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Libri dal mondo: “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie

“Iniziò a sentire la macchia di una vergogna crescente che le si diffondeva addosso, vergogna per averlo ringraziato, per avere fatto delle sue parole ‘sembra americana’ una ghirlanda da mettersi attorno al collo. Perché mai avrebbe dovuto essere un complimento, un risultato ottenuto, il fatto di sembrare americana?”

Durante la quarantena avevo il tempo di finire questo libro che stava vegetando sul mio scaffale da novembre, complice la sessione invernale. “Americanah” è un romanzo del 2013 di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana multipremiata di etnia Igbo, come la protagonista del suo libro. Come Ifemelu, ha avuto la possibilità di studiare in America dopo un anno di università in Nigeria; una volta laureata si è dedicata alla scrittura, che l’aveva impegnata durante gli anni universitari durante i quali aveva scritto per diversi giornali studenteschi. Questo è il libro più autobiografico che ha scritto. Tra le altre opere si trovano anche Metà di un sole giallo e L’ibisco viola. Inoltre consiglio la visione del suo intervento al TEDxEuston, “Dovremmo tutti essere femministi” – il titolo spiega tutto, quindi spero di coinvolgere tutti i generi.

Se elencassi i temi affrontati in “Americanah” nessuno direbbe che è un libro ‘leggero’ – eppure, si legge con estrema facilità. Racconta la storia di Ifemelu, ragazza Igbo, che dopo un anno di università in Nigeria riesce ad ottenere un visto per andare a studiare in America. Dopo quindici anni di vita da “americanah“, termine con cui in Nigeria ci si riferisce agli immigrati che assumono il manierismo statunitense, decide di tornare a Laos per scoprire che l’esperienza oltreoceano l’ha cambiata più di quanto lei possa immaginare. La storia d’amore con il suo ragazzo del liceo Obinze fa da sottofondo al viaggio della ragazza; anche lui cerca di perseguire il sogno americano e finisce invece per immigrare clandestinamente a Londra. L’autrice parla di razzismo e del concetto di razza, del sogno americano e di immigrazione, di una vita di successi ottenuta in un altro Paese e del lancinante desiderio di tornare a casa.

“Vengo da un paese in cui la razza non è un problema; non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America.”

Ancor più che di razzismo, il libro parla di identità. Si tratta di un viaggio che porta la protagonista del libro ad esplorare sia il mondo al di là dell’Atlantico, sia il significato stesso delle due culture in cui si è formata, a scoprire che cosa significa essere ‘americana’ e ‘nigeriana’ nel ventunesimo secolo. La protagonista è costretta a chiedersi se sia possibile essere solo una di queste cose o entrambe, che cos’è cambiato in lei mentre era in America, se potrà mai vivere negli Stati Uniti senza conformarsi allo stereotipo occidentale, ma allo stesso tempo, se potrà tornare in Nigeria dopo quindici anni oltreoceano, o quanto la cultura yankee le sia entrata sotto la pelle.

Lagos, Nigeria

La lettura è molto scorrevole e la trama si srotola come un gomitolo di lana. La storia comincia a Princeton, dove la protagonista Ifemelu si reca in un salone di parruchiere specializzate in acconciature afro. Le varie interazioni che Ifemelu ha con le donne del salone sono intervallate da ampi flashback che ci fanno rivivere le circostanze che l’hanno spinta ad emigrare in America e la sua storia d’amore con il suo ragazzo, Obinze. Tutto ciò che di lei ci viene mostrato in quel primo capitolo verrà spiegato nel corso del romanzo: perché vuole tornare in Nigeria, com’è arrivata a decidere di non lisciarsi più i capelli, perché sta mangiando una barretta ai cereali, cosa si nasconde dietro la trepidazione con cui scrive ad Obinze, com’è nato il suo blog che parla di cosa significhi essere di colore in America. La trama è coinvolgente, mai noiosa e, a suo modo avvincente, nonostante non si parli di inseguimenti in auto, epiche vendette, rapine in banca o amori impossibili.

