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Seneca nel traffico: intervista a Rick DuFer

di Valeria Brunale

Moira Orfei e Diego Fusaro, Seneca e Silvio Berlusconi, Michele Boldrin e una Suor Dalìa, Seifer e Mentana – quest’ultimo, secondo Rick, l’unica personalità più paternalista di Dio. Questi e molti altri personaggi compaiono in “Seneca nel traffico”, monologo presentato da Riccardo Dal Ferro (alias Rick DuFer) al Poplar Festival, ad un unico scopo: spiegarci perché non bisogna arrabbiarsi e come vivere la nostra vita senza cercarne disperatamente le istruzioni nelle parole o nei libri dei filosofi, perché quello che rende tale un filosofo è proprio l’insicurezza, e il suo dovere è metterci a disagio.

Il filosofo non ha le risposte che cerchiamo, anche lui le sta ancora cercando, ma di sicuro è un essere – per quanto fragile – onesto. Perlomeno ciò vale per il filosofo di un tempo, così diverso dagli intellettuali di oggi che fingono di avere tutte le risposte pronte e contro i quali Riccardo si scaglia senza risparmiarsi di fare nomi e cognomi.

Non ho potuto quindi che cominciare l’intervista chiedendo a Riccardo: che tipo di intellettuale sei?

Sono un intellettuale che ancora non ha capito che intellettuale è. Credo che l’intellettuale non debba essere etichettato – anche se già “intellettuale” è un’etichetta. Credo che il lavoro di un intellettuale non sia quello di trovare una dimensione nella quale poi debba restare per sempre, come fossilizzato, ma sia piuttosto portare avanti una ricerca, che è una ricerca di sé.

Io stesso provo disinteresse nel modo in cui le persone mi definiscono – filosofo, divulgatore, scrittore, youtuber… – per un semplice fatto: se ci si attacca a quelle etichette si consegnano ai propri etichettatori dei metodi di ricatto, che rendono meno liberi.

Invece di guardare alla forma guardiamo allora alla sostanza di quello che fai: hai un podcast e un canale YouTube, dirigi due riviste e hai fondato una scuola di scrittura e comunicazione, l’Accademia Orwell a Schio (Vi). Quando fai divulgazione ti occupi di anime, film e serie tv. E ne parli anche nel tuo nuovo libro, Spinoza e Popcorn. Quindi ti chiedo: secondo te ha ancora senso la divisione tra cultura alta e cultura bassa?

Per me non sono mai esistite “la cultura alta” e “la cultura bassa”. Anche queste sono etichette che, dal punto di vista pragmatico, servono solo a creare delle distinzioni tra discorsi ritenuti accettabili e non. Ma è una stupidaggine credere che sia realmente così, perché in realtà, se volessimo fare questa suddivisione, dovremmo ricordare che una buona parte della cultura alta è permessa da un certo tipo di discorso proposto della cultura bassa, e viceversa. È una dicotomia che non sta in piedi, men che meno al giorno d’oggi. Se un tempo l’influenza della letteratura, del romanzo, delle storie era limitata e aveva un effetto minore su quella che era la costruzione sociale, oggi è quantitativamente aumentata ed ha un impatto enorme, e la cultura alta non può sottrarsi a questo dialogo: se lo fa è solo per paura. E una cultura che ha paura di un’altra non è più cultura.

Parlando sempre di libri: nella tua ultima diretta parlavi della futura ristampa di Pianeti Impossibili e del nuovo romanzo in cantiere, cosa dobbiamo aspettarci? Possiamo avere qualche anticipazione?

Sarà un libro che farà incazzare moltissime persone, perché sarà un libro di satira. Un romanzo satirico a cui lavoro da un po’ di tempo. Su questo non posso dire altro perché lo sto ancora scrivendo ma posso anticiparti una cosa su Spinoza e Popcorn: alla fine di ogni capitolo c’è una tavola, di Daniel Cuello, dal titolo “Cosa ha capito Daniel”, ed è esilarante. Ogni capitolo ha due-tre illustrazioni più questa tavola finale.

