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Il mondo in tasca (o forse no)

Nel 2020 il numero degli utenti attivi su almeno un social network ha raggiunto i 4,14 miliardi.  Un articolo su La Stampa datato 3 febbraio 2019, dal titolo “Quanto tempo passiamo su Internet?”, commenta i dati dello studio Digital 19, i quali mostrano un quadro inequivocabile: ognuno di noi trascorre mediamente 6 ore e 42 minuti connesso alla rete ogni giorno. Nell’arco di un anno, quindi, passiamo 100 giorni attaccati al computer o allo smartphone, circa il 27% di tutto il tempo che abbiamo a disposizione. Seppure vi siano differenze degne di nota a tale proposito tra i vari paesi (vi basti confrontare le più di 10 ore giornaliere delle Filippine alle 4 scarse giapponesi), è indubbio che internet sia ormai una componente rilevante nelle nostre vite e che da questa dipendano molte delle attività di cui ci occupiamo. Ma quanto di questo tempo è trascorso consciamente e in maniera salutare? In questo nuovo articolo della rubrica “In punta di piedi” proveremo ad analizzarne gli aspetti potenzialmente negativi sfruttando tanti esempi alla portata di tutti.

Oggi giorno il numero di individui che si sentono sopraffatti è in costante aumento. Viviamo in un’epoca in cui i vari dispositivi elettronici ci affiancano in tutto al punto che talvolta, consapevolmente o meno, sono vissuti come un vero e proprio prolungamento del nostro corpo. Eppure non c’è niente di più lontano dall’essere umano di un dispositivo sempre veloce, pronto all’uso in qualsiasi momento e infallibile: quali di queste qualità, infatti, possiamo attribuire ad una persona? 

I social network, specialmente, permettono un confronto con l’intero mondo e tutta la frenesia che gli dà vita. Quindi, se un giorno siamo stanchi e vogliamo concederci un po’ di riposo, la home di Instagram è pronta a farci sentire in colpa per questo. Le foto al mare degli influencer di tutto il mondo ci ricordano quella fetta di pandoro che abbiamo mangiato dopo le lasagne a pranzo e non abbiamo mai smaltito; le pagine dei vari travel blogger ci fanno pensare a quanta meraviglia c’è nel mondo (senza che rammentiamo però che è mondo meraviglioso anche quello subito sotto i nostri piedi, non solo ciò che lo attornia); gli chef di turno ci fanno presente che il giorno prima in solo dieci minuti avremmo potuto preparare una cena salutare, piuttosto che cedere alla pigrizia e ordinare telefonicamente una pizza a domicilio.

Grazie ad Internet, inoltre, abbiamo accesso ad una serie di piattaforme streaming di film e serie tv e questi, dall’essere semplici passatempi, sono diventati il pane quotidiano di moltissime persone che poi faticano a interrompere la visione di certi programmi. L’immersione in quei mondi (per quanto talvolta verosimili, immaginari) è profonda al punto che, giunti all’ultimo episodio, la sensazione di straniamento e delusione è davvero forte. Ci eravamo rifugiati in quella storia credendola nostra, quando la realtà è ben diversa e, vista l’accuratezza con cui è prodotto il secondo termine di paragone, spesso deludente.

Il mondo in cui viviamo sembra non accettarci più, anche solo per la nostra lentezza. Pare quasi che ci voglia rimpiazzare con le macchine, che del resto sono, almeno quantitativamente, molto più produttive. Tuttavia, bisogna tenere a mente che i vari strumenti tecnologici sono stati creati da persone come noi le quali, sul momento, hanno aggiunto un pulsante off. Siamo noi a comandare i nostri telefoni e i nostri computer ed è assurdo che al giorno d’oggi viviamo come fosse il contrario. Se ci pensiamo, è paradossale anche personificare – e di conseguenza incolpare – i social network, in particolare Instagram e la sua home, quando questi in realtà non hanno vita propria e dipendono completamente dalle nostre azioni. Sì, particolari algoritmi sono in grado di prevedere i nostri interessi e quindi di suggerirci contenuti potenzialmente di nostro gradimento, ma se chiudiamo il computer e il cellulare spenti in un cassetto tutto questo viene meno. In più, ci lamentiamo delle storie che vediamo di modelli/e in forma smagliante che vivono giornate piene di attività invidiabili, quando la maggior parte di noi in primis usa le varie piattaforme per condividere, magari anche ingigantendo un po’, ciò di cui è più fiero e, così facendo, è possibile che fomenti le insicurezze o la tristezza di chi lo segue, che sia un grande gruppo di persone o solo una cinquantina. 

