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Le Sette Ragazze Imperdonabili di Maria Antonietta

In tanti abbiamo sfidato il diluvio universale e questo freddo, che con novembre sembra avere poco a che fare, solo per venire a vederla. Nell’ampia loggia affrescata del Castello del Buonconsiglio, che in questa sera così buia riporta davvero indietro nei secoli, l’attesa si percepisce come una rete invisibile di sguardi lanciati da una parte all’altra della sala, che ogni tanto si incontrano e si interrogano pur senza conoscersi, come a chiedere: “anche tu sei qui per lei?” Entriamo infine nella Sala Grande, in cui la vista di un piccolo palco, allestito semplicemente con un microfono, una sedia e una chitarra, non fa che aumentare la mia curiosità.

Infatti prima di quest’ultima serata dell’Uman Festival non conoscevo Maria Antonietta, né l’avevo mai vista se non in foto, nella locandina dell’evento. Eppure quando la vedo, di spalle, in mezzo ai ragazzi di UNITiN e alcuni ospiti, so che non può che essere lei. I capelli rosso fuoco raccolti in due rose sulla nuca, una semplice gonna nera a vita alta, lunga fino al bordo degli stivali alti in pelle chiara: non è un abbigliamento particolarmente eccentrico, ma scelto per esprimere qualcosa – un’identità o un’immagine, questo ancora non lo so.

Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, sale su quel piccolo palco e inizia a raccontarci il suo nuovo libro, Sette ragazze imperdonabili, cercando di spiegarcene i racconti attraverso qualche canzone e qualche poesia. Ha scelto di trasformare in musica, narrativa o poesia alcuni episodi tratti della vita di queste sette giovani donne. Per sdebitarsi, dice, perché noi siamo quello che siamo grazie a coloro che abbiamo incontrato: e queste sette donne le hanno insegnato a non semplificarsi, a non arretrare di fronte agli stereotipi e ai ruoli che la società costantemente esige da lei – da noi. Da loro ha imparato soprattutto che, per quanto alto sia il suo prezzo, la fedeltà è l’unico valore irrinunciabile. La fedeltà alla propria vocazione, che queste donne arrivarono a difendere anche a costo della propria vita – Emily Dickinson, reclusa volontariamente nella sua poesia eterna come una divinità celata agli occhi degli umani, tanto quanto la giovane martire Giovanna D’Arco o la poetessa russa Marina Cvetaeva, che s’impiccò perché la sua libertà era feroce e radicale.

Dopo una simile introduzione a suon di principi e quesiti esistenziali, il rischio che il tono della serata si abbassi c’è. Ma la bella voce di Maria Antonietta è forte quanto le sue parole, che sono poetiche, lucide e calibrate, talvolta sfrontate e quasi sempre in minore, più della musica stessa, aggiungendo solennità all’incanto di questa serata.

Questa È La Mia Festa, s’intitola la prima canzone: ma è anche la sua guerra e, mi conferma, il suo vestito è anche la sua bandiera. Fa solo finta di essere convinta, e in fondo le è tutto indifferente, di tutto questo schifo della sua giovinezza non gliene frega niente. Però il passato non finisce mai, le ricorda il Diavolo, dovrebbe arrendersi e dormire la notte come fanno tutti, anche se vorrebbe che fuori fosse sempre agosto. Del resto non ha capito un cazzo della vita, ammette in Saliva: si sente addirittura uno schifo, e non è la prima volta (e neanche la seconda). E al suo tu, quell’indefinito destinatario, grida: non ho nessuna intenzione di Deluderti – ma questo è il prezzo della fedeltà alla propria vocazione, ci aveva spiegato poco fa. E soprattutto, non vuole essere definita: anche se sarebbe più facile vivere in una forma semplice, mettere le linee di contorno è da stronzi. Mentre lo canta mi sembra un po’ arrabbiata – più che pizzicare le corde pare sul punto di strapparle.

