Dobbiamo studiare meno, per studiare meglio?

di Valentina Failla ed Elisa Mazzocato

La scuola italiana è di nuovo in fondo alle classifiche: lo dicono i risultati dei test Pisa 2018, pubblicati lo scorso tre dicembre dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Questi test hanno misurato le competenze in tre ambiti specifici (lettura, matematica e scienze) di 600.000 quindicenni in 79 Paesi del mondo, con risultati che per gli studenti italiani si confermano inferiori alla media OCSE e anche ai risultati degli stessi italiani nel 2012. La politica italiana ha reagito a questo scenario inquietante con una sostanziale indifferenza- come sempre del resto, quando si parla di scuola– tanto che l’ex ministro Fioramonti ha rassegnato le dimissioni, giudicando impossibile attuare le riforme necessarie con gli scarsissimi fondi destinati alla scuola e alla ricerca, per i quali l’Italia è ultima in Europa.

Scorrendo verso l’alto la classifica OCSE si ritrova, come sempre ai primi posti, la Finlandia, il cui sistema scolastico è ormai noto in tutto il mondo come uno fra i più all’avanguardia. Dai primi anni duemila, infatti, gli studenti finlandesi hanno iniziato ad ottenere i risultati migliori nei test internazionali, con grande sorpresa tanto degli altri paesi quanto dello stesso paese nordico. Il suo sistema educativo, infatti, è molto diverso da quello di altri Paesi che condividono con lei il podio; tanto diverso da apparire paradossale. 

La scuola finlandese predilige un approccio minimalista e “non invasivo” all’educazione, che si concentra sulla qualità piuttosto che sulla quantità.

Il paradosso della scuola finlandese, come lo definisce l’esperto di educazione Pasi Sahlberg, sta nel principio: “less is more”. A differenza della gran parte dei sistemi scolastici nel mondo, che puntano ad aumentare il numero delle ore che insegnanti e studenti passano a lavorare e studiare, quello finlandese predilige un approccio minimalista e “non invasivo” all’educazione, che si concentra sulla qualità piuttosto che sulla quantità. In Finlandia si realizza il sogno di ogni studente: i finlandesi vanno a scuola non più di quattro ore al giorno, quasi non sanno cosa siano i compiti per casa e studiano meno ore dei loro coetanei di tutti gli altri Paesi osservati dall’OCSE. Anche gli insegnanti hanno un carico di lavoro ridotto:  lavorano mediamente trenta ore a settimana, quasi dieci ore in meno rispetto ai loro colleghi italiani. Com’è possibile, quindi, che i finlandesi siano così bravi, pur studiando molto meno degli altri? Il segreto è tanto semplice da spiegare quanto difficile da realizzare: un sistema estremamente efficiente.

Ad esempio, i programmi sono stati ridotti notevolmente per permettere agli studenti di focalizzarsi su una quantità minore di contenuti, ma trattati in maniera più critica e approfondita. Allo stesso scopo sono stati introdotti metodi d’insegnamento innovativi, come quello del “project based learning” (PBL), che prevede che gli studenti scelgano un tema di attualità, come l’inquinamento o l’immigrazione, e lo affrontino da diverse prospettive per poi sviluppare un dibattito attorno all’argomento. In questo modo sono i bambini e i ragazzi ad organizzare il proprio lavoro e ad essere stimolati alla ricerca e all’approfondimento. Un metodo decisamente rivoluzionario rispetto alle nostre lezioni frontali. La scuola finlandese non si distingue solo per i metodi alternativi di studio ma anche per il contenuto stesso dell’insegnamento: materie come musica, arte, teatro ed educazione fisica vengono considerate tanto importanti quanto le scienze esatte. Eppure i risultati degli studenti finlandesi nei test di matematica, sempre secondo i dati OCSE, sono al livello di Cina e Singapore, Paesi in cui gli studenti vengono preparati in modo intensivo seguendo modelli ad hoc per eccellere in questi test.

