Democrazia, Europa, Stato e globalizzazione

“La crisi della democrazia”: con queste parole ha aperto il suo primo intervento al Festival dell’Economia Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e docente alla School of Government della LUISS. Il professore, prima in un incontro-dibattito tenutosi a Lettere nel pomeriggio, su invito degli allievi del Collegio Bernardo Clesio, e poi in una conferenza serale al Teatro Sociale, ha trattato temi di estrema complessità: la definizione di democrazia e dei suoi limiti, il ruolo dell’entità Stato nel mondo globalizzato, quello del web e dei social network nei meccanismi dell’opinione pubblica, per citarne solo alcuni.

Nel suo primo contributo, introdotto dal professor Maurizio Giangiulio e moderato dal Preside della Facoltà di Giurisprudenza Fulvio Cortese, Cassese nega innanzitutto che si possa parlare di “crisi”, “malattia” o addirittura “morte” della democrazia. Ne riconosce tuttavia le difficoltà interne, alla luce di alcuni esempi eclatanti, quali la “vittoria” elettorale di Trump, divenuto presidente ottenendo tre milioni di voti in meno rispetto alla sua rivale, o il drastico calo testimoniato dall’ISTAT del numero degli iscritti ai partiti italiani, che dagli anni Sessanta ad oggi, nonostante un aumento della popolazione di 10 milioni, si sono ridotti ad un ottavo. 

Alla base di questi “sintomi” vi è anche, secondo il professore, una concezione distorta della natura della democrazia. Nel suo uso comune, la parola rimanda alla sola sovranità popolare, espressa tramite la scelta elettorale e legata perciò al Parlamento. Prendendo spunto da una battuta ricordata dal professor Giangiulio – il “si facciano eleggere” che fu rivolto a dei magistrati – Cassese riflette su come, nella retorica populista e nell’espressione di una parte consistente dell’opinione pubblica, la sovranità popolare democratica viene estesa a tutti gli ambiti del potere, senza che venga più dato peso alla distinzione tra le funzioni legislativa, esecutiva e giudiziaria.

Queste ultime, invece, secondo la concezione politica di Rousseau e Montesquieu recepita dalla nostra Costituzione, non sono ricoperte da rappresentanti eletti dal popolo bensì da funzionari scelti tramite “concorso”, ovvero una competizione definita sulla base del criterio del merito, in seguito ad un’attenta analisi delle competenze dei candidati da parte di esperti. Questo perché i poteri, per essere bilanciati, devono essere non soltanto divisi, ma – e ciò vale anche per la sovranità popolare – limitati. E tra le forme di controllo che possono essere imposte al potere, oltre alla Corte Costituzionale, vi è proprio l’Unione Europea

Per tenere sotto controllo il potere bisogna “creare dei condomini”, afferma Cassese, introducendo un’immagine retorica che riprenderà più volte anche nell’intervista serale, guidata dai giornalisti Annalisa Cuzzocrea e Pietro del Soldà: questi condomini sono l’Europa e la globalizzazione. Alla domanda riguardante l’esistenza di una contraddizione tra sovranità statale e globalizzazione, Cassese, dal palco del Teatro Sociale, risponde di nuovo con un netto rifiuto. La globalizzazione e le leggi sovranazionali sono gli strumenti utilizzati dagli Stati stessi perché indispensabili, sia alla limitazione dei poteri di cui il professore parlava nel primo intervento, sia alla risoluzione di quei problemi che hanno nella loro stessa denominazione l’aggettivo “globale” (il terrorismo, il surriscaldamento).

Lontano però dal voler negare l’esistenza di un fronte populista che di questa dicotomia fa invece un vessillo, il professore osserva che naturalmente le organizzazioni internazionali create dagli Stati finiscono, in accordo con la loro finalità, nel limitare i poteri degli Stati stessi. Per questo nascono i contrasti, le forze contrarie all’Europa, alle sue politiche e talvolta, di recente, anche ai suoi valori. Per rispondere alla controversa questione della legittimità della presenza di Paesi quali l’Ungheria o la Polonia in Europa, nonostante la loro aperta violazione di diritti fondamentali come le libertà accademiche, Cassese torna alla metafora dell’edificio: come aveva già detto nella prima conferenza, “è importante tenere tutti i condòmini nel condominio”, anche quelli “morosi”, che “arrivano sempre in ritardo nei pagamenti”. Perché è proprio e soltanto all’interno dell’Unione Europea che questi Paesi possono essere sanzionati per così gravi violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini (ben tredici capi d’accusa sono stati mossi dal Parlamento europeo all’Ungheria di Orban).

Lo spirito ottimista e liberale del professore si riflette anche negli altri, moltissimi temi toccati durante i due diversi momenti di confronto. Cassese dichiara di rifiutare ogni tipo di ostracismo e censura, compresa quella delle opinioni dei neofascisti – sempre nei limiti imposti dalla Costituzione, ovvero il divieto di rifondare il PNF – e delle pagine Facebook razziste che condividono contenuti falsi. La soluzione sarebbe quella di “creare anticorpi, e non fare censure”: pratica, quest’ultima, inefficace, illiberale e pericolosa. 

Date queste premesse, si chiede il professore, che cosa si può e si deve fare? Mentre il giudizio dei singoli casi dovrebbe essere lasciato ai magistrati competenti, ci si dovrebbe concentrare sulla diffusione di informazione corretta, aumentando lo spazio riservato ai dati ufficiali dell’ISTAT su giornali e social network, e sulla lotta all’analfabetismo. Quest’ultimo, considerando tutte e tre le categorie riconosciute – integrale, di ritorno e funzionale, tipico cioè di coloro che sono in grado di scrivere e leggere, ma non hanno le conoscenze tecniche e culturali necessarie a comprendere ciò che leggono – riguarda trenta milioni di italiani: la metà della popolazione. Lo strumento per combatterlo, sottolinea Sabino Cassese, è già a nostra disposizione, anche se attualmente indebolito da una cattiva gestione e da una scarsa attribuzione di risorse: la scuola. Effettivamente, una domanda resta senza risposta: quali sono le politiche dei partiti italiani in tema di istruzione?