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La costruzione simbolica del mondo (Parte 2)

Ernesto Guevara

Penso non ci sarà bisogno di appellarsi a trattazioni storiche, articoli scientifici e minuziose analisi antropologiche della sua figura nella cultura di massa, per rendere conto della grandissima forza simbolica che Ernesto “Il Che” Guevara ha esercitato nella contemporaneità. La vita di Che Guevara e la sua visione del mondo sono ampiamente documentati sia da vari studi storici[1] che dai suoi scritti autobiografici.[2]

La sua figura, “il simbolo” che rappresenta sono stati fonte di ispirazione per una generazione, la cosiddetta “generazione del ‘68”. Essa raccoglieva in sé molte donne e uomini di tutto il mondo, nati per la maggior parte fra la fine degli anni ’30, gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, i quali richiamandosi (a dire il vero, spesso in modo vago) al comunismo, all’anarchismo e a più generali valori progressisti, proponevano una rivoluzione culturale, volta a scardinare quella che era considerata la vecchia morale conservatrice fino allora vigente. Basterà dire quindi che “il Che”, specialmente per questa generazione (ma anche per molti ragazzi e ragazze nell’avvenire, fino ad oggi), è stato ed è ancora un’icona per le persone che condividono questi ideali. Non esaminerò il significato complessivo dell’icona Che Guevara, sarà però interessante soffermarsi sull’opera di revisione storica che, negli anni recenti, è stata tentata su questa figura.

Da qualche tempo, si è diffusa la teoria secondo cui Che Guevara sia stato omofobo. In un’epoca come la nostra dove la sensibilità sul tema si è fatta molto calda, accusare “il Che” di omofobia (proprio lui, paladino di una generazione progressista e di sinistra!) è stata una mossa tentata da svariati fronti, in special modo quello più vicino agli ideali della destra conservatrice, al fine di mettere in luce l’ipocrisia dell’avversario. Ora, non è in questa sede che si tratterà o meno la fondatezza di quest’accusa[3], né si prenderà una posizione in merito. Quello che è interessante notare è che il tentativo di screditare il “Che” da persone vicine agli ideali di destra sia stato fatto non tanto attraverso uno svilimento del simbolo, ma attraverso una riconduzione del simbolo ad una delle sue determinazioni di personaggio storico, in questo caso riguardano il suo presunto odio e la sua presunta persecuzione nei confronti degli omosessuali. Si rende evidente che, nel tentativo di riconsegnare una nuova immagine del Che, l’operazione compiuta è stata quella di ritrasferire il simbolo “Che” al personaggio storico “Ernesto Guevara” e successivamente, riconsegnare un’immagine nuova (se non addirittura, un nuovo simbolo) di Che Guevara, la quale avendo ora macchiato la candida immacolatezza dei valori che rappresentava, con un’ignominiosa, sporca e contradditoria “omofobia”, va a svilire, o quantomeno a ridimensionare, l’immagine precedente del rivoluzionario argentino. Il risultato si è dunque ottenuto attraverso un’articolazione “ulteriore” del simbolo, anzi “ulteriore al” simbolo, relativa alla dimensione storica del personaggio, ma solo al fine di reinventare un simbolo. Sia una narrazione “di sinistra”, che una narrazione “di destra” giocano la loro battaglia sul terreno del simbolo “Che”: l’interesse storico è in secondo piano. Ma anche quando questo è prevalente, sul terreno di una narrazione storiografica non ideologicamente orientata, la componente di interpretazione e di conferimento di significato (specie per ciò che riguarda un personaggio così ideologicamente polarizzante come il Che) è ineliminabile. Il risultato che si andrà ad ottenere, se non un simbolo con tutti i connotati, sarà comunque sempre un’interpretazione più o meno aleatoria del personaggio suscettibile di strumentalizzazione, sempre dotata di un significato che va in qualche modo al di là del dato storico e fattuale.

