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Deleuze e Tarantino: ladri di idee o geni?

Il filosofo Gilles Deleuze, esattamente come Quentin Tarantino nel cinema, viene spesso accusato di fraintendere il pensiero dei filosofi del passato, o peggio, di strumentalizzarlo per raggiungere i suoi obiettivi. Prendeva un pensatore, prendeva le sue idee e le volgeva in suo favore, le faceva diventare legna da ardere alla causa del suo pensiero.

In realtà, quello per cui Deleuze veniva accusato è l’essenza stessa della filosofia e in generale del pensiero originale: fare filosofia significa creare concetti, ma questi non possono essere tirati fuori dal cappello magicamente, né si creano per generazione spontanea. Quando creiamo nuovi concetti non stiamo facendo altro che violentare altre idee, mutilarle, ingrandirle, asfissiarle, comprimerle, amplificarle, ramificarle. Tutto il pensiero è una colossale variazione sullo stesso tema. Deleuze veniva accusato, paradossalmente, di essere originale, perché metteva in mostra il meccanismo stesso dell’originalità esasperandolo in modo plateale.

“Everything is a remix”. Noi non creiamo dal nulla. Siamo originali quando l’insofferenza della stessa immagine riflessa ci satura e mandiamo lo specchio in frantumi, sparpagliando qua e là i pezzi, rimettendoli insieme o usandoli per squarciare la trama del cosmo, per aprire il mondo, per strappare la tela. Come i tagli di Fontana.

Che poi, del resto, l’accusa rivolta a Deleuze è la stessa rivolta a Quentin Tarantino: il primo manipola Nietzsche, Leibniz e Spinoza, il secondo lo fa con Sergio Leone, lo “spaghetti western” e la Storia. A chi ci troviamo davanti? Dei ladri o dei geni? Nessuno dei due, perché ogni grande artista, ogni individuo che noi sentiamo abbia detto qualcosa di nuovo e di vero è un DJ, un remixatore di qualcosa che c’è già. E non potrebbe essere diversamente.

Proviamo a fare un esperimento mentale. C’è uno scrittore che scrive un libro composto di sole citazioni. Mettiamo, 300 pagine fitte di citazioni di autori di ogni epoca, ogni nazione, ogni idea politica, autori reali e autori fittizi, autori creati apposta dallo scrittore per essere citati nel suo mega-libro-citazione. Un’opera del genere sarebbe un lavoro di collage, un semplice assemblare parti di altri corpi, una specie di Frankenstein libresco. Ma ora chiediamoci: avrebbe un qualche tipo di valore artistico? Sarebbe originale una cosa del genere?

La risposta ovviamente è: dipende.

Caso 1. Le citazioni sono selezionate casualmente da un programma che ha accesso a un database contenente tutte le opere mai scritte dall’essere umano, dall’epopea di Gilgamesh (la più antica opera letteraria che ci sia pervenuta) fino all’ultimo e il più irrilevante libro scritto da un cantante e pubblicato da una grossa casa editrice. Il programma prende le citazioni e le inserisce nel libro-citazione del nostro scrittore-Frankenstein. In questo caso tutti possiamo concordare sul fatto che in gioco non c’è niente di originale.

Caso 2. Le citazioni sono selezionate con cura dal nostro scrittore-Frankenstein tra tutte le sue letture di una vita, per disegnare un percorso, tracciare un sentiero, indicare una via lungo la quale ogni citazione funziona come un segnale. Ogni citazione è legata alla precedente e alla successiva, e questo collegamento è unico, perché è irriducibile, perché esiste solo nella mente dell’autore e al di là della casualità vuole che dalla connessione di tutte quelle citazioni emerga qualcosa di più. Il tutto è più della somma delle parti. Olismo. Questa è l’idea di fondo dello scrittore-Frankenstein.

Nel caso due, sebbene sia comunque un caso surreale e ambiguo, siamo portati quantomeno a farci due domande sulla originalità della sua impresa, a mettere in conto il fatto che posso essere qualcosa di più che la semplice giustapposizione di frasi inventate da altri. Questo succede perché dietro quella successione percepiamo un ordine, un’intelligenza creativa e creatrice. Ci vuole creatività per creare un’idea ma altrettanta ce ne vuole per metterla in relazione con altre idee. E qui sta la possibile originalità dello scrittore del nostro esperimento.