Prima o dopo ogni canzone ce ne racconta il retroscena, o ci legge un brano dedicato alla stessa ragazza imperdonabile. Tra quelle che fino ad oggi non conoscevo mi colpisce in particolare la figura di Antonia Pozzi, una giovane poetessa che si tolse la vita a 26 anni nell’abbazia di Chiaravalle, perché la realtà di cui aveva bisogno non esisteva, ma lei l’aveva cercata – così come aveva cercato Dio e non l’aveva trovato. Antonia, ci racconta la cantautrice, amava molto la natura, amava andare in bicicletta e avere il sole sempre in faccia, ma era nata in un punto sbagliato dello spazio e del tempo e per questo decise di sacrificare la sua vita.

Della natura, di quel linguaggio della natura che Maria Antonietta chiama “il linguaggio dell’eternità” parlano anche alcune canzoni. Una è dedicata agli Animali, cui l’autrice confessa di non essersi ancora adattata a questo tipo di universo come fanno tutti gli animali e gli uomini intelligenti; un’altra in particolare ai Pesci, cui darebbe in pasto tutti i suoi pensieri se solo la volessero con loro, nelle profondità.

Forse il vero spettacolo, stasera, nelle varie sfaccettature di questo spettacolo, è guardare Maria Antonietta cantare dal vivo. Si muove molto, mentre canta: ogni tanto sembra che la gravità abbia la meglio, sembra scivolare giù dal microfono sulle ginocchia piegate, ma poi per fortuna vi resta aggrappata con la bocca e si rialza. Sono estasiata dalla sua capacità di sostituire tutto l’accompagnamento con una semplice chitarra acustica, con cui mi sembra stia facendo vere e proprie magie. Inoltre mi sorprende come la sua voce, rispetto a quella che ascolto su Spotify, suoni molto più potente e limpida. Nel timbro ha qualcosa di Mina, anche se non la sua perfezione, così come ha la s di Mina e quella grande a ritirata in fondo alla gola, che somiglia ad una e (aperta, molto aperta). Però trascina spesso le vocali e si mangia le consonanti, quasi a non voler farci capire tutto quello che dice – un po’ come fa Sia, penso.

I racconti del libro mi incantano tanto quanto quelli delle canzoni, però non riesco a concentrarmi abbastanza.  Ho l’impressione che legga la prosa come fosse poesia, senza punteggiatura e con l’intonazione più legata all’emotività che al senso delle frasi; così mi distraggo ad ascoltarne il suono e ne perdo un po’ il significato. Però me ne rimangono molte frasi potentemente evocative, soprattutto quelle dedicate a Sylvia Plath, un’altra giovane poetessa geniale ma inadatta alla vita, morta suicida all’età di 30 anni. Sylvia vorrebbe essere Gesù, come dice Maria Antonietta nella canzone Ossa e racconta anche nel libro, per sottrarre alla morte almeno un briciolo del suo dominio; e invece conosce bene il sapore del fallimento. Perché Dio è un improvvisatore, mentre lei vive l’improvvisazione come necessariamente fallimentare perché è troppo ambiziosa. Ed è anche troppo ostinata per accettare che gli sbalzi della vita, della realtà, tornino sempre a farle male, per quanto lei cerchi di liberarsene – degli sbalzi, e della vita stessa.

Ma ci sono anche storie in cui il sacrificio non è resa ma martirio, portato fino in fondo con orgoglio e col sorriso. Come quella di Giovanna D’Arco, o di Etty Hillesum, scrittrice ebrea olandese che morì giovanissima ad Auschwitz e che proprio negli anni più bui della nostra storia e della sua vita capì quanto essa – la vita – fosse bella e piena di senso. “Fiorire e dare frutti in qualsiasi terreno si sia piantati”, questo il suo imperativo kantiano, che non lascia alibi.

Nell’ultima canzone, una (non) Vergine riflette su come voleva che tutto le fosse regalato, ma poi ha imparato che è una cosa bassa e disonesta, e per questo ora sarà spietata con se stessa. Un riassunto di tutto ciò che ha imparato da queste sette ragazze imperdonabili, dalla loro rettitudine e fedeltà alla vocazione, fino all’ultimo, al sacrificio, ma con il petto in fiamme e il sorriso negli occhi. Così ci lascia Maria Antonietta, e quando, dopo il lungo applauso, ci alziamo, ho l’impressione di risvegliarmi da un sogno, di spezzare l’incantesimo di questa parentesi di riflessione nella frenesia del quotidiano – una riflessione leggera ma esistenziale, quasi mistica nel suo essere, al contempo, musica e poesia.

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