Elon Musk

Un altro personaggio, questa volta contemporaneo, su cui mi soffermerò brevemente è Elon Musk, l’imprenditore miliardario americano che ha legato il suo nome a Paypal, Tesla, progetti di lanci missilistici da privato e innumerevoli altri progetti avveniristici che sono tutt’oggi in corso d’opera.

Elon Musk non è solo il tipico imprenditore miliardario che fa la sua periodica comparsa su riviste di finanza, classifiche di miliardari o sporadici articoli di giornale che ne ricostruiscono una breve biografia, con annessi i risultati più rilevanti della carriera. Elon Musk, anche in virtù della sua giovane età, della sua eccentricità, dei suoi modi di fare e dei suoi irrivirenti “cinguettii” su Twitter è uno dei simboli delle generazioni “Millenials” e “Zeta”. Per molti ragazzi intraprendenti, volenterosi, ambiziosi, con un forte fiuto per gli affari o anche un semplice interesse per l’economia di mercato, Elon Musk è “uno che ce l’ha fatta”, un uomo che coniuga intelligenza, stakanovismo, strategia e senso per gli affari con esuberanza, originalità, spigliatezza e determinazione. Anche in questo caso, basterà digitare su Google “Elon Musk” e “idolo” nella stessa frase, per vedere in quanti articoli queste due parole siano sovente associate[4], specie quando si presenta la figura di quest’uomo all’opinione pubblica. È stato addirittura coniato il termine Musketeers, in inglese “moschettieri”, per designare i suoi fans più accaniti.

Anche qui, come per Che Guevara, vorrei soffermarmi su un fatto di cronaca, o meglio, su un’opinione di Elon Musk, tuttora attuale, che potrebbe per alcuni non confermare l’immagine mitica della figura del fondatore di Tesla e restituire, nel migliore dei casi, un’immagine più umana rispetto al simbolo che gli è stato costruito attorno.

Quando in America si è iniziato a parlare di possibili “lockdown” per contenere il Coronavirus, uno dei primi (sicuramente fra i più radicali e rumorosi) contestatori di quest’eventualità è stato proprio Elon Musk. Ignorando completamente le possibili implicazioni per la salute che il non adottare certe misure di contenimento avrebbe portato, sin dai primi accenni a quest’eventualità, il miliardario avrebbe più volte twittato, e rilasciato dichiarazioni per cui il lockdown sarebbe una misura “fascista” e “antilibertaria”.[5]

Ben lungi da voler prendere posizione sull’eticità dei vari lockdown che si sono susseguiti negli USA e in tutto il mondo, a seguito del Covid-19, vi è da dire che obiettivamente questo virus ha portato al collasso sanitario (o quasi) molti Paesi del mondo, e le prime dichiarazioni di Elon Musk contro questa misura risalgono già a tempi in cui il virus aveva dato prova di tutta la sua pericolosità. Vi sono tre opzioni tali per cui Elon Musk abbia pronunciato le sue veementi, scarsamente argomentate ed emotive affermazioni[6]: la mancanza di un criterio razionale che gli consentisse di vedere la situazione globale nella sua complessità ed esprimere un giudizio completo sulle esigenze in gioco; l’eccessiva preoccupazione per i propri affari; un misto fra questi due fattori. È da notare che, ai tweet, Elon Musk ha fatto seguire anche i fatti; pare che Tesla, l’azienda per cui Musk è più famoso (Fanpage citando il W.Post,) abbia riaperto i battenti una settimana prima della fine del lockdown di maggio negli Stati Uniti.[7]

Quello che ai fini della nostra indagine è interessante notare, è come in molte persone che potevano dirsi fan o simpatizzati di Elon Musk, queste uscite abbiano suscitato scalpore o quantomeno perplessità[8]: come può un uomo così intelligente, capace e di successo, essere così cieco dinanzi a un’urgenza sanitaria mondiale? Ciò è possibile perché esse sono andate a non confermare “il simbolo” Elon Musk, per come prima l’abbiamo delineato, restituendo un’immagine che mstra come accanto a quella del brillante, intelligente, eccentrico e visionario uomo d’affari, vi sia anche quella di un uomo emotivo (se non “senza scrupoli”, può venir da pensare), incapace di una visione d’insieme della pandemia e piuttosto radicale nei suoi modi di pensare, giudicare e agire dinanzi a un problema complesso.

