Società e potenziamento genetico: scacco all’uomo?



Di Gioia Luca

 

In che cosa consiste questo nuovo strumento consegnatoci dalla bioingegneria? L’ingegneria genetica è una delle nuove frontiere nella medicina, forse uno degli ambiti di ricerca al momento più promettenti e, per varie ragioni, controverso. I suoi orizzonti di applicazione sono vastissimi; essa, infatti, consiste nella modificazione del genotipo degli esseri viventi mediante intervento diretto sul DNA (su specifici geni, e sulla combinazione di essi). In ambito umano, tali interventi potrebbero modificare in maniera permanente, ad esempio, la struttura delle fibre muscolari degli atleti, o la capacità del sangue di portarvi ossigeno, migliorandone le prestazioni. Un altro campo di applicazione è quello procreativo. La fecondazione in vitro consiste nella procedura per cui gameti femminili e maschili vengono uniti in laboratorio a formare degli embrioni in capsule Petri, nelle quali, se la fecondazione avrà successo, questi cresceranno per un periodo. Ciò consente di sottoporli ad uno screening genetico dopo che avranno raggiunto lo stadio delle otto cellule e conoscerne così eventuali predisposizioni a tare ereditarie, così come il futuro aspetto fisico in generale. Le più recenti ricerche, inoltre, si sviluppano in direzione dell’individuazione dei geni responsabili dei tratti caratteriali (il controllo di sé, la determinazione, etc.) e delle capacità cognitive (come la memoria, l’intelligenza, etc.), così da poterli in futuro eventualmente modificare od ottimizzare.

Una questione centrale sollevata dalle antiche promesse e dai recenti progressi della bioingegneria consiste nel fatto che il miglioramento di alcuni tratti genetici abbia lo scopo preciso di far acquisire a chi vi si sottoponga predisposizioni biologiche più favorevoli. La nostra è una società competitiva. Pertanto, la possibilità di essere avvantaggiati –grazie a tali tecniche– rispetto agli altri è invitante.

Testimonianza di ciò sono il riscontro positivo e l’interesse suscitati negli Stati Uniti dalle scoperte relative a quelli che potremmo chiamare miglioramenti estetici, come l’aumento dell’altezza, o alla capacità di sostenere più a lungo situazioni stressanti.

Non è un segreto, ad esempio, il diffuso utilizzo di Ritalin e Modafinil (due farmaci prescritti per trattare rispettivamente la narcolessia e i disturbi dell’attenzione, ma che si sono scoperti avere effetti di potenziamento sulle normali capacità cognitive) tra gli studenti delle università americane della Ivy League.

Gli effetti dei farmaci sono temporanei, quelli dell’ingegneria genetica sarebbero permanenti e definitivi. Tuttavia chi utilizza frequentemente tali farmaci con molte probabilità sarebbe ben disposto a rendere permanente la condizione in cui si trova quando li assume. I farmaci sono la migliore opzione di cui dispone al momento. Qualora ne fosse disponibile una più adatta alle sue esigenze, quasi certamente la prediligerebbe. Per questo ai fini della nostra analisi non è poi così decisiva la differenza che senz’altro c’è tra potenziamento farmacologico e potenziamento genetico.

Viene allora da chiedersi: cosa potremmo fare di tali super-capacità? Gli scenari possibili che questa domanda dischiude sono molti e diversi. Qualcuno potrebbe iniziare, ad esempio, sostenendo che esse sarebbero inutili. O perlomeno che sarebbero inutili per l’umanità nel suo complesso, visto che già possediamo capacità degne di nota e, tuttavia, l’utilizzo che spesso ne viene fatto e gli scopi per cui le si impiegano potrebbero lasciare alcuni attoniti –se non definitivamente scoraggiati.

A sostegno di questa prima ipotesi viene in mente il comportamento di taluni, che ricorda quello della larva di ascidia. Quest’organismo nuota fino a quando trova una roccia adatta su cui si attacca permanentemente. A questo punto, raggiunta una posizione stabile, la larva non ha più bisogno di elaborare informazioni complesse e si dedica a digerire una parte del proprio cervello (il ganglio cerebrale): «si può osservare lo stesso fenomeno in alcuni docenti universitari dopo l’assegnazione della cattedra (Bostrom 2015: 434)».

Un’altra ipotesi sulle possibili conseguenze dell’utilizzo di tali tecnologie è quella che si proverà ad esaminare di seguito: che un vantaggio ci sarebbe, ma questo non riguarderebbe i singoli individui.