Una nota a parte merita il secondo pilastro portante del romanzo, ossia la storia fra Ifemelu e Obinze. Quest’ultimo è presente fin dal secondo capitolo e, durante il romanzo, abbiamo anche il suo punto di vista. Veniamo subito a sapere che Obinze è un ricco uomo d’affari in Nigeria ma, man mano che procediamo nella lettura, scopriamo che questo membro della classe medio-alta nigeriana, figlio di docenti universitari, amante della poesia e della letteratura e ubriaco del sogno americano, era, in realtà, immigrato clandestinamente a Londra ed era, poi, stato cacciato dal Paese. La loro storia è da subito dolorosamente realistica eppure, il modo in cui le vite di Ifemelu e Obinze sono legate ha un che di epico, anche se non nel senso hollywoodiano del termine. Non ci sono crisi isteriche dovute alla separazione, né ballate romantiche di sottofondo quando i due si ritrovano. Sia Obinze sia Infemelu riescono a provare l’amore anche in assenza dell’altro; non esiste solo Obinze nell’universo di Ifemelu, ma questo non significa che questo legame non pervada il romanzo.

Ciò che mi ha colpita di più è stato lo stile insolito della scrittrice, la visione del mondo che traspare dalle parole che sceglie, l’esperienza di vita così palesemente diversa dalla mia. Non è semplicemente la storia ad avermi tenuta incollata alle pagine ma il modo in cui è stata raccontata, il punto di vista così palesemente non occidentale dell’autrice e gli spunti autobiografici del racconto. Se c’è qualcosa che l’arte e, nello specifico, la letteratura possono fare è trasportarci al di fuori di noi stessi, essere una finestra su altri mondi, altre esperienze ed altre realtà. Entrare nel mondo creato dalle parole dell’autrice, più familiare di quello che può essere quello del Signore degli Anelli ma, paradossalmente, così estraneo, è stata un’esperienza che mi ha convinta ancora una volta dell’importanza della lettura. Un tema come quello del razzismo non è facile. Non è facile da vivere, da capire, da sconfiggere, da affrontare, eppure è nostro dovere. Da queste pagine si comprende quanto sia imperativo per i bianchi mettere in discussione le proprie convinzioni, le proprie azioni, i propri pensieri e preconcetti per poter essere buoni alleati nella lotta contro il razzismo.

“E comunque, perché dobbiamo parlare sempre di razza? Non possiamo considerarci solo esseri umani? […] E’ proprio questo il privilegio bianco, che tu possa dire una frase del genere. La razza non esiste perché per te non è mai stata un ostacolo. I neri questa scelta non ce l’hanno.”

Personalmente ho letto “Americanah” in inglese e vi consiglio, se ne avete la possibilità, di fare lo stesso: l’autrice usa spesso lo slang americano o trascrive la pronuncia inglese modificata dai vari accenti e, data l’importanza che la pronuncia e la lingua hanno in questo romanzo, sarebbe un peccato perdersi queste sfaccettature. In caso contrario, in Italia il libro è stato pubblicato da Einaudi. Sperando di avervi invogliati alla lettura, vi lascio con la frase che forse mi ha colpito di più di tutto il romanzo, tristemente attuale e di importanza cruciale per capire le dinamiche del razzismo moderno.

“In America il razzismo esiste ancora, ma non ci sono più i razzisti. I razzisti sono cose del passato […] Il modo di manifestarsi dei razzisti è cambiato […] Se non hai linciato nessuno, non puoi essere chiamato razzista.[…] Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire che i razzisti non sono dei mostri. Sono persone con famiglie amorevoli, gente normale che paga le tasse. Bisognerebbe dare a qualcuno il compito di decidere chi è razzista e chi no. O forse è ora di rottamare la parola ‘razzista’. Di trovare qualcosa di nuovo. […]Come, ad esempio, ‘sindrome da disordine razziale’. E potremmo avere gradazione diverse per chi ne soffre: lieve, media e acuta.”

Rebecca Franzin

Studio a Trento, ma sono di Vittorio Veneto (tecnicamente Solighetto). Forse un giorno mi laureerò in Studi Internazionali; nel frattempo, se siete credenti, sentitevi liberi di includermi nelle vostre preghiere.

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