L’uomo Elon Musk è senz’altro entrambe le cose, ma perché ha creato tanto scalpore che accanto ad un’immagine ne convivesse un’altra? Perché l’uomo Elon Musk non è in sé contradditorio e neanche le due rappresentazioni che ci siamo fatti di lui sono necessariamente contradditorie: contradditori sono i giudizi di valore che delle immagini di Elon Musk ci siamo creati. Il giudizio di valore è legato indissolubilmente al simbolo. Un simbolo di questo genere si riferisce sempre a dei valori morali. Specie se nati dall’opinione pubblica, i giudizi sono abbastanza manichei e si parla di valori “positivi” o “negativi”, “buoni” o “cattivi”. L’uomo di per sé è complesso e difficilmente riducibile a una sola categoria morale. È il simbolo che, per sua natura, tende a ridurre la complessità e a generare queste apparenti contraddizioni.

La svastica

Quest’esempio è forse meno incisivo degli altri nel dimostrare gli errori in cui si può incorrere nella confusione fra simbolo e oggetto; forse perché in questo caso parliamo di qualcosa che è intrinsecamente un simbolo, e non un simbolo che parla di un oggetto. Tuttavia illustra efficacemente che le narrazioni che si fanno di una qualsiasi cosa, se si fossilizzano nell’immaginario collettivo, fissano il loro significato in una maniera ben più forte e radicale di quanto può farlo il significato originario (che, in virtù della sua originalità, può forse pretendere un “maggior grado di verità” rispetto all’altro), questo non solo per chi sia inconsapevole del significato originario di quel simbolo, ma anche per chi ne sia consapevole.

La svastica, forse non a tutti è noto, non ha le sue origini nell’iconografia nazista degli anni ’20 e ’30, bensì è un simbolo molto più antico, usato nelle religioni sanscrite sin dal III millennio a.C. [9]

Se prima non sapevate di quest’origine della svastica, ora che la sapete potrei mettere la mano sul fuoco che nel vostro immaginario la svastica rimarrà per sempre associata a Hitler e al nazismo. E se già la conoscevate, sono quasi altrettanto sicuro che abbiate prima avuto familiarità con la svastica come simbolo del nazismo e solo poi siate entrati in contatto con il retroterra culturale della svastica. Questo dando per scontato che, nella vita, si sia prima più familiari a che cos’è il nazismo e solo eventualmente poi, si impari qualcosa sulla religiosità sanscrita e neolitica. E anche per voi che lo sapevate, rimane ferma la mia convinzione che questo simbolo sarà sempre, prima di tutto, associato all’ideologia hitleriana.

Sulla base di questa considerazione, direi che si è dimostrato come il significato che un simbolo assume in una narrazione è ben “più importante” del suo significato originario. Questo esempio è servito a giustificare la teoria sulla convenzionalità del simbolo e il suo significato “vago e indefinito”, oltre che a dare un’adeguata dimostrazione di come, prima che della verità oggettiva (degli oggetti), noi ci muoviamo all’interno di un “mondo di significati” e che al fine del nostro orientamento nella realtà essi siano più importanti, di fatto, della “verità”.

La statua imbrattata di Indro Montanelli

Veniamo ora all’esempio più emblematico della nostra trattazione, nella quale si illustrerà come la confusione fra simbolo e oggetto sia foriera non solo di errori sul piano di una corretta conoscenza, ma anche, come in questo caso, di “sommovimenti” e “confusioni” sul piano pratico.  