Io conoscevo Daniel ma non ero in contatto con lui, è stato DeAgostini a propormelo. Vorrei poter fare collaborazioni con tutte le persone di cui ho stima. Ho fatto video con Adrian Fartade (anche lui ospite a Poplar quest’anno) e ospito regolarmente sul mio podcast “Daily Cogito” Michele Boldrin. Credo che l’incontro tra diverse sensibilità sia un’opportunità fondamentale che oggi il web ci permette. Le prossime collaborazioni saranno nella rubrica “Rick DuFer spiega (filosofi) a (youtuber)”.

Perché YouTube e non una cattedra di università? Si potrebbe fare quello che fai tu da una cattedra universitaria?

Su YouTube ci sono capitato. Ho iniziato a fare video per gioco, inizialmente non è stata una scelta studiata e consapevole. Non una cattedra perché mi sono stancato dell’università; ho perso molto tempo fa il desiderio di perseguire una carriera universitaria.

Credo che si possa fare quello che faccio io anche da una cattedra. Certamente bisogna trovare le condizioni di struttura giuste: devi trovare i colleghi giusti, devi trovare l’ambiente giusto, devi trovare l’organizzazione giusta. E questo nell’università manca. Quindi sì, si può fare, ma non nell’università italiana di oggi. Un esempio virtuoso è Tommaso Ariemma. Tommaso da anni porta avanti un progetto di divulgazione attraverso la cattedra, pur nelle limitazioni che la scuola impone.

Perché ti sei allontanato dall’università?

L’esperienza che mi ha convinto che l’università non era la mia strada è stata la morte del mio professore, Franco Volpi. Mi sono reso conto che l’università è un luogo, in Italia, in cui puoi continuare soltanto se hai qualcuno che, letteralmente, ti protegge. E io, finché c’era Volpi, avevo accanto una persona di cui avevo stima, ma quando Volpi è venuto meno ho proprio perso la motivazione. È stato un momento difficile. Mi sono detto che non era il mondo per me.

Non rimpiango affatto la mia scelta, stare fuori dalla scuola e dall’università mi dà molta libertà. Non devo rispondere a nessuno, e questa è una cosa fantastica.

Sei uscito dall’università ma continui a fare ricerca. Come si gestisce e si organizza lo studio post laurea da autodidatta? Come organizzi le informazioni dei numerosi libri che leggi?

A mio parere l’attività che porto avanti io ha una peculiarità: tutto quello che studio è materiale di divulgazione. Questo in primo luogo mi aiuta a restare motivato nello studio, nella ricerca e nella lettura. In secondo luogo mi aiuta – anzi, mi costringe – a cercare dei pensieri originali da proporre nei miei video, nei miei libri e nei miei spettacoli. Il mio è un hobby per la filosofia che è diventato una professione.

Per quanto riguarda il metodo io scrivo moltissimo. Ogni libro importante della mia vita è inserito nella libreria insieme ad un taccuino di appunti. Per me la lettura è soprattutto rielaborazione: cerco sempre di collegare quello che leggo a tutto il resto di quello che vedo, sento e leggo. Lo chiamo metodo ma dovrei dire anti-metodo, perché i collegamenti che produco sono in larga parte guidati e influenzati da quello che sento e vivo in un certo momento. È quello che facevo, e che tornerò a fare questo autunno, con “inseparalibri” su YouTube: trovare all’interno di tante opere un filo rosso, il mio personale collegamento.

Ti faccio solo un’ultima domanda, forse un po’ bislacca: se potessi risolvere un problema qualsiasi, quale risolveresti, e come?

Io non sono un problem solver. Risolvo pochi problemi nella mia vita perché ho appena l’energia per affrontarli. Probabilmente vorrei risolvere il vero problema che attanaglia l’Italia: vorrei risolvere il problema del paternalismo. Viviamo in un paese in cui tutti quanti vogliono sempre dire agli altri cosa fare della loro vita. Ma non ho una soluzione. Bisognerebbe creare una medicina che una volta presa faccia capire a tutti che bisogna farsi i cazzi propri. Questa è la soluzione. Capisci bene che è un’utopia meravigliosa.

Smetti di dire agli altri cosa vuoi che loro facciano e fai tu quello che vuoi! Che è la parafrasi di “Il guerriero che crede nel suo cammino, non ha bisogno di dimostrare che quello degli altri è sbagliato”.

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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