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Autonomia e scuola: cosa può insegnarci il Trentino?

Per la rubrica “Cara, vecchia scuola”, del collettivo Un’Altra Scuola

Nella seconda puntata della rubrica Cara, vecchia scuola, ho dialogato con una vera esperta di scuola – e non esperta sulla carta, ma nella pratica. La professoressa Mariapia Veladiano è stata per molti anni insegnante e poi preside qui in Trentino, a Rovereto, e si dedica oggi a tempo pieno alla sua attività di autrice di libri, come il recente Parole di scuola

Anche con lei, professoressa, vorrei partire proprio dalla nostra grande domanda, ovvero: perché? Perché non si riesce a fare questa riforma strutturale? 

E’ vero, è difficile fare una riforma strutturale perché la scuola è un servizio pubblico nazionale e una sua riforma dovrebbe essere innanzitutto condivisa da tutte le parti politiche, sottratta agli interessi di partito. Invece la scuola è sempre stata trattata come uno strumento demagogico. Uno strumento, del resto, particolarmente potente, perché quasi tutti siamo a contatto con la scuola, direttamente o indirettamente. Il che rende la tentazione di sfruttarla per manipolare il consenso molto forte per la politica, in particolare quella italiana. La maggior parte delle riforme fatte finora non hanno alcuna prospettiva se non quella delle elezioni dell’anno successivo, perché è questo l’orizzonte temporale entro il quale si muovono i nostri governi.

E sebbene il livello politico sia molto importante – forse il più importante – non è l’unico: ci sono anche molti ostacoli interni alla scuola stessa.

Certamente: un secondo grosso problema, in realtà strettamente legato al primo, è il nostro sistema di reclutamento degli insegnanti, che io definisco “borbonico e spagnoleggiante”. E’ un sistema che non corrisponde al dettato della Costituzione. Per legge, si dovrebbe entrare nel sistema scolastico pubblico solo tramite concorsi, da tenersi ogni tre anni, sulla base di una domanda piuttosto semplice: di quanti insegnanti di matematica abbiamo bisogno? Di quanti di fisica, di quanti di filosofia? 

Il reclutamento nella scuola obbedisce invece a logiche accumulatorie piuttosto imbarazzanti: non si fanno i concorsi per decenni e si assumono soltanto supplenti, reclutati in maniera totalmente incontrollata. Persino i docenti di sostegno, che entrano oggi come supplenti, sono spesso persone che non hanno mai fatto un’ora di formazione specifica per questo compito delicatissimo. 

Dopo trentasei mesi di lavoro precario, infine, per questi insegnanti scatta la cosiddetta “sanatoria obbligatoria”, una sorta di concorso fittizio in cui spesso, come capitato lo scorso anno, non si possono nemmeno bocciare i candidati, ma solo metterli in una graduatoria. Il che significa che non c’è alcuna selezione e intanto i giovani laureati, che avrebbero il desiderio e la passione per insegnare, restano esclusi.

Quale può essere un modo concreto di uscire da questo circolo vizioso?

Bisognerebbe trovare meccanismi di formazione e poi di inserimento controllato degli attuali precari della scuola, con un concorso serio, riservando però delle quote ai neolaureati, che sono giovani e scelgono la scuola per passione. Questa prospettiva deve però prescindere dal breve orizzonte della politica, il cui compito è proprio questo: governare problemi complessi ed offrire una visione per il futuro.

L’esperienza di molti ci insegna però come i piccoli cambiamenti, che già si potrebbero attuare, vengano spesso frenati dall’attaccamento alle vecchie abitudini di chi vive la scuola ogni giorno. Secondo lei sono soprattutto gli insegnanti, i genitori, a volte gli studenti stessi? O è davvero sempre “il Ministero”?

No, non lo è affatto. La scuola è un sistema enorme e complesso e come tale è un sistema conservativo: per riformarlo è necessaria un’operazione il più possibile condivisa. Ci sono però diversi problemi, come l’età media degli insegnanti, che è ancora attorno ai 56 anni: ci sarebbe bisogno di nuove reclute con una mentalità più fresca. A questo si aggiunge una sfiducia nei confronti del loro operato, causata in gran parte da un’operazione di delegittimazione del lavoro dell’insegnante compiuta dalla politica italiana negli ultimi vent’anni, sempre pronta a presentarli come i “fannulloni” che lavorano poco e hanno tante ferie. Una ricerca del capro espiatorio che risponde alla solita logica demagogica.

Questa fiducia deve essere recuperata, sia da un coraggioso cambio di rotta della politica stessa, sia attraverso la ricerca di una didattica più moderna (ad esempio riducendo le ore settimanali che si passano a scuola, come ha fatto la Finlandia). Ma anche, e forse soprattutto, attraverso un riavvicinamento tra studenti, insegnanti e famiglie, che sta forse avvenendo solo adesso, proprio a causa della pandemia. Sembra un paradosso, ma è possibile che da questo terribile evento venga fuori, per la scuola, un nuovo movimento di fiducia che potrebbe farla ripartire. 

Colgo il suo riferimento alla Finlandia, spesso citata perché ha saputo rinnovare completamente il suo sistema scolastico: è uno Stato certamente molto piccolo, ma non più piccolo delle nostre regioni (ha una popolazione pari circa a quella del Veneto). Lei ha lavorato per anni in Trentino: che cosa pensa dell’autonomia scolastica?

Io ho fatto il concorso per diventare dirigente scolastico qui in Trentino per scelta, perché mi ero innamorata del modello trentino. Ho potuto infatti apprezzare soprattutto quell’aspetto dell’autonomia che permette alla regione di prendersi un anno di tempo per applicare le riforme nazionali, in modo da adattarle al territorio

Un esempio importante è quello della riforma Gelmini del 2008, che stravolse il sistema della scuola superiore, snaturando gli istituti professionali al punto da far perdere il loro significato. Il Trentino adottò invece il cosiddetto “sistema su tre gambe”, mantenendo quasi solo licei e istituti tecnici e puntando molto sul sistema (regionale) della formazione professionale, già molto forte sul territorio. Anche in questo periodo di pandemia il Trentino ha avuto la libertà di investire molto sugli edifici scolastici, riducendo l’impatto delle misure di distanziamento sulla didattica. 

Questo meccanismo virtuoso sarebbe replicabile anche in altre regioni, in cui le risorse a disposizione non sono le stesse?

Assolutamente sì! In realtà le scelte sono sempre politiche. Le faccio un esempio tratto da una situazione che ho conosciuto in prima persona: lastricare una piazza di marmo per milioni di euro, che si potevano spendere sulla scuola, è una scelta politica. Il Trentino, è vero, per ragioni storiche ha più risorse: ma con la legge 5 del 2006 ha anche scelto di investirle in una grande riforma della scuola. Una legge che, per quanto riguarda la didattica inclusiva, l’integrazione degli stranieri e i bisogni educativi speciali, è stata persino copiata per replicarla a livello nazionale. Questo dimostra che l’autonomia, se ha alla base una visione, permette uno sviluppo originale e un vero servizio alla società

Potete ascoltare il podcast completo della seconda puntata di Cara vecchia scuola a questo link: https://www.sanbaradio.it/content/autonomia-e-scuola-cosa-può-insegnarci-il-trentino-intervista-mariapia-veladiano

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