Per quanto nel vortice dell’iperinformazione di oggi questo fatto di cronaca sia stato già fagocitato dall’oblio come altri fatti suoi pari, ricorderemo tutti che, durante le proteste del Black Lives Matter e movimenti affini, anche in Italia vi fu qualche sommovimento. [10] Il fatto più rilevante di queste proteste è stato l’imbrattamento, da parte di alcuni attivisti della statua di Indro Montanelli sita a Porta Venezia, a Milano. La motivazione e la giustificazione principale che è stata addotta per questo atto, sta nel fatto che Indro Montanelli, quando aveva ventisei anni ed era in Eritrea per conto dell’Italia fascista, aveva preso in moglie, secondo la pratica del “madamato”, una ragazza del luogo di 12 anni, comprandola da suo padre. Fu lo stesso Montanelli a narrare l’episodio in una puntata de “L’Ora della Verità”.[11] L’imbrattamento della statua ha riscosso un’ampia risonanza mediatica in Italia e, come spesso accade nei dibattiti dell’opinione pubblica, la discussione problematica non ha spazio molto rilevante e le fazioni si sono assestate sulle proprie posizioni: da un lato, chi deprecava l’avvenuto atto e la conseguente richiesta di rimozione della statua, dall’altro chi giustificava, o addirittura elogiava il fatto, e con forza chiedeva la rimozione della statua. E’ necessario fare particolare attenzione alla retorica di due articoli di giornali di rilievo, Il Corriere della Sera[12] e L’Internazionale[13], che a titolo esemplificativo rappresentano le due fazioni.

Il discorso non è dissimile a quello degli esempi trattati finora: soprattutto per quanto riguarda la seconda fazione, anche qui assistiamo a una riduzione semplificatoria del personaggio, che assurge a simbolo del colonialismo di ogni tempo, del fascismo maschilista e razzista degli anni ’30 e ’40, dell’oppressore che asservisce l’oppresso in base alle sue necessità. D’altro canto, anche la narrazione “a difesa” di Montanelli pecca certo di una buona dose di “riduzionismo”. Montanelli, come si evince dall’intervista stessa, e da successive dichiarazioni in merito, non si pentì mai veramente dell’atto che compì (che di comune accordo, con la nostra morale di oggi, possiamo definire assolutamente deprecabile). La scusa del “contesto storico”, per cui l’atto di Indro Montanelli andrebbe inquadrato nell’epoca e nel contesto in cui si verificò, regge fino a un certo punto, poiché comunque Montanelli visse fino al 2001 ed ebbe quindi tutti gli “strumenti di coscienza” per quantomeno pentirsi seriamente di ciò che fece. Oltretutto, legittimare ciò che è violenza, ciò che è male, col contesto in cui si è verificato, è sempre una buona arma per “giustificare” le colpe che gli uomini compiono, nella storia e nel presente. Per quanto sia cosa legittima in certi casi, non può mai essere completamente assolutoria.

In entrambi i casi, quindi, viene meno la figura dell’uomo Montanelli, nella sua complessità e articolatezza, nella sua attività di militare fascista, giornalista di successo, uomo con certi ideali, opinionista influente e scrittore affermato. Questo concerne solo la dimensione pubblica. I simboli, con cui l’uomo si esprime e a cui tende applicare dei giudizi di valore, hanno causato, oltre a un errore sul piano della corretta conoscenza, anche dei “sommovimenti sul piano pratico”. E’ una mia ferma convinzione che il rumore dell’opinione pubblica, l’imbrattamento in sé e la relativa richiesta di rimozione della statua siano state il frutto di un conflitto fra le diverse posizioni sul simbolo di Montanelli e non sull’uomo.

