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Incendi in Australia: recap

La situazione in Australia è ormai estremamente preoccupante: è da mesi che il paese è avvolto dalle fiamme con danni ingentissimi a persone, fauna, flora ed edifici. 

I primi incendi si sono verificati nelle prime settimane di settembre, quando in Australia era ancora primavera e sono vieppiù aumentati verso novembre e dicembre fino a giungere al loro culmine proprio durante l’appena finito periodo festivo. Le aree inizialmente coinvolte erano quelle del Nuovo Galles del Sud, tra Drake e Tenterfield. A novembre, invece, le zone colpite erano quelle delle Gospers Mountains, nel Wollemi National Park, vicino alle Blue Mountains. Da ultimo, sono stati colpiti lo Stato di Victoria e il Queensland. 

La parte del paese più colpita rimane però sicuramente il Nuovo Galles del Sud, la cui premier Gladys Berejiklian ha dichiarato lo stato di emergenza ed, infine, ammesso che lo Stato si trova in serie difficoltà e ci si sta “muovendo su un territorio sconosciuto”. A destare le preoccupazioni della premier sono le modalità con le quali gli incendi si stanno verificando: “l’estensione e la diffusione degli incendi, la velocità con cui stanno procedendo, il modo in cui stanno attaccando le comunità che non hanno mai visto fuoco prima d’ora, non hanno precedenti”, afferma Berejiklian. 

Dietro a questo disastroso fenomeno si cela il cambiamento climatico: le temperature in Australia sono sempre più alte e in questi giorni si sono toccati picchi superiori ai 40° – il che è un cattivo presagio, posto che ancora non si è in piena estate. Inoltre, quest’ondata di caldo ha seguito la primavera più secca di sempre. 

Sebbene sia vero che gli incendi non siano un fenomeno nuovo per l’Australia e che non si è ancora raggiunto il livello di disastrosità toccato nel Nuovo Galles del Sud nel 1974, siamo comunque di fronte a una situazione che non si verificava in queste proporzioni almeno dal 2003, e se si guarda solo al Nuovo Galles del Sud, un simile evento non si aveva da 34 anni. 

Bisogna anche notare che, nonostante l’Australia non sia proprio estranea a incendi e situazioni disastrose, questa catena incendiaria degli ultimi mesi presenta delle differenze rispetto alle precedenti esperienze. La siccità è sicuramente e notevolmente aumentata insieme alle temperature, come dimostrano le cartine elaborate dall’Australian Bureau of Meteorology. Per di più gli incendi questa volta hanno interessato le zone della fascia costiera interna, che normalmente non sono percorse dal fuoco. Insomma, questa volta a bruciare sono migliaia di ettari di foresta pluviale e foreste umide di eucalipti nel cuore di parchi nazionali nel territorio delle Greater Blue Mountains, che sono patrimonio mondiale dell’Unesco. 

mappa GWIS – Global Wildfires Information System – aggiornata al 9/1/2020

Il cambiamento climatico ha sicuramente e notevolmente influito, considerando che nell’ultimo biennio (2018-2019) si sono raggiunti picchi di 50° per diversi giorni in diverse località e nel gennaio 2019 si è registrato un innalzamento notevole della media delle temperature in tutto il Paese, con 30,8° contro i 27,9° ritenuti nella normalità stagionale. Owen Price dell’Università di Wollongong fa notare in merito come nel 2019 si siano più volte superati i record assoluti delle temperature.

La politica del governo di Canberra non aiuta di certo: il primo ministro australiano, Scott Morrison, sta seguendo la linea del suo predecessore, John Howard – un esponente del Partito Liberale che in passato aveva sminuito le preoccupazioni degli ambientalisti. Più di recente, Morrison ha affermato che non intende potenziare le politiche per contrastare il cambiamento climatico, così attirando molte critiche. Quando a novembre gli incendi hanno incominciato ad assumere proporzioni allarmanti, il vicepremier Michael McCormack aveva accusato “i pazzi della città” di voler collegare questi ultimi alle politiche del governo in materia economica e in particolare all’industria del carbone.