Le super-dotazioni che l’ingegneria genetica potrebbe rendere disponibili, sarebbero “beni posizionali” (Bostrom e Roache 2007), garantirebbero cioè maggiori possibilità di realizzazione e successo proprio in quanto avvantaggerebbero chi le possiede, in maniera inversamente proporzionale alla possibilità generale di accedervi. Infatti, nel momento in cui diventassero universalmente accessibili, perderebbero il loro carattere di eccezione, facendo in modo che il livello di quel che è considerato normale semplicemente si sposti più in alto.

La competitività si riproporrebbe, ma l’asticella si sarà poco a poco (o drasticamente, a seconda dei mezzi utilizzati per il potenziamento) spostata più in alto. In altre parole, la competitività si sposterebbe semplicemente a un livello più elevato, unitamente al riproporsi della stessa situazione di partenza, ora, però, ben più produttiva. Sembrerebbe sorgere spontanea una riflessione sulle radici del desiderio fondante quest’impulso prometeico di migliorare geneticamente l’uomo: esso potrebbe scaturire dal sentimento di insufficienza che è possibile sperimentare personalmente di fronte alle richieste sempre più pressanti della società. Quella società in cui si dipana la nostra quotidianità, in cui talvolta può sembrarci di arrancare e spesso fatichiamo a sentirci adatti e realizzati.

La società è, infatti, fonte di richieste pressanti (e per loro stessa natura insoddisfacibili) di fare di più o di farlo meglio. É comprensibile, perciò, che trovandosi a essere genitori, e desiderando niente di meno che il meglio per i propri figli, la prospettiva di rendere loro più semplice raggiungere standard sempre più esigenti, grazie alla possibilità di migliorare la loro dotazione genetica prima che vengano alla luce, sembra la soluzione ideale.

L’impressione è che il modo di pensare che l’eugenetica porta con sé, rischi di consolidare un paradigma che capovolge il rapporto storico tra uomo e società. Lungi dal caratterizzare l’espressione dell’emancipazione dell’uomo dalle leggi che da sempre naturalmente lo sovrastano, lo si ritrova ulteriormente soggiogato. Vincolato a un’entità da lui originariamente prodotta e plasmata, che sembra recentemente essersi cristallizzata in una realtà oggettiva cui è spinto a conformarsi. Come evidenzia la riflessione di Sandel (2008: 94), «cambiare la nostra natura per adattarci al mondo, invece di fare il contrario, è in realtà il massimo dell’impotenza. Ci distoglie dal riflettere criticamente sul mondo e mortifica l’impulso al miglioramento sociale e politico».

Nick Bostrom (Bostrom e Roache 2007) riporta a questo proposito il commento di Jonathan Glover[1] riguardo il fatto che alcuni interventi sulle caratteristiche dei figli, che a noi o a qualcuno sembrano assolutamente auspicabili, in realtà dipendono fortemente dal contesto cui ci si trova: «John Mackie una volta mi disse che se l’ingegneria genetica sugli esseri umani fosse stata disponibile nell’epoca vittoriana, la gente avrebbe probabilmente progettato i propri figli affinché fossero patriottici e pii (Glover 2006: 98)». Continua poi dicendo che senz’altro il patriottismo e la pietà possono essere stati tratti apprezzati in epoca vittoriana, ma lo sono molto meno oggi, per lo meno in società come quella del Regno Unito nella quale vive l’autore.

Si potrebbe obiettare, tuttavia, che è difficile immaginare, ad esempio, uno scenario in cui, riducendo il bisogno di dormire e guadagnando una miglior memoria usando il Modafinil, si vadano a modificare le convinzioni profonde e i progetti di una persona (Juth 2011). Interventi biotecnologici che modificano capacità cognitive sono ben diversi da quelli che modificano tratti di personalità: un conto è aumentare le capacità mnemoniche, un altro è modificare la scala valoriale di un individuo (ad esempio modificandone i desideri e le aspirazioni). Lo stesso sembra valere per l’intervento su alcuni tratti che sembrerebbero essere riconosciuti come vantaggiosi a prescindere dal contesto particolare in cui ci si trovi, ad esempio l’intelligenza e la capacità di sostenere situazioni stressanti più intense o più a lungo.