Alla fine di questo articolo, potrà sembrare che io prenda posizione contro il simbolo, per la sua natura intrinsecamente semplificatoria. Ci tengo a ribadire che non è così, dal momento che se avessi avuto una posizione contraria in merito al simbolo, sarei andato contro il mio stesso modo di conoscere, come ho sostenuto nella prima parte del mio articolo( La costruzione simbolica del mondo (Parte 1) – l’Universitario ). La critica, che è più che altro un ammonimento, è rivolta alla consapevolezza che dobbiamo avere della natura simbolica, e più in generale interpretativa, della nostra conoscenza. Essa implica che ci muoviamo in un mondo di significati estremamente variabili e convenzionali, all’interno dei quali troppo spesso tendiamo a rinchiudere fenomeni e oggetti complessi. Questo ci porta a consolidare un sistema di credenze sulla realtà, del quale quanto meno siamo consapevoli della sua natura, tanto più assume i contorni di un dogmatismo, il quale ci fa di fatto perdere il contatto con la realtà, o quantomeno con “la consapevolezza della nostra ignoranza”. [14]

Il tema del relativismo, o meglio, del prospettivismo, appartiene alla riflessione umana da secoli e va da Protagora a Nietzsche e oltre, passando per Cusano, Montaigne, Pirandello, Franz Boas e mille altri. In questa sede, si è tentato di applicare una chiave di lettura simbolica della conoscenza della realtà, con ispirazioni provenienti in larga misura da Ernst Cassirer e Susanne Langer, tenendo conto e anzi accogliendo nella nostra riflessione l’intrinseco relativismo della conoscenza umana, illustrando con degli esempi quanto può esser foriero di confusioni all’interno di dibattiti fra narrazioni, fino a causare, talvolta, anche dei sommovimenti sul piano pratico.  La speranza filosofica che rimane è quella che, limitandoci alla descrizione di processi con cui la nostra conoscenza avviene, si sia riusciti a dire qualcosa di universale in questo mare di relativismo e a richiamarci, ancora una volta, alla cautela nel nostro pensare, da bravi praticanti di quell’ “arte della diffidenza” che già qualcuno prima di me predicò.


[1] Come Che Guevara. La sua vita, il suo tempo, di Augustin Monteforte, Savelli, Roma, 1977

[2] I famosi “Diari della motocicletta” sono uno dei tanti

[3] Sulla quale, se non altro per la scarsezza e l’inattendibilità di molte fonti, mi sento di esprimere qualche dubbio; la colpa delle persecuzioni contro gli omosessuali, che pure vi furono a Cuba, sembra più che altro da ascrivere a Fidel Castro e fratello.

[4] Per esigenza di rigore scientifico, ne citiamo solo uno, esemplificativo di molti altri. https://www.corriere.it/sette/esteri/20_maggio_31/elon-musk-genio-ribelle-colleziona-folgorazioni-follie-piace-trump-vuole-marte-e9e75b5c-a319-11ea-8193-03ffea7ed6db.shtml

[5] https://www.repubblica.it/scienze/2020/04/30/news/coronavirus_elon_musk_si_schiera_con_trump_i_lockdown_sono_fascisti_-255257278/

[6] https://www.theguardian.com/technology/2020/apr/29/elon-musk-tweets-protest-against-us-coronavirus-lockdown

[7] https://www.lastampa.it/economia/2020/05/12/news/elon-musk-riapre-la-fabbrica-tesla-in-california-e-cita-in-giudizio-le-autorita-locali-1.38834109

[8] https://www.theatlantic.com/science/archive/2020/05/elon-musk-coronavirus-pandemic-tweets/611887/

[9] https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/history-of-the-swastika

[10] https://www.ilpost.it/2020/06/08/manifestazioni-black-lives-matter-italia/

[11] https://www.youtube.com/watch?v=PYgSwluzYxs

[12] https://www.corriere.it/esteri/20_giugno_11/proteste-statue-nessuno-tolga-montanelli-suoi-giardini-f35060ec-ab4f-11ea-ab2d-35b3b77b559f.shtml

[13]https://www.internazionale.it/opinione/silvia-ballestra/2020/06/16/statua-montanelli

[14] O della forte componente di soggettività della nostra posizione, se si preferisce.

Montanelli e la statua – l’Universitario

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