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Il sabba dell’ozio (prima parte)

Una cura d’eternità per disintossicarsi dal divenire

di Chiara Legnaro; letto da Jacopo Colombo del Teatro degli Aristofanti

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Alice: “Quanto tempo è per sempre?”

Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

– Lewis Carroll

Solo il cinguettio degli uccellini: c’è silenzio in città. Dal balcone di casa, mai prima di oggi si è sentita tanta quiete. Il brusio del traffico, la frenesia cittadina, tutto è magicamente sospeso. Solo la natura e quei pochi lavoratori ancora attivi riempiono l’etere di un dolce e pacifico sottofondo: questo scenario bucolico sembra un idillio. Certo, si può obiettare che la situazione è di quarantena – di paura, incertezza e reclusione – se non addirittura di guerra. La gente si sta ammalando, i più gravi stanno morendo. Molti potrebbero perdere il lavoro, non farcela con le spese più urgenti. Si è distanti dai propri cari, dalla propria amata o dal proprio amato, dal gatto e dal pesce nella boccia. Sarebbe un’eresia gioire di tutto questo!

Eppure, queste obiezioni assomigliano un po’ al treno merci che passa velocemente in questo momento: tutta la confusione dopo poco si dissolve nel rimbombo di fondo valle. Gli uccellini ritornano a cinguettare, l’Adige ritorna a scorrere naturalmente, la quiete ritorna dove è sempre stata. Meglio ancora, per usare le parole di Attilio Andreini, professore di Sinologia a Venezia: «la legge di natura è sorda al chiacchiericcio degli uomini: silenziosa, insegna solo a contemplare l’ineluttabile corso degli eventi, che si susseguono in modo spontaneo e non condizionato».1

È facile parlare quando una situazione di questo tipo non ci tocca direttamente: quando non siamo reclusi in una casa con persone a noi nocive, quando tutto sommato l’unica fatica è accendere il pc per seguire svogliatamente qualche lezione – per di più con la comodità di poter far colazione nel frattempo. D’altra parte però è anche facile accusare gli altri di “essere più fortunati” (si può questa chiamare accusa?), essere invidiosi del loro benessere credendo che i propri dolori siano universali e che nessun’altro – se non noi stessi, supereroi delle patatine – riuscirebbe a conviverci. Facile così, essere martiri di una causa che interessa solo a noi. Credere di meritare applausi solo perché la nostra sofferenza è imparagonabile, incommensurabile, rispetto a tutto quello che accade nel mondo.

È facile intonare la cantilena di lamentele: una dolce melodia, la nostra ninna nanna, la nostra sveglia, un confortevole mantra che ci ripetiamo quotidianamente ubriacando noi stessi di autocommiserazione che – francamente – non meritiamo. Ed è così che, tra una lamentela sconfitta e un insulto ai runners, ci arroghiamo il diritto di puntare il dito criticando chi – tutto sommato – se la vive da beato beota.

Eretico e superficiale, indifferente al dolore collettivo, il saggio beota accoglie dolcemente l’arrivo della primavera e – dal suo balcone – si stappa una birra intonando col suo fischiare una canzonetta popolare.

Il Decreto sulla Tristezza pubblica

Siamo così schiavi delle nostre abitudini che non siamo neanche più degni di ricevere questa grande sberla metafisica che ci colpisce dritti in faccia, costringendoci a voltare il nostro sguardo dove non vogliamo, a iniziare a fare i conti con ciò che abbiamo sempre evitato. Costretti a stare confinati in quattro mura, soli con noi stessi, prima o poi allo specchio ci arriviamo: ed eccoci a fissare quelle pupille, quello sguardo che incrociamo di sfuggita da una vita ma che ci è in realtà profondamente sconosciuto e insondato. Che fare una volta finita la cantilena auto-commiserativa, finite le serie tv, i post su facebook e il jogging sul balcone di casa?

Ironicamente, tutto questo fa sorridere. Se vi reputate fermi sostenitori del buonismo e storcete indignati il naso quando udite qualcuno cantare dal balcone perché osa passarsela via tranquillo, rilassatevi. Il decreto ministeriale sull’essere esistenzialmente tristi e privi di vitalità non è ancora entrato in vigore. La primavera arriva lo stesso, le giornate sono via via più calde e sempre più alberi partecipano al ciclo delle stagioni, lasciando i loro fiori liberi di esplodere di bellezza. Il saggio beota l’ha capito alla perfezione: come la primavera, la quarantena è un evento, qualcosa che non si può imbrigliare né controllare. Il saggio beota accetta sereno la sua impotenza e – seduto comodo sul suo balcone – ammira il tramonto del sole, sfogliando quel buon libro che si promette di leggere ormai da anni.