Tale eventualità potrebbe però non essere così difficile da immaginare: un simile approccio, infatti, converte definitivamente ad una mentalità del fare sempre di più, del guadagnare di più. Promuove al contempo una concezione della persona e delle sue capacità psicofisiche come strumento per incrementare produzione e profitti. Più che migliorare le condizioni in generale, si corre il rischio che in ultima analisi si venga a riproporre la situazione di disparità e disuguaglianza a cui assistiamo oggi; con un profitto, però, nettamente maggiore per chi ha la possibilità di assicurarsi i guadagni realizzabili grazie alla configurazione sociale ed economica che annovera tra i propri membri i novelli super-umani.

Di nuovo e ancora rischiamo di essere spettatori della corsa a soddisfare vecchi e nuovi bisogni indotti! Non ci si procura più quanto serve per vivere e stare bene, ma si vive per procurarsi quanto viene fatto percepire come necessario.

Alcuni autori (Bostrom 2008) sottolineano che ci sono degli interventi che –come nel caso dell’intelligenza e delle capacità cognitive in generale– quantunque vadano a potenziare beni posizionali, porterebbero a un generalizzato miglioramento delle condizioni per tutti, a prescindere dal contesto. Essere in grado di pensare in maniera più efficace potrebbe aiutare a trovare finalmente soluzioni a problemi politici o sociali su cui ci arrovelliamo da tempo, potrebbe rendere possibili scoperte che rivoluzionerebbero la fisica, la medicina e la scienza in generale.   Essi non cesserebbero, però, di essere problematici. Il problema della diversa possibilità di avervi accesso è, forse, secondario, ma non per questo meno concreto nella nostra prospettiva di analisi. Non sarebbe la prima volta, infatti, in cui, pur essendoci conoscenze e strumenti, questi non vengono poi resi disponibili a tutti equamente, bensì a ciascuno in misura direttamente proporzionale alla sua possibilità economica, come testimonia il sistema sanitario negli Stati Uniti.

Nel contesto delle situazioni sopra delineate, torniamo alla domanda circa cosa veramente spinga a cercare capacità maggiori di quelle naturalmente date. Non sono forse sufficienti le nostre normali capacità? Com’è possibile che non siano adeguate?

Il senso d’inadeguatezza che aleggia sullo sfondo di questi desideri, della ricerca di capacità superiori per assicurarsi maggiore competitività, potrebbe essere a questo punto il frutto della particolare conformazione che la nostra società ha assunto. L’anelare all’intervento eugenetico sembra, in questa prospettiva, un riflesso della logica economica, per cui si aspira al massimo risultato con il minimo sforzo. La fatica e l’impegno per raggiungere un obiettivo, in quest’ottica, rappresentano un dispendio di tempo ed energie che rallentano rispetto ad altri che riescono ad arrivarci più facilmente.

Proprio il tempo e le energie limitati che abbiamo a disposizione e che, in diversa misura, dobbiamo tutti investire per raggiungere degli obiettivi, però, fanno sì che prima o poi ci si risolva a scegliere con cura a che cosa dedicarli.

Forse tenendo a mente queste considerazioni potremmo essere capaci di considerare la desiderabilità o meno dei mezzi che il potenziamento genetico potrà mettere a nostra disposizione, e di valutarli così in relazione ai nostri fini.

[1] Glover, J. (2006). Choosing Children: The Ethical Dilemmas of Genetic Intervention, Oxford: OUP. Ha esposto le stesse considerazioni nella sua precedente opera What Sort of People Should There Be?, 1984, Harmondsworth: Penguin, in cui ha discusso questioni etiche legate agli interventi genetici prima che gran parte delle tecnologie e tecniche che oggi ci sono familiari diventassero una possibilità concreta.

Immagine: Genetic Generator, di Josè Reiner

BIBLIOGRAFIA

 

Bostrom, N. (2008). Why I Want to be a Posthuman When I Grow Up, in Medical Enhancement and     Posthumanity, B. Gordijn e R. Chadwick eds., Berlino: Springer, pp. 107-137.

Bostrom, N. (2015). Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Roma: Bollati Boringhieri.

Bostrom, N. e Roache, R. (2007). Ethical Issues in Human Enhancement, in New Waves in Applied     Ethics, J. Ryberg ed., Londra: Palgrave Macmillan, pp.120-152.

Juth, N. (2011). Enhancement, Autonomy, and Authenticity, in J. Savulescu ed., Enhancing     Human Capacities, Hobocken: Wiley- Blackwell, pp. 111-144.

Kass, L. (2003). Ageless bodies, happy souls. Biotechnology and the pursuit of perfection, The New     Atlantis 2003, 1, pp. 928.

Sandel, M. (2008). Contro la perfezione. Letica nelleta dellingegneria genetica, Milano: Vita&Pensiero.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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