà. Dall’immigrazione al disagio psicologico, dall’assistenza agli anziani alle attività con i bambini: noi, non loro, siamo ovunque. Ammettendo che qualcuno lo faccia per i crediti, o perché fa bello sul curriculum, o perché fa figo in quei circoli “sticazzi-culturali” di cui parla anche Ventura (non facciamo finta che non sia così!), alcuni di noi, che non mi sento di chiamare maggioranza ma che comunque esistono, lo fanno perché le cose, così come stanno, non ci piacciono più. Lo fanno perché si sentono responsabili quando un anziano è lasciato solo a sé stesso, quando un bambino è definito “problematico” e viene scalciato dalla fascia “bene” della società solo per questo. Si sentono responsabili quando lo Stato non fa niente, così come quando decide di dare soldi (i nostri soldi) tanto a criminali stranieri per rinchiudere uomini, donne e bambini in campi di concentramento nel deserto così come quando li dà a chi li butta via, li regala o li spreca.

Questa minoranza (in cui mi includo: sto pezzo è a metà tra l’autocritica e l’autoanalisi, in effetti), ha comunque alcuni di quegli atteggiamenti poco costruttivi dei nostri dirigenti. Quali? Abbiamo rinunciato a sentirci un fronte unito. Di più: non abbiamo mai (mai!) provato ad esserlo. E così, noi oppressori falliti che fanno autocritica, siamo diventati una minoranza schiacciata in un angolino: guardiamo agli altri, aspettiamo che coloro in cui individuiamo una qualunque forma di autorità agiscano al posto nostro. Poco importa chi siano. Poco importa cosa facciano nella vita. Ancora meno cosa abbiano fatto finora.

Certo: il sistema non lo cambiamo in due giorni. Non lo cambiamo nemmeno in un paio d’anni. Però non siamo nemmeno da soli: sono sicuro che tutti noi abbiano incontrato, nella propria vita, almeno un paio di persone che gli hanno fatti il discorso “ah ai miei tempi”. Alcune di queste persone sicuramente non hanno le risorse o le capacità di rimettersi in gioco. Altre, però, portavano quel discorso ad un esito ulteriore: denunciavano la nostra incapacità di metterci in gioco. E allora, forse, così soli ed oppressi non lo siamo davvero: affianco a noi abbiamo decine di compagni e compagne, fieri appartenenti della classe disagiata proprio come noi. Affianco a noi abbiamo, anche, decine di nostri fratelli e sorelle disagiati in incognito: magari sono professori, baristi, commercianti, mamme, papà, preti, operai. Magari sono addirittura colletti bianchi, persone insospettabili, che (come noi) aspettano che qualcuno dia il segnale.

E allora, ecco dove voglio arrivare: dobbiamo fare fronte comune. Questo è il momento: l’essere finalmente indicati come una classe abbastanza uniforme, per quanto una classe deprimente come quella disagiata, ci dà un po’ di spazio di manovra. Certo, lo status quo è bello, comodo, abbastanza ricco da sopravvivere. Ma è anche quella cosa che sentiamo pesare sulle nostre spalle: decidere di pesare sulle spalle di qualcun altro non credo che possa essere una soluzione. 

Emanuele Pastorino

Studente di Giurisprudenza e membro dell'associazione Ali Aperte. Vivo a Trento, orgogliosamente come immigrato, da un po' di tempo.

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