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Any Other: un’intervista stiracchiata sotto la pioggia

Vedere Adele suonare sul palco del Poplar quest’anno è stato veramente emozionante. Lei, sola, sul palco con la chitarra, le montagne dietro alle sue spalle e le rondini che volteggiavano in cielo. E si schiantavano contro il drone. Scherzo. La sua voce ha accompagnato le ultime ore di luce della giornata e ci ha fatto ripensare a questo anno imprevedibile, a quanto fosse magico quel momento, in cui tutti siamo potuti essere lì ad ascoltarla, nonostante i termometri e le distanze.

Dopo il concerto, mentre il cielo aveva già iniziato a minacciare temporali, sono riuscita a strapparle una “intervista stiracchiata”, in perfetto stile Universitario. La ringrazio per avermi concesso questa chiacchierata veloce e non programmata sotto la pioggia, in cui forse non ho avuto il tempo di fare tutte le domande che volevo ma che è stata un bellissimo momento di scambio con una personalità della quale si avverte tutto il potenziale, per dirla alla Aristotele (visto che lei ha studiato filosofia).

Dopo questa intro pipposa lascio finalmente la parola a lei, Adele Altro, in arte Any Other.

Il nome Any Other nasce dalla traduzione in inglese del tuo cognome, Altro. Questa traduzione è stata una scelta deliberata o un nickname casuale che hai portato con te? Intendo dire: Any Other significa non solo “nessun altro” o “chiunque altro” ma anche “qualsiasi altro”. Dal mio punto di vista, Any Other è un nome che evoca molta disillusione e distacco dalle cose: dire “any other” è un po’ come dire “whatever”: “sì, qualsiasi altra cosa o persona può andare bene”. Sei d’accordo su questa interpretazione?

Semplicemente il fatto è che Any Other mi è piaciuto da sempre per il senso di indefinito che trasmette: non ha un genere, non è maschile, non è femminile, non è singolare, plurale – lascia una porta aperta rispetto all’identità che posso assumere dal punto di vista artistico. Di fatto è stato un po’ questo: il non volermi chiudere dentro una cosa definita e definitiva dal punto di vista del senso.

Come hai iniziato la tua carriera musicale?

Diciamo che Any Other è iniziato sei anni fa, nel 2014, però prima suonicchiavo. All’inizio andavo in giro chitarra e voce, da sola, in situazioni più o meno disagiate. Prima studiavo e poi piano piano non ne ho avuto più il tempo e mi sono dedicata solo alla musica.

Cosa studiavi?

Filosofia.

La tua musica è un po’ in controtendenza rispetto al panorama musicale indie italiano. Di solito i riferimenti culturali che gli artisti danno e ai quali si ispirano sono De André, Battisti, Dalla. Quali sono le tue influenze?

In realtà non c’è un artista da cui sono stata ispirata perché tendenzialmente come ascoltatrice sono abbastanza anarchica, ascolto tante cose diverse che possono spaziare dal punk hardcore all’ambient, che possono essere anche diametralmente opposte. Quindi penso che non ci sia un genere o un artista unico che sono andati ad influenzarmi. Poi i gusti cambiano e sono cambiati nel tempo.

Il fatto di cantare in inglese influenza la tua musica?

No, è solamente una delle componenti che vanno a comporre quello che faccio: suono la chitarra ma potrei usare il piano, scrivo in inglese ma potrei farlo in italiano. È così perché mi viene spontaneo.

Qual è il riscontro che hai all’estero? Com’è il pubblico internazionale rispetto a quello italiano?

Forse l’unica differenza è che mi sembra che qui tendenzialmente si vada a sentire concerti di artisti che già si conoscono: è difficile vedere persone che pagano un biglietto per andare a sentire qualcuno di cui non conoscono già i pezzi. All’estero mi sembra che questa cosa sia un po’ diversa: si vanno a sentire concerti di artisti mai visti che magari non si conoscono. Comunque anche qui mi sono trovata sempre benissimo. Nella mia testa poi Italia ed estero non sono due mondi sconnessi ma il pubblico è pubblico ovunque. Naturalmente ci sono posti in cui mi sono trovata meglio di altri, dipende molto dal concerto stesso e dalla serata, non è questione di paese.

Ti è piaciuto suonare qui?

Sì, certo, è stato bellissimo!

C’è un messaggio che cerchi di trasmettere con la tua musica o è più una cosa terapeutica, un mezzo per esprimere in primo luogo te stessa?

Non mi piace tanto la parola terapeutica perché tende sempre ad essere un po’ uno sguardo pornografico sulle sofferenze delle persone che suonano (n.d.r. ride) e non è così. Sicuramente se faccio questo è perché ho una necessità di esprimermi e questo è il canale attraverso cui ho imparato a farlo. Cerco di farlo non tanto nei miei testi ma nei modi in cui lo faccio. È sia una questione personale che fatta per gli altri.

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