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La nuova rotta balcanica: manuale di istruzioni per un gioco spietato

Lo ricordate tutti il gioco dell’oca? È molto semplice: si posizionano tutte le pedine in una stessa casella di partenza, e da lì in poi ciascuna procede verso il traguardo seguendo un percorso diverso, dettatole dal favore dei dadi. Alcune avanzano spedite, altre sono costrette a rimanere ferme uno, due, tre turni, o a tornare indietro anche quando già vicinissime al traguardo. Può diventare molto frustrante… ma è soltanto un gioco.  “Il gioco”, o meglio “The Game”, è anche il nome che, amaramente, hanno dato alla rotta balcanica i migranti che la percorrono. La metafora è agghiacciante, ma efficace. Il viaggio lungo la rotta balcanica funziona proprio come il gioco dell’oca, o quasi.

Le pedine hanno origini diverse: vengono dal Pakistan, dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Siria, qualcuno dall’Africa, perché riesce ad ottenere un visto per volare in Turchia. La casella del Via è proprio lì, in Turchia, dove si inizia a giocare e dove in realtà si viene anche immediatamente bloccati: dal 2016, infatti, la Turchia si è impegnata a trattenere i migranti irregolari entro i propri confini in cambio di una serie di vantaggi, anche economici, concessi dall’Unione Europea. Se inizialmente con questo atto si è creduto di sigillare definitivamente l’accesso alla rotta balcanica, qualcuno è invece riuscito a superare il collo di bottiglia, e casella dopo casella si sta facendo strada attraverso la Grecia, l’Albania, il Montenegro, la Bosnia, la Croazia, la Slovenia. L’obiettivo è l’Austria, o l’Italia o, per chi ci riesce, la Germania.  In spalla uno zaino con cibo, acqua, qualche vestito, mille aspettative e i ricordi di una vita a cui aggrapparsi mentre a testa bassa si macinano i chilometri e si consumano le scarpe. Senza lasciarsi distrarre troppo però, perché- allo stesso modo in cui “nessuno lascia casa, a meno che casa non sia le fauci di uno squalo”, come recita quella poesia di Warsan Shire– nessuno arriva in Europa, se l’Europa non è ciò che vuole più di ogni altra cosa. Per chi si incammina lungo la rotta balcanica, arrivare in Europa significa vincere The Game. Significa la possibilità di ricominciare nella “terra dei diritti”, straniera sì, ma lontana dalle violenze, dagli sfruttamenti e dalle ingiustizie. Significa dare ai propri figli la possibilità di una vita serena, e di giocarsi, un giorno, una partita migliore.

Negli scorsi anni la rotta balcanica seguiva un percorso differente: fino al 2015 passava per l’Ungheria, poi è stata eretta una barriera al confine con la Serbia, una al confine con la Croazia, e sono state adottate una serie di misure emergenziali comprensive di fili elettrificati, elicotteri, droni e 10.000 esponenti delle forze armate che, insieme a dei volontari addestrati e ai loro cani, si sono occupati del pattugliamento dei confini. Nel 2016 anche la Macedonia, la Croazia e la Slovenia hanno annunciato la chiusura delle frontiere ai migranti, i quali, vedendosi di fatto sbarrata qualsiasi via legale per l’accesso in Europa, hanno cominciato a solcare rotte alternative, clandestine e pericolosissime per chi non conosce il territorio. Ed è qui che è iniziato The Game

Ci sono diverse strategie per percorrere queste rotte: si può provare a prendere l’autobus o il treno, ma è altissima la probabilità di essere intercettati dalla polizia di frontiera ed essere rispediti indietro.  Ci si può rivolgere ai trafficanti, ma per farlo ci vogliono i soldi, che passano per decine di mani prima di arrivare al tale che ti carica sul suo furgone per portarti in un luogo non concordato; ed anche in questo caso, non si ha alcuna certezza di non essere fermati dalla polizia e rispediti indietro. Si può infine tentare a piedi, attraversando foreste gremite di animali selvaggi e di campi minati, souvenir delle guerre balcaniche; e se non sono questi ostacoli a fermare il viaggio, ci pensa ancora una volta la polizia a ricacciare indietro chi lo tenta. Cio, però, non prima però di aver seguito un abominevole protocollo, la cui sistematicità è provata dalle centinaia di testimonianze di chi ritorna livido ai campi profughi, raccolte dalle associazioni umanitarie lungo il confine tra Ungheria e Serbia in passato, e oggi tra Croazia e Bosnia. Questi testimoni, tra cui anche donne, anziani e minori, raccontano di essere stati presi e ritrasportati oltre il confine, nonostante avessero espresso la volontà di fare domanda di asilo.  Poi raccontano di essere stati derisi e insultati. Di aver subito pestaggi. Manganellate. Scariche elettriche. Martellate. Sparatorie. Di essere stati costretti a spogliarsi. Di essere stati legati. Di essere stati gettati in acqua.  Di essersi visti aizzare contro i cani. Raccontano che i loro telefoni, necessari per orientarsi lungo il percorso, sono stati distrutti. Che i loro zaini e i loro risparmi gli sono stati sottratti. A volte sono costretti a tornare indietro a piedi per decine di chilometri, senza vestiti caldi e senza scarpe. Se è inverno, alcuni fanno ritorno ai campi con i piedi ormai congelati, e non ne riacquistano più l’uso.

