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La scuola serve ancora a qualcosa?

di Valentina Failla ed Elisa Mazzocato

Se andare a scuola significa solo assorbire informazioni imparandole a memoria, spesso senza comprenderle davvero, allora la scuola è diventata inutile. A che serve oggi stare ore, mesi, anni sui libri? Basta un click per avere accesso gratuitamente ad un sapere infinito, che va dall’anno di fondazione di Roma a come autodiagnosticarsi le malattie più strane: ormai lo sanno fare anche i bambini. Quello che ci manca, e che Internet non potrà mai insegnarci, è la capacità di orientarci in questo labirinto di informazioni, a distinguere tra le fonti affidabili e le fake news e ad utilizzarle in maniera critica e creativa. Ed è proprio a questo che servirebbe la scuola.

Educare significa tirare fuori le capacità che ogni studente possiede, e non riempire la testa di concetti teorici, slegati tra loro e dalla realtà.

Non soltanto, cioè, ad informare, ma ad educare – che etimologicamente significa “tirare fuori”. Tirare fuori le capacità che ognuno possiede, e non riempire la testa di concetti teorici. Perché gli studenti non sono “vasi da riempire, ma fuochi da accendere”: e ogni sterile nozione in più sostituisce qualcosa che è già dentro. L’aveva già compreso Plutarco quasi duemila anni fa, eppure la nostra scuola ancora lo ignora. I programmi sono così vasti che lo studio diventa una rincorsa al prossimo capitolo, senza dare agli studenti né il tempo né gli stimoli per riflettere. E questo impedisce tanto di interiorizzare i singoli argomenti quanto di cogliere il nesso che li tiene insieme e li lega alla realtà: è così che perdono ogni significato agli occhi dei ragazzi, cui tutta questa cultura finisce per sembrare fine a se stessa, anziché propedeutica alla loro crescita e alla loro vita.

Se siamo dotati di un’intelligenza così ricca di sfaccettature, perché continuare ad insegnare come se ne esistesse una sola?

Forse la chiave per invertire questo processo è cambiare prospettiva. Invece di concentrarci su cosa mettere nei programmi, ripartiamo da coloro per cui questi programmi sono creati, anzi per cui la scuola stessa esiste: gli studenti. Non solo nomi cui associare un numero nel registro elettronico, ma esseri umani, dotati di un cervello molto più complesso e versatile dei rigidi schemi in cui viene incasellato. Le scienze cognitive hanno appurato da diversi decenni l’esistenza di molte altre forme di intelligenza, oltre a quella teoretica, che continua però ad essere l’unica presa in considerazione dalla scuola. 

Come l’intelligenza musicale e quella motoria, che vengono a malapena considerate, dato il numero irrisorio di ore settimanali concesso alle materie che dovrebbero insegnare a gestirle e migliorarle. Per non parlare dell’intelligenza sociale ed emotiva, il cui mancato sviluppo può portare a comportamenti degradanti per l’individuo e per l’ambiente in cui deve inserirsi, come la violenza e l’incapacità di relazionarsi con l’altro. Se siamo dotati di un’intelligenza così ricca di sfaccettature, ognuna delle quali è fondamentale per una realizzazione davvero completa della persona, perché continuare ad insegnare come se ne esistesse una sola?

Quello che serve sono la creatività, la flessibilità, la capacità di innovare e di risolvere problemi sempre nuovi e più complessi.

Questo approccio obsoleto valorizza solo quella minoranza di studenti che presenta una spiccata intelligenza teorica, e condanna invece all’irrilevanza sociale e alla frustrazione personale coloro che potrebbero eccellere tramite altri modi di apprendere. Ma in alcuni casi isolati, i ragazzi che appaiono perdenti per gli standard scolastici diventano gli adulti di maggior successo nel mondo reale. L’esempio più spettacolare è quello di Mark Zuckerberg, il quale, pur non avendo terminato gli studi universitari, ha saputo usare le proprie conoscenze e soprattutto le proprie abilità in modo creativo e innovativo, arrivando a costruire un impero virtuale il cui valore attuale supera il PIL di molti Paesi. Questo dimostra che gli schemi prestabiliti e le soluzioni pronte che ci dà la scuola non bastano più: quello che serve sono la creatività, la flessibilità, la capacità di innovare e di risolvere problemi sempre nuovi e più complessi.

È evidente che la scuola non riesce più ad educare i giovani in modo efficace, coerente con la società che li circonda e il mondo lavorativo che li aspetta. Per questo è necessario un cambiamento radicale nel modo di pensare l’istruzione pubblica: questa deve rimettere al centro lo studente, sia come persona che come cittadino, per formare individui consapevoli delle proprie capacità e in grado di sfruttarle a pieno.

Contatti (per condividere idee, critiche e proposte):

valentina.failla@studenti.unitn.it
elisa.mazzocato@studenti.unitn.it

Per approfondire (bibliografia dell’articolo):

K. Robinson, L. Aronica, Creative Schools: The grassroot revolution that’s transforming education, New York (USA), Penguin, 2016
S. Giusti, F. Batini, G. Marchetta, V. Roghi, La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico, Firenze, Effequ, 2019
Quante intelligenze abbiamo?, articolo in Focus, 2012
https://www.focus.it/comportamento/psicologia/quante-intelligenze-abbiamo

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