L’originalità è tutta una questione di contesto, e sul modo in cui il contesto emerge a partire dalla connessione di elementi che già esistono, dalla commistione di generi, dalla correlazione di mondi diversi, dalla contaminazione di suggestioni, dalla sfumatura dei colori. Per questo le opere di Tarantino e di Deleuze sono opere estremamente originali, forse anche più di quelle che prendono a ispirazione, perché mettono in risalto la loro unicità e diversità rispetto al materiale a cui si riferiscono e che citano in modo così esplicito e autoironico. Ricordate: chiunque scrive un libro, gira un film, incide una canzone, e in generale produce un’opera, sta citando tutte le idee e le opere che l’hanno portato a quel punto della sua vita in cui ha prodotto quell’opera. La differenza in Deleuze e Tarantino è che loro lo fanno in modo esplicito e plateale, altri invece nascondono le loro ispirazioni nelle pieghe delle loro storie.

L’originalità è l’ammissione della potenza espressiva dell’ispirazione, che è un concetto difficile. Essere ispirato significa essere talmente stupito da un’opera da voler fare di meglio, da sentirsi invidiosi per non esserne stati l’autore. Significa voler superare i propri maestri- come diceva Nietzsche, saper ridere di loro- e usare le opere dei grandi come un fuoco che accenda la nostra miccia. Significa prendere le grandi opere e stravolgerle, farne parodie, satire, e al contrario drammatizzare le parodie e irregimentare le satire. Significa stravolgere e intersecare i piani del pensiero, prendere Nietzsche e usarlo, rubargli delle suggestioni per alimentare il nostro fuoco e metterlo in relazione ad autori che prima nessuno aveva previsto. Essere ispirato significa distruggere per creare, togliere la sacralità a tutto ciò che riteniamo intoccabile, inviolabile, divino.

Quindi quando sentiamo Deleuze parlare di Nietzsche, quando leggete un mio articolo su un film o una serie tv, o quando guardate un film di Tarantino, non crediate che l’intento sia quello di spiegare le intenzioni dell’autore da cui si prende ispirazione. Ogni produzione di pensiero è sempre produzione di sé, e anche quando crediamo di parlare dell’idea dell’autore citato non facciamo altro che parlare delle nostre idee. Poco importa ciò che l’autore originale dell’opera voleva dire, perché una volta che io entro in contatto con quell’opera, nei punti dove la mia individualità tocca la storia, si aprono delle voragini, dei punti di discontinuità. Non esiste più “ciò che dice il libro/film/canzone indipendentemente da tutto” ma quello che il libro/film/canzone ha detto a me.

Tra fruitore dell’arte e arte si stabilisce un rapporto circolare in cui l’una crea l’altro e viceversa. Così quando parlo di Interstellar, di Nietzsche o di Tarantino, in realtà, sto parlando di me e del modo in cui quelle opere mi hanno cambiato, non di cosa significhino o vogliano dire in senso assoluto e universale perché un senso del genere non esiste. Non esiste ciò che un’opera dice oggettivamente. Non mi interessa che le mie idee siano perfettamente aderenti all’opera di cui parlo. Ciò che importa è la suggestione, le ramificazioni che l’opera innesca e che sicuramente porteranno molto oltre ciò che l’opera dice alla lettera, in senso oggettivo. L’ispirazione funziona come un fuoco che accende la miccia per far divampare la mia opera. Interpretare significa questo: farsi ispirare e non chiarire le intenzioni dell’autore, perché non abbiamo idea di quello che l’autore voleva dire, né dobbiamo presupporre che quello che l’autore pensa della sua opera abbia un valore particolare. Una volta che l’opera è finita, l’autore è solo uno dei suoi fruitori.

Essere creativi, alla fine, significa saper esprimere ciò che abbiamo provato. Se lo esprimiamo davvero, saremo sicuri di essere stati originali, perché non c’è niente di più unico e irriducibile della nostra individualità.

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