Da sempre abbiamo creduto che il tempo potesse scorrere solo in un unico modo: la scansione umana e sociale del tempo ha impresso in noi ritmi convenzionati. Si pensi alla scuola, per cui a una certa età – non a un certo livello di apprendimento, beninteso – corrisponde una particolare classe disomogenea in cui stare. Per non parlare poi delle aspettative sociali, forse un po’ più superate ma comunque valide di nota, circa i “risultati di vita” che ci si aspetta da ognuno a un particolare momento della vita (a quando la laurea? E la casa? E i figli? E che pal…). Pienamente integrati e fieri di esserlo in un grande meccanismo che incastra tutti i tasselli della nostra esistenza alla perfezione, la nostra responsabilità di scelta è sempre stata condizionata – in modo più o meno pressante, a vostra discrezione – da ritmi sociali, non naturali. In poche parole, abbiamo avuto la comodità di poterci adeguare “ad altri standard”; peccato è che tali criteri siano del tutto arbitrari e – forse – non troppo inclini allo sviluppo individuale.

Siamo nati e cresciuti schiavi del tempo – mi preme qui citare l’omonimo e brillante saggio di Ivan Petruzzi2 – e ora che le sue catene sono allentate non sappiamo che fare. Il caos e l’insicurezza albergano in noi: l’incertezza del futuro si proietta sull’instabilità del presente, carico di giornate grigie scandite dal sorgere e dal tramontare del sole, dai telegiornali, dai pranzi e dalle cene sempre alla solita ora. Appuntamenti, scadenze, viaggi e programmi: tutto è rimandato a “data da destinarsi”. Ci teniamo aggrappati a quel barlume di routine quotidiana spaventati di cadere nell’abisso del nostro tempo, incapaci di vedere il dono di questa grande – e un po’ si spera irripetibile – opportunità. Ligi a quel Decreto sulla Tristezza pubblica al quale neppure Giuseppe Conte ci ha chiesto di aderire – ma che per amor di Patria facciamo nostro – sfoghiamo il nostro malcontento esistenziale intasando i social di allarmismo, preoccupazione e frustrazione. Il senso di colpa verso chi sta davvero soffrendo è così potente che ci impediamo quasi di gioire per le piccole cose: siamo accaniti verso coloro che se la vivono in tranquillità – tra una stonatura e l’altra – perché non comprendiamo come si possa essere felici ora e ancora parlare di senso civico. Per il saggio beota invece, il vero delitto qua è sfruttare questo tempo per stare male e basta: non si rende giustizia agli ammalati piangendo tutto il giorno; non si è più “buoni” se si sceglie di essere tristi solo perché la situazione è difficile.

La tirannia di Saturno

Con un po’ di sforzo il dono si trova eccome. Il tempo saturnino, legato alla figura mitologica di Saturno (Κρόνος, kronos) archetipo della stabilità, della sicurezza e della permanenza delle cose, nonché dio dell’agricoltura è – almeno in parte – sospeso. Il dio olimpico rappresenta la conformità alle regole, gli schemi fissi che permettono una progettualità a lungo termine ma non accolgono di buon grado gli imprevisti. Nel nostro piccolo, è il tempo scandito dall’agenda zeppa di impegni, di consegne imminenti e di appuntamenti a pelo incastrati gli uni con gli altri. Questo tempo scandito a battito d’orologio è responsabile del confortevole scorrere ordinato delle nostre giornate: controllarlo significa controllare la vita e i ritmi di tantissime persone.

Sarà Herbet Marcuse, in Eros e civiltà e nell’Uomo a una dimensione, a denunciare come la società opulenta – la nostra società occidentale – si rafforza controllando il tempo dell’uomo, incastrandolo in ritmi che non gli appartengono, sfinendolo e facendolo correre su una ruota con la promessa di divenire un giorno un “self made man” di successo. Questa stremata ricerca del successo – il bisogno di autoaffermazione – corrisponde a ciò che Marcuse chiama il principio di realtà, opposto al principio del piacere.