In Australia, infatti, l’industria del carbone occupa un settore strategico: costituisce la principale fonte di produzione di energia elettrica (circa i due terzi del totale) e si colloca al secondo posto per le esportazioni del Paese, ma essa è anche una delle principali fonti di emissioni di CO2. Proprio per questa ragione, il precedente governo laburista (fino al 2003) aveva imposto una tassa sul carbone, poi abolita e sostituita con un meccanismo (piuttosto debole) di incentivi alla riduzione delle emissioni.

Nel frattempo, gli incendi stanno assumendo le proporzioni di una calamità naturale e in questi giorni l’aria di Sydney è tra le più inquinate, i cieli di ampie zone del sud est sono colorati di grigio e arancione e il fumo e le ceneri sono giunti addirittura in Nuova Zelanda. 

Gli scienziati avvertono circa la pericolosità dei cambiamenti climatici e la maggiore siccità del continente oceanico: le variazioni di temperatura tra la zona orientale e quella occidentale dell’Oceano Indiano hanno provocato infatti una riduzione delle piogge e un cambio di direzione dei venti che normalmente generano umidità. Le condizioni dei venti antartici, in aggiunta, hanno favorito una stagione particolarmente secca e il ritardo della stagione dei monsoni ha cagionato un aumento delle temperature: così si è giunti alla catastrofe degli ultimi mesi. 

Gli incendi, provocati un po’ dalla caduta dei tralicci dell’elettricità causata dai forti venti, un po’ da pratiche umane non troppo oculate (e.g. esercitazioni militari con artiglieria), un po’ volutamente (ad oggi 183 persone sono indagate per incendio doloso e colposo), hanno provocato qualche decina di morti, la combustione di 10 milioni di ettari, la morte di numerosissime specie animali (tra cui canguri e koala) e la distruzione di 1.400 edifici. L’intensità di questi roghi è stata, poi, accentuata dai venti che hanno raggiunto anche i 100km/h. Ciò ha portato, il 3 gennaio, all’evacuazione di 100mila residenti dalle aree interessate. 

Tra il 4 e il 5 gennaio si sono avute, finalmente, delle piogge che hanno un po’ agevolato il lavoro dei pompieri e dei riservisti che nell’ultimo periodo sono stati impegnati nelle operazioni di spegnimento dei fuochi incessantemente e con enormi difficoltà, tenuta in considerazione l’ampiezza dall’area coinvolta (si stima una grandezza pari a quella della Danimarca). 

La tregua è durata ben poco però: gli incendi generano un calore di tale intensità che si viene a creare un vero e proprio ecosistema climatico da cui si scatenano uragani di fuoco e tempeste di fulmini. Colpita da questi fenomeni è stata soprattutto la costa, 280 km a sud di Sydney – come riferito dal Rural Fire Service nel Nuovo Galles del Sud. Più nello specifico, trattasi di cumulonembi: temporali che si formano a partire dal pennacchio di fumo di un incendio. Il calore generato dal fuoco fa salire molto velocemente l’aria sino a raggiungere l’atmosfera superiore dove le temperature sono molto basse. Dallo scontro tra caldo e freddo si generano cariche elettriche, che ben presto si riscaricano sotto forma di fulmini. I meteorologici spiegano che questi fenomeni sono, in realtà, molto rari, ma a causa del cambiamento climatico e del sempre crescente numero di incendi potrebbero diventare la normalità in Paesi come l’Australia. A tal proposito, Steve Pyne dell’Arizona University afferma che siamo ormai entrati nel pyrocene, cioè un’era equivalente a quella dell’era glaciale, caratterizzata però questa volta da incendi e temperature estremamente elevate.

Il WWF ammonisce, inoltre, rispetto ai pericoli che corrono i koala, la cui popolazione secondo l’IUCN – l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura- è diminuita del 28% negli ultimi venti anni. In merito, sono numerosissime le raccolte fondi lanciate, alcune delle quali interessano anche le persone vittime degli incendi e che hanno subito danni alle proprie case .

La Global Forest Watch – Fires offre mappe interattive aggiornate giorno per giorno per poter rimanere aggiornati sulla situazione incendi in Australia (e non solo). 

lorena bisignano

Studentessa di giurisprudenza.

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