Secondo il report dell’associazione No Name Kitchen, tra il giugno e il dicembre 2018 sono stati documentati 141 respingimenti di migranti – singoli individui o gruppi fino a 60 persone – dalla Croazia alla Bosnia. In 119 di questi episodi sono stati riportati attacchi fisici da parte della polizia croata, in 95 casi minacce verbali. In 107 casi i migranti sono stati derubati dei loro averi, mentre in 48 casi essi sono stati danneggiati. 

Lo scopo di queste violenze sistematiche e illegali è dissuadere i migranti dal tentare nuovamente. Illegali, in quanto violano la CEDU e la Dichiarazione universale dei diritti umani, sono anche gli stessi push-backs, (in italiano respingimenti) ossia le espulsioni informali di persone intenzionate a richiedere asilo.

Nell’ultimo anno sono stati riportati anche episodi di “respingimenti a catena” dalla Slovenia, alla Croazia, alla Bosnia. Nel report di Amnesty International si legge che il 70% delle persone da loro intervistate all’interno dei campi profughi bosniaci, in uno o più dei loro tentativi aveva raggiunto la Slovenia. Sembra che la polizia slovena neghi la possibilità di avviare le richieste di asilo secondo le procedure legali, falsificando le interviste con i migranti, o invitandoli a firmare carte di cui non comprendono il contenuto e tramite cui rinunciano a fare domanda di protezione internazionale. In questo modo possono riportarli in Croazia, grazie agli accordi bilaterali tra i due Stati. Anche in questo caso i migranti raccontano di violenze e minacce. Raccontano di venire accompagnati in stanze spacciate per centri di accoglienza, che invece diventano le celle in cui rimangono chiusi per giorni, senza bagni e senza cibo, finché non sono caricati su un furgone e trasportati al punto da cui erano partiti. Ecco che in un istante, un tiro sbagliato li riporta indietro di venti caselle, e dopo tanta strada si trovano ancora una volta in Bosnia, al check point dei campi profughi al collasso. Nel 2018 è stato attivato un numero di telefono per i migranti che intendevano fare richiesta di asilo in Slovenia così da poter essere guidati nell’esercizio dei loro diritti da un mediatore e dagli avvocati dell’organizzazione InfoKolpa. A seguito delle pressioni del ministero e delle minacce di incriminazione, il servizio è passato in mano ad un gruppo di volontari, per essere definitivamente chiuso una volta divenuto chiaro che malgrado tutto la polizia continuava a praticare sistematici rigetti ed espulsioni.

Sono stati riportati episodi di respingimenti a catena partiti anche dall’Italia, e l’ICS-Ufficio Rifugiati Trieste ha raccolto numerose testimonianze in questo senso, soprattutto nella seconda metà del 2018. La preoccupazione, ora, è che i nuovi pattugliamenti congiunti delle forze dell’ordine slovene e italiane, lanciati da Salvini in queste settimane, possano implementare queste pratiche. Infatti la modalità di pattugliamenti misti è già utilizzata al confine tra Slovenia e Croazia, dove dal maggio 2018 la polizia slovena ha l’ordine di consegnare alle forze croate chiunque venga scoperto ad attraversare illegalmente il confine. Tale pratica di per sé non sarebbe sanzionabile, se solo i migranti non corressero l’alto rischio di subire torture e abusi da parte della polizia croata, e se solo fosse permesso loro di formulare richiesta di asilo nello stato di primo ingresso all’Unione Europea. Invece, dal momento esatto in cui è stato introdotto quest’ordine, il numero di domande di asilo è calato vertiginosamente: si è passati da 371 richieste effettuate dalle 379 persone che avevano attraversato il confine nel mese di maggio (ossia il 98%), a 13 richieste su 412 persone nel mese di giugno (il 3%). Strategia funzionale quindi, se così si può dire, ma assolutamente illegale. Se poi, per l’Italia, i pattugliamenti misti non dovessero bastare, già si parla di sospendere la libera circolazione di Schengen e installare barriere fisiche (232 km di filo spinato) al confine tra Slovenia e Friuli.