Il termine è ereditato – con le sue giuste modifiche – da Sigmund Freud e dalla corrente psicanalitica: all’inizio dei tempi, per l’uomo non ancora represso dalla civiltà, esisteva solo il principio del piacere. Esso era legato alla soddisfazioni immediata dei bisogni, alla gioia del gioco e a una totale assenza di repressione; va da sé che, nota giustamente Marcuse: «lasciati liberi, gli istinti fondamentali dell’uomo sarebbero incompatibili con ogni duratura associazione e conservazione».3 Viene così alla luce quel compromesso chiamato civiltà: rinunciando alla soddisfazione integrale dei bisogni, l’essere umano rinuncia a una parte delle sua natura per sottometterla alle istituzioni, diventando un «soggetto conscio e pensante inserito in un sistema razionale che gli viene imposto dall’esterno».3 Il piacere è limitato e la soddisfazione dei bisogni è differita: al gioco subentra la fatica del lavoro e all’assenza di repressione uno stato di sicurezza. Plasmato in un particolare contesto culturale, sin da lattante l’uomo introietta il principio di realtà, che si fa spazio nella sua psiche come una serie di “norme” e “doveri” comportamentali, di ingiunzioni e di divieti, di schemi di valore (giusto/sbagliato, buono/cattivo ecc.) che, se da un lato gli consentono un ottimo controllo sulle sue pulsioni, dall’altro non possono che generare un senso di oppressione e non appagamento.

È quel principio impresso in noi che ci ha fatto sacrificare riposo, tempo libero e persino affetti, incatenandoci a doveri che appartengono a qualcun altro. Ci ha slegati dai nostri cari, ci ha fatto sentire in colpa verso i nostri figli quando non potevamo giocare con loro perché non avevamo tempo. Ci ha fatto vivere sulla nostra pelle la sindrome da Burn-out, portandoci a tagliare fuori dalla nostra vita le relazioni di valore, invece di imparare la virtù della pazienza e della lenta crescita. Abbiamo rinunciato alle nostre aspirazioni artistiche, creative, musicali e sportive, perché con esse mai avremmo trovato un lavoro stabile. Abbiamo dimenticato la nostra arte intrinseca, la bellezza di ammirare un’alba senza l’impazienza di prendere un treno per inchiodarci in ufficio, abbiamo scordato il gusto di cucinare un piatto per amore e rispetto del cibo. Abbiamo sacrificato tutto questo in nome di una società che ci ha promesso in cambio sicurezza e protezione, una stabilità e un benessere mediocri, almeno stando a quanto emerso dal World Happiness Report del 2019.4

Ora, questa società si presenta nuda a sé stessa, nuda di fronte a chi ha gli occhi liberi per guardare in faccia la realtà, riconoscendo le contraddizioni di un sistema – quantomeno italiano – basato sulla mediocrità della vita, sulle tasse pagate col sudore di qualche onesto lavoratore, sui tagli alla sanità, sul collasso del sistema sanitario steso. Rendere eroi di stato gli infermieri non ripagherà loro tutte le ore, il dolore speso nelle corsie d’emergenza. Santificare queste persone sarà solo l’ennesima mossa buonista di uno Stato che non è in grado, come non lo siamo noi, di assumersi le proprie responsabilità. Figli di questo Stato, molti di noi scelgono di lamentarsi e criticare, di non oltrepassare quello specchio davanti al quale voltano lo sguardo.

Scelgono di ignorare come il Tempo – e gli antichi miti lo insegnano bene – può diventare tiranno: non ricordano che Saturno fu divoratore dei propri figli, dimenticano di aver vissuto come consumatori consumati. Scelgono di non vedere, di non capire che nel grande pantheon degli dei, Saturno non era figlio unico.

Bibliografia

  1. A. ANDREINI, Breve riflessione sul dire e sul fare nel pensiero cinese classico, in Cina. West of California?, a cura di M. NORDIO, Venezia, Marsilio, 2008, pp. 27-43.
  2. I. PETRUZZI, Schiavi del tempo: la folle corsa del mondo postmoderno. Riflessioni per una vita più umana, lenta e consapevole, Amazon Digital Services LLC – KDP Print US, 2019
  3. H. MARCUSE, Eros e civiltà, Torino, Einaudi, 2001, pp.60-61.
  4. Un report annuale sullo stato di felicità dei vari Paesi (il World Happiness Report 2019) classifica l’Italia al 36° posto, una posizione arretrata rispetto ad altri paesi europei, come Gran Bretagna (15°), Germania (17°) e i paesi scandinavi, che occupano la pole position. Tra i vari criteri presi in considerazione dal rapporto vi sono, oltre al PIL, la libertà di fare scelte di vita e i livelli di corruzione del paese. Link al report: https://worldhappiness.report/ed/2019/#read

Redazione

La redazione de l'Universitario è composta perlopiù da studenti dell'Università di Trento

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