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Siamo un paese di DPCM

L’Italia è riconosciuta a livello mondiale come terra di grandi artisti, pensatori e intellettuali: è difficile trovare qualcuno che non conosca le opere di letterati del calibro di Dante Alighieri o Giovanni Boccaccio, o che non abbia mai ammirato le creazioni di Leonardo da Vinci o gli affreschi di maestri della pittura come Michelangelo e Raffaello. Effettivamente, provare anche solo ad abbozzare una lista di personalità che hanno contribuito a dare prestigio al nostro paese risulta davvero complicato e potrebbe essere riduttivo e irrispettoso nei confronti di tutti coloro che, inevitabilmente, verrebbero ignorati. Inoltre, non è un mistero che le nostre menti siano tra le più apprezzate e richieste da molte importanti aziende straniere, che spesso completano il loro organigramma con brillanti manager e direttori italiani.

Con presupposti simili, risulta spontaneo chiedersi cosa possa essere andato storto nella gestione del paese negli ultimi vent’anni e a maggior ragione nel periodo di pandemia che ci accompagna da quasi un anno. Tra un decreto e l’altro, la confusione regna sovrana tra i cittadini, che però non si tirano di certo indietro quando si tratta di esporre le proprie teorie sull’origine del virus e le conseguenti proposte su come affrontare la seconda ondata. Se i più fatalisti parlano di “punizione divina” e propongono l’autoflagellazione collettiva per espiare i propri peccati, gli ottimisti ritengono che il virus sia soltanto un banalissimo raffreddore, che può essere tranquillamente curato con qualche giorno di riposo. Altre due correnti di pensiero particolarmente interessanti sono quelle rappresentate dai cosiddetti “negazionisti” e dai “virologi senza laurea”. I primi, influenzati dalle teorie dell’inganno universale, reputano che il virus sia una menzogna, frutto di un complotto internazionale che i tanto astuti (quanto ignoti) “poteri forti” stanno progettando per controllare le nostre menti e privarci della nostra libertà. Questi simpatici paladini della giustizia mondiale sono soliti manifestare nelle piazze di grandi città senza indossare i futili dispositivi di protezione individuale, ostilmente visti come “barriere” che non permettono loro di diffondere la verità. La seconda categoria, quella dei “virologi senza laurea”, è invece formata da tutti coloro che, ispirati dai continui interventi televisivi di personaggi dalla dubbia competenza medica in programmi dalla discutibile utilità sociale, sviluppano delle personalissime teorie pseudo-scientifiche, che vengono poi esposte e discusse nel dettaglio su moderne piattaforme di divulgazione scientifica come Facebook.

La questione coronavirus, insomma, sembra aver occupato prepotentemente il centro del dibattito sociale, com’era d’altronde altamente prevedibile. Infatti, quando sopraggiunge qualcosa che potenzialmente rischia di sconvolgere la nostra quotidianità, ci si sente naturalmente in dovere di esprimere un’opinione personale. Così, all’avvicinarsi dei Mondiali diventiamo tutti allenatori, quando siamo chiamati alle urne ci trasformiamo in massimi esperti della politica italiana e in periodi di crisi ci avventuriamo in discorsi che farebbero impallidire qualsiasi economista.   

Se il dibattito popolare è diventato ormai ingestibile, non si può certamente dire che la situazione risulti più chiara a livello dirigenziale. La nostra classe governativa, purtroppo, dà l’impressione di aver completamente perso la bussola, continuando a firmare nuove ordinanze sempre più restrittive che non fanno altro che aumentare il malcontento generale. La gente vive aspettando con ansia le conferenze stampa chiarificatrici del Presidente del Consiglio, che tenta di spiegare le nuove disposizioni adottate facendo affidamento ai precisi dati raccolti durante le consuete riunioni d’urgenza con il Ministero della Salute e il CTS. In particolare, nell’ultimo (si spera!) decreto sono stati seguiti ben 21 parametri scientifici per dividere l’Italia in zone rosse, arancioni o gialle a seconda del rischio sanitario e della probabilità di contagio presenti in ogni regione, mossa che ha suscitato dubbi e perplessità in molti governatori. Effettivamente, le motivazioni che hanno spinto gli esperti a scegliere un determinato colore per alcuni territori non risultano sempre così chiare, tanto che alcuni Presidenti di Regione hanno già impugnato pennello e tavolozza per provare a donare sfumature diverse alla propria zona di competenza. Il Piemonte, ad esempio, propone di tingersi di un bell’arancione tendente al vermiglio, maggiormente rassicurante del rosso fuoco in cui si trova ora, mentre il Veneto, più prudente, si dichiara già pronto a donare qualche gradazione di colore in più al suo giallo acceso. Per via dell’automatico accostamento dei colori scelti al fuoco, per la Campania la speranza è che il governatore non si senta autorizzato a usare i lanciafiamme per punire i possibili trasgressori al DPCM.                                                                                                                   

La situazione, dunque, è molto delicata: i casi di positività crescono di giorno in giorno, sempre più attività sono costrette alla chiusura, il bilancio statale è ai minimi storici e un nuovo, ennesimo decreto potrebbe annunciare il secondo lockdown. In un contesto tale, è legittimo aspettarsi una certa coesione tra opposizione e maggioranza, o quantomeno tra i partiti dello stesso governo. La fiducia, invece, viene disattesa: nella maggioranza, infatti, c’è chi minaccia di mettere in discussione l’alleanza perché in disaccordo con le scelte dell’ultimo decreto, mentre parte dell’opposizione, impegnata fino a poco tempo fa a sostenere il candidato repubblicano alla Casa Bianca stampandone il nome su mascherine (paradosso altamente spassoso), si limita a criticare l’operato del governo, senza proporre possibili soluzioni. Purtroppo, permane la sensazione che, anche in periodo di pandemia, sia più importante “fare politica” e remare contro ogni scelta della classe dirigente, anziché mettere sul tavolo proposte ragionevoli e discuterne l’efficacia, accantonando momentaneamente qualsiasi tipo di tensione.

Le questioni aperte, quindi, restano ancora molte. Il nostro Presidente del Consiglio sarà costretto ad emanare un altro decreto più severo? Se così fosse, come reagirebbero l’opposizione e i cittadini? Sarà necessaria la venuta di un Principe machiavelliano o del Leviatano hobbesiano per tornare alla normalità? Citando Manzoni, ai posteri l’ardua sentenza.

Luca Perbellini

Mi piacerebbe essere schematico e puntuale come Kant, audace e senza filtri come Nietzsche, creativo e accattivante come Bergson. La perfezione è purtroppo irraggiungibile, ma questa non deve essere concepita come un obiettivo: piuttosto, deve considerarsi una nostra tendenza.

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