(la mappa dei push-backs nei Balcani dal sito pushbackmap.org : ciascun pallino rimanda alle testimonianze degli episodi avvenuti in quel punto, raccolte da giornalisti, attivisti ed organizzazioni).

Le autorità degli Stati coinvolti hanno negato categoricamente ogni responsabilità. Il Ministro degli Interni croato, in risposta ad una lettera del commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani datata Settembre 2018, ha sostenuto che “Non è stato confermato alcun caso di utilizzo di metodi coercitivi da parte delle forze dell’ordine ai danni dei migranti.” Eppure i report che denunciano questi episodi sono molti.  Per citare solo i più recenti: No Name Kitchen (Maggio 2017- Dicembre 2018), InfoKolpa (Aprile 2018), Medici Senza Frontiere (Agosto 2018), Save The Children (Dicembre 2018), Human Rights Watch (Dicembre 2018), Amnesty International (Marzo 2019), Border Violence Monitoring (Maggio 2019). In particolare il sito borderviolence.eu è un vero e proprio database di fotografie e racconti dei respingimenti e delle violenze avvenuti lungo la rotta dei Balcani. Ce ne sono a centinaia. Al contrario, sembra importante segnalare che non sono mai stati riportati episodi di violenza da parte dei migranti nei confronti dei locali o delle persone incontrate lungo il tragitto, come ammesso dalla stessa polizia croata. Nonostante questo la percezione tra le popolazioni balcaniche, alimentata anche dai media e da una retorica politica che fa leva sull’insicurezza e sulla paura, è di forte allarme sociale.  Così come in Italia, d’altronde.

La verità è che The Game è un gioco in cui è molto difficile individuare i vincitori. Sicuramente non vincono le persone, spesso già in viaggio da anni, costrette a tentare dieci, quindici, venti volte di superare i confini dei paesi balcanici, per raggiungere uno stato in cui poter formulare richiesta di asilo. Non vincono nemmeno quelli che finalmente ci riescono, perché a quel punto sono costretti ad almeno un altro anno di attesa – i più fortunati nell’ennesimo centro di accoglienza, gli altri in mezzo ad una strada – prima di conoscere l’esito della delibera che deciderà se hanno diritto a rimanere legalmente in Europa, o se, invece, è stato tutto inutile. Ma che senso ha allora tutto questo? Siamo forse noi europei a trarre beneficio da questo assurdo gioco? Ci rende forse più sicuri, o più felici, o più ricchi ammassare migliaia di disperati in un angolo appena fuori dal nostro campo visuale? Cacciarli per le foreste come animali, massacrarli di botte e privarli di tutti i loro averi?

Secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, sono tra i 40 e i 50.000 i migranti presenti tra la Grecia e la Croazia. Non sembra davvero possibile che si continui a “giocare” a fronte di questi numeri, a fronte degli sbarchi incessanti, alle crisi che si prospettano nel prossimo futuro – dal tracollo dei centri libici ai cambiamenti climatici – e a fronte di tutta la sofferenza causata dai tentativi (peraltro assolutamente inefficaci!) di porre toppe su toppe sopra ad un tema che viene tuttora gestito come un’emergenza, ma ha ormai assunto le dimensioni di un persistente dramma epocale. La situazione richiede assolutamente l’attuazione di una strategia comune a livello europeo, che porti all’elaborazione di un programma serio, in grado di dare risposte a lungo termine a quella che, piaccia o no, si deve cominciare a trattare come una situazione strutturale, e che comprenda anche l’impiego di risorse negli Stati di origine, tanto per consentire i rimpatri delle persone a cui non è stato riconosciuto il diritto di rimanere, quanto per arginare le partenze, andando ad intervenire sulle loro cause. 

The Game è un logorante orrore che tra il silenzio e la distrazione di tutti, si ripete ogni giorno, da anni, tra i confini dell’Unione Europea. C’è da augurarsi che i giornali tornino presto a dare visibilità al tema, che tra i nuovi assetti delle istituzioni europee si avverta la questione come una priorità, e che i tentativi di dar voce a chi denuncia tali abusi non cadano nel nulla come è avvenuto finora, ad esempio con l’interrogazione parlamentare alla Commissione Europea dello scorso ottobre. C’è da augurarsi che la partita si chiuda presto, e definitivamente.

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