Allora forse il vero problema, se siamo pronti ad ammettere che lo è, non risiede più nei contenuti, ma in come li recepiamo. Lascio questa questione aperta, perché credo che come sia vero che a volte dobbiamo “disintossicarci” da quell’energia infinita che appartiene solo alla rete, sia corretto anche cercare di instaurare con essa un rapporto più sano, di convivenza pacifica. Difficilmente riusciremo a tornare, tecnologicamente parlando, indietro nel tempo, perciò forse è necessario cambiare il nostro approccio ad Internet e riconoscerlo come qualcosa di estraneo a noi. Vivendo, ad esempio, le ricette degli chef improvvisati del web o i workout degli influencer non come una critica a ciò che facciamo o non, ma come una condivisione che dice qualcosa di chi l’ha resa pubblica, ma niente di chi la vede.

Ogni tanto dovremmo provare a riflettere su tali ritmi disumani, cioè che non ci appartengono, e sull’atteggiamento tanto autocritico con il quale osserviamo il mondo, virtuale specialmente. Questo non per proteggerci da una giornata di sopraffazione e stanchezza, che è inevitabile a prescindere, ma per scongiurare i disagi psicologici che possono seguire un abuso di Internet. Se una ragazza con gli addominali ben definiti posta una foto in costume, non significa che noi siamo orribili e la nostra pancetta non va bene, vuol dire solo che quella ragazza probabilmente va in palestra regolarmente. Allo stesso modo, le storie di chi se la spassa in vacanza a Mykonos ad agosto non dicono che il divertimento è necessariamente corrispondente a quello e che stare in casa da soli a leggere un libro è deprimente, dimostrano solo che alcuni hanno piacere a passare così il proprio tempo.

Soprattutto, è importante precisare che sui social c’è quello che sui social si vuole che ci sia. Quindi, ad esempio, se io un giorno ho l’addome gonfio e non mi vedo attraente, molto probabilmente non lo renderò pubblico, piuttosto posterò una foto del mio viso o del panorama che ho davanti; inoltre questo non ridimensionerà la mia pancia né mi farà sentire più desiderabile. Riuscire a mascherare online un’ imperfezione che ci fa sentire insicuri rende Internet un luogo dove tutto è possibile e, quindi, è preferibile vivere. Tante persone smettono di uscire di casa e curano allo sfinimento il proprio account che, a quel punto, diventa non più una una fetta della loro vita, ma l’intera torta. Quando invidiamo qualcuno sulla base di ciò che sceglie di condividere bisogna sempre tenere a mente che ognuno di noi sperimenta la tristezza (anche nelle località più esotiche) e ha delle imperfezioni e delle insicurezze che difficilmente si sente di sottoporre ai giudizi di chiunque.

Concepire le varie piattaforme come la proiezione della vita delle persone invece che per ciò che sono, cioè specchio di una parte di questa modellata ad hoc, ci porta ad avere un’idea distorta della realtà che può essere seguita dallo sviluppo di forme più o meno marcate di depressione, disturbi alimentari, ansia e via dicendo. In questi casi si tratta spesso di veri e propri sfoghi dei nostri corpi per tutti gli sforzi che, incessantemente, li portiamo a compiere per raggiungere ideali di vita che non appartengono allo spettro di possibilità degli esseri umani, semmai a quello dei nostri avatar online. 

Tutti noi dobbiamo ancora lavorare molto su questo e, a volte, trovare del tempo per sé è davvero difficile. In questo mare di preoccupazioni e notifiche costanti, farsi ascoltare da qualcuno può essere davvero un salvagente.  Secondo i dati ISTAT del 2018, sebbene la depressione sia, in Italia, il disturbo mentale più diffuso (più di 2,8 milioni di persone affette sopra i 15 anni), il numero di soggetti che si affida a cure psicologiche è desolante rispetto a quello di chi ne avrebbe bisogno (circa 800mila persone sulle quasi 3 milioni appena menzionate). Nel 2017 La Repubblica pubblicava un articolo, “Salute mentale, per il 70% degli italiani è inutile parlare con lo psicologo,” di cui già solo il titolo fa molto riflettere.  Per andare da uno psicologo non è necessario aver vissuto uno sconvolgente trauma o avere un problema concreto, anche perché questa concezione si fonda su un’idea errata, che vede le cure psicologiche come un elenco di formule magiche da farsi dire per risolvere un disagio. In realtà, il dottore in questione è più una guida, una figura che permette di creare uno spazio speciale, quello della seduta, in cui pensare a voce alta, alleggerire la mente e riordinare i propri pensieri. Si tratta di una grande opportunità alla portata di tutti e, ora più che mai, dai potenziali benefici davvero notevoli. 

Tirando le fila del discorso, quindi, non dobbiamo condannare la tecnologia a prescindere, bensì imparare a riconoscerla come qualcosa in più rispetto alla nostra persona, non costantemente indispensabile come pare. Infine va tenuto presente questo: l’aiuto e l’ascolto verso gli altri sollecitati negli articoli precedenti non possono esistere senza che conosciamo e amiamo prima noi stessi, cosa che non è possibile restando disconnessi dal mondo reale.

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