La scuola finlandese è riuscita ad operare una rivoluzione “copernicana” dell’educazione, mettendo al centro non più i programmi ma lo studente.

La scuola finlandese, infatti, a differenza di quelle tradizionali, è riuscita ad operare una vera e proprio rivoluzione “copernicana” dell’educazione, mettendo al centro non più i programmi ma lo studente, come soggetto dell’apprendimento e come persona. Lo studente ha un ruolo attivo nell’apprendimento, e ciò che studia è vicino alla realtà che lo circonda. Gli viene concessa molta autonomia nello studio, ad esempio scegliendo, a partire dal terzo anno di scuola superiore, una buona parte delle materie nel suo curriculum, in base alle proprie inclinazioni. Queste sono considerate fondamentali, infatti, per permettere uno sviluppo completo della persona e non solo della sua intelligenza teorica, come sostiene la filosofia olistica, da Rousseau a Maria Montessori. E’ proprio l’approccio olistico all’educazione ciò che ha reso la scuola finlandese così diversa dalle altre, grazie a quel progetto di riforma totale del sistema scolastico che, avviato negli anni Settanta, ha portato già nei primi anni duemila ai noti successi internazionali. 

Grazie alla pressione politica esercitata da vari rappresentanti del mondo scolastico ed accademico fu avviata una serie di riforme che portarono a una trasformazione completa del sistema. Una trasformazione basata sul radicale ripensamento dei concetti stessi di conoscenza ed educazione, per rendere l’apprendimento più dinamico ed efficace. Concretamente questo si realizzò in una riorganizzazione degli istituti scolastici, accordando loro maggiore autonomia, dalla gestione delle risorse alla definizione dei programmi, creando un network di scuole per incentivare la collaborazione tra esse, e infine migliorando l’efficienza delle strutture e dell’amministrazione.

 Com’è possibile che, a fronte di questi risultati inaccettabili, non si parli ancora di una riforma strutturale della scuola? Se la politica continuerà ad essere sorda alle esigenze della società, spetterà ai cittadini far sentire la propria voce.

Questo lungo processo ha avuto dei risultati non immediati, ma eccezionali e a lungo termine. Secondo i sondaggi PIAAC, i finlandesi adulti sono quasi i migliori per abilità di lettura, di calcolo matematico e di problem solving. Questi dati dovrebbero far riflettere, a maggior ragione, se paragonati a quelli riguardanti l’Italia, che si colloca invece al quartultimo posto della classifica OCSE, con il 28% della popolazione classificata come analfabeta funzionale. Com’è possibile che, a fronte di questi risultati inaccettabili, non si parli ancora di una riforma strutturale della scuola? Esistono già modelli virtuosi da cui trarre spunto per avviare un nostro percorso di rinnovamento, a partire dalle forze e debolezze della scuola italiana, senza certo illudersi che quella finlandese sia una ricetta universale ma prendendo esempio da essa. E se la politica continuerà ad essere sorda alle esigenze della società, spetterà ai cittadini far sentire la propria voce.

Contatti (per condividere idee, critiche e proposte):

valentina.failla@studenti.unitn.it
elisa.mazzocato@studenti.unitn.it

Instagram: @rivoluzione_della_scuola

Per approfondire (bibliografia dell’articolo):

Vi consigliamo in particolare la visione di questo breve video, tratto da un docu-film di Michael Moore:

E di questa TED-talk di Pasi Sahlberg, uno dei massimi esperti di educazione e sistemi scolastici in tutto il mondo:

Del quale abbiamo letto anche il saggio Finnish Lessons 2.0: What can the world learn from educational change in Finland? , che trovate in biblioteca: http://www.cbt.biblioteche.provincia.tn.it/oseegenius/resource?uri=6250986&found=1

Altre fonti:

https://www.agi.it/fact-checking/spesa_istruzione_italia_ultima_europa-6801447/news/2019-12-28/

http://www.oecd.org/pisa/publications/PISA2018_CN_ITA_IT.pdf


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